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Attualità dal passato

UNA POLITICA PER IL MEDITERRANEO

Giulio Andreotti alla Conferenza Internazionale di Milano
1 giugno 1984

spazio

a cura di Giovanni Cubeddu



Giulio Andreotti
Senatore a vita. Politico, scrittore e giornalista. Sette volte Presidente del Consiglio, otto volte Ministro della Difesa, cinque volte Ministro degli Esteri, tre volte Ministro delle Partecipazioni Statali, due volte Ministro delle Finanze, Ministro del Bilancio e Ministro dell'Industria, una volta Ministro del Tesoro, Ministro dell'Interno, Ministro dei Beni Culturali (ad interim) e Ministro delle Politiche Comunitarie.

Il discorso tenuto dal Presidente Giulio Andreotti nel 1984 e che riprendiamo dall’archivio Andreotti davvero esprime l'attualità della storia.
Ecco di seguito il testo.
 

 
Noi abbiamo avuto all’inizio della nostra vita politica una preoccupazione: dare un ancoraggio alla politica nazionale che fosse il legame con la politica anglosassone o, possiamo dire anche più ampiamente, angloamericana. Tutte le volte che l’Italia, nella sua storia, si è allontanata da questa politica, sono stati guai. Però, a differenza di altri momenti e di altre concezioni, noi non vediamo ciò in antitesi ad una politica mediterranea, ma vediamo anzi una sintesi; e come ci rifiutiamo di credere che una politica europea saggia voglia dire una politica anti-americana, così ci rifiutiamo di credere che una politica ancorata alle grandi radici dell’unità democratica che allarga i nostri orizzonti verso il Nord, significhi una diminuzione del nostro impegno o che questo impegno verso il Mediterraneo sia un impegno, in qualche maniera, di superamento delle difficoltà, (talvolta difficile). Abbiamo alcuni Paesi che sono retti da personaggi non molto facili. Forse loro, guardando noi, pensano che siamo ancora noi non molto facili