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International Review

La situazione politica del Nord Africa vista da Londra

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intervista a Claire Spencer a cura di Massimo Gava



Claire Spencer
Direttore capo del Programma di ricerca per il Medio Oriente e Nord Africa (MENAP) a Chatham House, Londra, Regno Unito    

Sebbene in Nord Africa regni una relativa calma, non mancano gli elementi per sostenere che il malcontento popolare nella regione sia piuttosto diffuso. Da cosa è alimentato e perché pensa che i media occidentali non se ne occupino?

I sintomi di malcontento nella vasta regione nord africana sono in gran parte diffusi e nascosti, eccetto quando ci sono degli scontri e delle manifestazioni pubbliche che spesso hanno luogo a livello locale. Tra i pochi eventi raccolti dai media occidentali lo scorso anno ci furono i disordini in Egitto causati dall'aumento improvviso del 30% del frumento importato che causò un aumento nel prezzo del pane. Gli scioperi sono stati orchestrati con mezzi insoliti: nello specifico da un intervento su Facebook di una giovane donna. Altrove, singoli eventi, come il recente conflitto scoppiato tra i giovani algerini ed i lavoratori cinesi ad Algeri sono segnalati come incidenti isolati e non come sintomi di un malessere più diffuso.
Quello che sembra essere in crescita, è l'allontanamento della gente comune dai sistemi di governo in carica. Essa non ha più fiducia nelle capacità di cambiamento attraverso le elezioni. Se si permette che questo fenomeno vada alle estreme conseguenze questa mancanza di identificazione popolare con i governi e le istituzioni in carica, potrebbe avere ripercussioni gravi a lungo termine per l'unità sociale e sul consenso residuo, tramite il quale i leader della regione continuano a governare.
Questo è ciò che accade, un processo di ampiezza regionale per giunta difficile da classificare, ma i cronisti occidentali preferiscono concentrarsi sui fenomeni più limitati e interessanti del radicalismo religioso e del terrorismo. L'estremismo violento però è solo una parte molto limitata di ciò che sta accadendo, soprattutto tra i giovani e i disoccupati del Nord Africa. La mia preoccupazione è che, collettivamente, siamo diventati troppo passivi su come rispondere a ciò che questi giovani, che rappresentano la maggioranza della popolazione della regione, vogliono realmente. La prevenzione dei flussi migratori verso l'Europa e l'aumento dell'estremismo sulle coste meridionali dell'Europa richiede un impegno più attivo per sviluppare il potenziale di questa generazione. Invece, abbiamo scelto di demonizzarla e controllarla. Non dimentichiamo inoltre che storie di paura e di polizia vendono giornali.

Il Nord Africa ha le risorse per superare la crisi economica globale ma perché gli investitori stranieri credono sia un posto più difficile dove fare affari rispetto all'Asia e all'America latina?
La mancanza di trasparenza legale, contrattuale e procedurale è la ragione principale per cui la maggior parte degli investitori stranieri considera questa regione in senso sfavorevole rispetto all'Asia e all'America latina. Eppure, gli investimenti diretti esteri sono solo una parte del tutto. Molto resta ancora da fare per creare le condizioni istituzionali e regolamentari in Nord Africa che permettano agli operatori economici locali e agli investitori di emergere creando sbocchi soprattutto per l'occupazione giovanile.
Gli stati del Nord Africa, aiutati o meno da parte degli investitori stranieri, non possono farlo da soli.
Gli investitori stranieri dovrebbero e potrebbero meglio provvedere in ciò che essi possono offrire in termini di trasferimento di buone pratiche, capacità di gestione e tecnologie. Affinché ciò possa radicarsi a livello locale, tuttavia, è necessario che le pressioni esterne per le riforme continuino al fine di eliminare quegli ostacoli che ancora frenano le iniziative locali: la burocrazia, la corruzione e la mancanza di accesso ai fondi di avviamento per nuove attivita'. Alcune di queste questioni sono ora affrontate, ma il clima economico deve essere ancora più sostenuto dalla politica per incoraggiare gli investitori sia nazionali che internazionali a prendere sul serio la regione.
Infine, il ruolo del capitale straniero dovrebbe essere quello di sostenere gli sforzi locali, non di sostituirsi ad essi. I principali interessi europei sono meglio raggiunti aiutando le economie del Nord Africa a sviluppare i propri mercati ed il proprio commercio reciproco così come gli Stati europei fanno tra loro. Tutto ciò che sa di dominio straniero, o che fa ben poco per migliorare le opportunità di lavoro e di formazione per la gente del Nord Africa rischia di essere visto come sfruttamento. Questa area dell' Africa diventerà più prosperosa solo quando il settore privato di questi Stati diventerà effettivamente privato.

Quali sono le risorse migliori del Nord Africa e sono queste secondo lei, pienamente sfruttate?
L’Algeria e la Libia, come è ben noto, ottengono il 97% dei loro introiti esteri dai proventi delle esportazioni di idrocarburi. Con nuovi investimenti, e gli investimenti stranieri prevalentemente concentrati nei settori del petrolio e del gas, è difficile vedere uno dei due stati emergere presto da ciò che è essenzialmente un modello di sviluppo economico “rentier” (che vive di rendita, NdT). Non è un caso che il Marocco e la Tunisia, con meno risorse naturali (gas per la Tunisia e fosfato per il Marocco), hanno dovuto diversificare le proprie attività economiche negli ultimi 20-30 anni. Il pericolo è che anche loro, continueranno a fare affidamento esclusivamente sul turismo e la costruzione di infrastrutture, e solo in un secondo momento affronteranno la più difficile, sfida alla disoccupazione endemica a livello locale.
La ricetta di oggi, mentre nelle casse dello Stato ci sono ancora riserve finanziarie, è quello di aprire le economie nei modi sopra descritti e di concentrare la maggior parte degli investimenti sociali sull’istruzione e la formazione. Le migliori risorse di questa regione a lungo termine sono quelle umane.

L’Africa del Nord sembra essere fortemente dipendente commercialmente dall’Europa. Che cosa dovrebbe fare per rompere questa dipendenza eccessiva?
Nel breve termine, i rapporti commerciali con l'Europa sono ancora la migliore strategia per le economie che devono ancora definire i propri vantaggi competitivi e creare appigli in mercati più lontani. Solo le esportazioni di petrolio vanno al di là dell'Europa, e considerate le infrastrutture di oleodotti che collegano il Nord Africa con l'Italia e la Spagna, è logico che l'Europa rimanga il principale mercato per le esportazioni di gas.
La debolezza di questo approccio, tuttavia, sta nella dipendenza Nord Africana dalle sempre più consistenti importazioni dall'Europa. Troppo poco di ciò che viene consumato in Nord Africa è prodotto o coltivato localmente e le esigenze delle economie nazionali hanno sofferto di un eccesso di fiducia su un modello di crescita economica guidata dalle esportazioni. L'Europa potrebbe aiutare il Nord Africa nel rendere la transizione più sostenibile per le economie nazionali ma è riluttante a perdere la propria quota di mercato di esportazioni verso la regione. Le limitazioni al libero scambio delle merci del Nord Africa verso l'Europa, in particolare di prodotti agricoli, sono ancora oggetto di accesi dibattiti negli ambienti euro-mediterranei.

Cosa impedisce che l'Unione del Maghreb abbia una struttura regionale più interattiva e che si adoperi per favorire il commercio nel suo interno?
La politica e la tutela della sovranità sono alla radice della reticenza del Maghreb nel cogliere gli evidenti vantaggi economici che si ricaverebbero plasmando i propri mercati sul modello della Comunità Europea. Le differenze ancora irrisolte tra l'Algeria e il Marocco sullo status del Sahara occidentale si combinano con altre tensioni politiche mantenendo i reciproci confini chiusi. Tanto è stato investito da ciascuno dei due Paesi nel difendere le rispettive posizioni riguardo la questione del Sahara che, per sbloccare la situazione ed attivare il processo di integrazione regionale, c'è chiaramente bisogno di un’attenzione internazionale diplomatica specifica. Le risoluzioni del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite sulla questione sono anche difficili da superare. Favorire una rapida soluzione non è la risposta, ma piuttosto una necessità per la popolazione Sahrawi, che per andare oltre l'attuale situazione di stallo, va sostenuta con incentivi concreti e che non ledano la dignità delle parti.
Non sarebbe giusto comunque, dare l’idea che sia solo il Sahara a costituire l’unico ostacolo all'integrazione regionale. La situazione evolverà solo quando le leadership regionali capiranno che, mantenendo lo status quo, perdono più di quanto possano guadagnare.

Lei crede che la regione sia ancora danneggiata dagli effetti della colonizzazione europea?
Culturalmente, c'è ancora una certa ambivalenza circa l'eredità europea delle colonie e dei protettorati in Nord Africa. In gran parte questa eredità è francese, ma anche italiana e spagnola. Il lato positivo è che l'eredità linguistica, pedagogica e istituzionale ha continuato a fornire alle élite della regione l'accesso ad una chiave di lettura dell’Europa; il lato negativo è che l'introduzione della lingua araba come lingua della pubblica istruzione ha portato, soprattutto in Algeria, a delle accuse nei confronti dell’élite francofona di connivenza con la Francia per proteggere e conservare i propri privilegi.
Il rapporto è chiaramente ancora molto delicato, specialmente quando gli europei sono percepiti come coloro che continuano a soggiogare i nord africani perseguendo le proprie priorità economiche e politiche. Eppure la crisi economica in Europa ha mostrato la debolezza dei modelli europei e ha favorito la diffusione del patrimonio culturale islamico di ogni società. Ciò non significa necessariamente un cambiamento irrevocabile verso il conservatorismo sociale, l'isolamento o l'adozione diffusa dell’ideologia salafita; piuttosto, è parte di un processo di riequilibrio attraverso il quale i nord africani reclamano il proprio diritto al rispetto negato dalle facili supposizioni fatte dagli europei. Il rifiuto dei modelli europei può essere una parte di questo processo, ma, considerata la diversità delle alternative oggetto di dibattito sia all'interno della regione quanto all'interno della diaspora Nord Africana nella stessa Europa, non è improbabile che sia la conclusione.
Per impostare il rapporto su nuove basi, l'Europa ha bisogno del coraggio di affrontare alcune delle legittime rivendicazioni della regione. Per questo, i leader europei devono anche riconoscere la natura simbiotica, di questo rapporto, e adottare un approccio più strategico per riconoscere e correggere gli errori del passato. È interessante vedere come l'esempio dell’Italia nei confronti della Libia non sia stato seguito dalla Francia nei confronti dell'Algeria. Ma anche se rimane il sospetto che le riparazioni coloniali e i risarcimenti sono solo dei mezzi alternativi con cui l'Europa tutela i propri vantaggi commerciali in ogni Stato, questo può anche avere, nel lungo termine un effetto contrario.

Abbiamo visto le difficoltà che i paesi occidentali incontrano nel fare affari nella regione mentre la Cina sembra guadagnare terreno. Il mondo occidentale, secondo lei, dovrebbe pensare ad un metodo nuovo di approccio per quanto riguarda gli affari nella regione del Magreb? 
La Cina ha chiari, e relativamente limitati, obiettivi nei suoi rapporti con l'Africa settentrionale e con l’Africa in generale. Anche se imperfetta, la politica europea (e anche nord americana) nei confronti della regione ha ad intermittenza segnalato la necessità di una maggiore democrazia e di un maggior rispetto dei diritti umani. I governi locali hanno considerato spesso questa ingerenza come invadente e sgradita. Il problema con l'approccio cinese, è che esso si basa quasi esclusivamente sulle sue proprie esigenze di sicurezza energetica e sui contratti di costruzione, che in Algeria, come osservato in precedenza, hanno aumentato le tensioni locali per via dell'utilizzo di manodopera cinese, piuttosto che di forza lavoro locale.
Il mondo occidentale (Europa e Stati Uniti) si vanta di considerare un periodo di tempo più lungo e un punto di vista evolutivo per lo sviluppo e il benessere delle società del Nord Africa. Invece di limitare le sue opzioni all’approccio cinese “affari prima di tutto”, l'Europa deve intensificare gli sforzi per aumentare la partecipazione politica ed economica a livello locale. Vista la vicinanza, è nell'interesse stesso dell'Europa riposizionare la sua politica di sicurezza verso l'Africa del Nord ,da quella di prevenzione a quella di cura. A differenza della Cina, le conseguenze derivanti dal trascurare questa regione, sono troppo dirette per l'Europa e gli europei non possono ignorarle.

La regione ha tuttavia una reputazione di governi autoritari e di una leadership in età avanzata. Quale sarà l'impatto che ciò avrà sul suo sviluppo a lungo termine?
Le successioni alla leadership, e le crisi potenziali ad essa associate, sono infatti due delle grandi incognite che si profilano all'orizzonte. Ma entro il prossimo decennio, notevoli cambiamenti sono inevitabili in quanto le leadership in carica andranno in pensione o svaniranno per cause naturali. Il principale esempio nella regione di una transizione graduale (nel 1999) è stata la successione del re del Marocco Hassan II a suo figlio ed erede al trono re Mohammed VI che oggi festeggia 10 anni al potere. Re Hassan ha preparato la strada a questa successione aprendo il sistema politico a nuove alternative, anche se in modo limitato. La sfida ora - e non solo in Marocco - è per i sistemi politici di impegnare i loro sudditi e cittadini al di là dei circoli elitari entro i quali le decisioni più importanti sono sempre state prese.
Questo è più importante di chi succeda o di come emerga il prossimo leader della regione. I venti della globalizzazione hanno soffiato su tutta la regione negli ultimi anni, e la gente più che mai è in grado di valutare sulla propria pelle i limiti dell’autoritarismo.


Quanto è facile per le imprese private investire nella regione del Magreb e cosa dovrebbero fare i governi per sostenerle?

Nel settore degli idrocarburi ed in quello immobiliare in Algeria ed in Libia, in particolare, le opportunità per le compagnie petrolifere private e le imprese di costruzione sono aumentate considerevolmente negli ultimi dieci anni, ma questo non senza qualche difficoltà. La lenta attuazione dei contratti e le condizioni di investimento non sono stati sempre risultati favorevoli o competitivi come sembravano in un primo momento. Il rafforzamento delle tendenze locali verso la tutela del patrimonio nazionale o verso quello che è comunemente chiamato “il nazionalismo delle risorse” - evidente in particolare nel processo di privatizzare della compagnia petrolifera nazionale algerina Sonatrach - ha fatto sì che pochi investitori privati siano stati attratti dalla recente gara pubblica per lo sviluppo del settore del gas algerino. Ritardi simili si sono verificati in Libia, nonostante un inizio promettente, dopo la revoca delle sanzioni dell'Onu e degli Stati Uniti a partire dal 2003.
Assicurare maggiore accesso al mercato e trasparenza è essenziale per mantenere l'interesse del settore privato nella regione del Maghreb, ma la prevedibilità è anche spesso citata come una preoccupazione primaria dei potenziali investitori privati. Il migliore capitale è quello investito a lungo termine, ma se le ragioni di scambio cambiano in modo arbitrario, o non c'è risarcimento in caso di controversie contrattuali attraverso il sistema giuridico, allora altri mercati più affidabili continueranno ad apparire più attraenti per i capitali privati.

Alla vigilia del primo anniversario del lancio dell'Unione per il Mediterraneo (Parigi, 13 luglio 2008), la Commissione Europea ha annunciato un ulteriore contributo di 72 milioni di euro per il 2009-2010. Con questo contributo, il budget comunitario totale stanziato a partire dal luglio 2008 per le priorità individuate dall’Unione per il Mediterraneo ammonta 90 milioni di euro. Ritiene sia abbastanza per risolvere i problemi della regione?
La quantità di denaro destinata dalla Commissione Europea per la regione è meno importante rispetto alla possibilità di cambiamento per il quale i fondi sono stati stanziati. L'Unione per il Mediterraneo si propone di avviare nuove opportunità economiche, in particolare a livello regionale, attraverso progetti per l'energia solare, i mercati energetici regionali, le infrastrutture essenziali e la lotta contro l'inquinamento nel Mediterraneo. Mentre tutto ciò è un elemento importante per la futura integrazione regionale, non è sufficiente di per sé per creare le condizioni necessarie per questa integrazione. Inoltre non è chiaro come, e quando, ciascuno di questi progetti sarà autosufficiente data l'entità dei finanziamenti necessari che va ben oltre i 90 milioni di euro proposti. È improbabile che il settore finanziario privato prenda in carico la realizzazione di progetti regionali senza concrete norme locali e garanzie internazionali. Tutto ciò deve essere negoziato separatamente.
E’ l’assenza di questa leva finanziaria - e la necessità di mobilitare capitale locale del Nord Africa e il denaro dei contribuenti europei- che segnala la debolezza di questo approccio. È quindi deplorevole che l'Unione per il Mediterraneo si sia in larga misura allontanata dall’enfasi del suo predecessore, il Partenariato Euromediterraneo (EMP), sulle riforme politiche, sociali e giuridiche come condizioni necessarie nel lungo termine per il progresso economico. Anche se più in teoria che in pratica, il commercio e le politiche di liberalizzazione economica nel quadro del Partenariato Euromediterraneo sono sempre stati temperati da moderati riferimenti per la riforma del diritto, diritti umani e la promozione della democrazia. L'Unione per il Mediterraneo li ha quasi abbandonati tutti e sarà necessario rivedere le limitazioni politiche al suo approccio basato esclusivamente sui progetti per il suo successo.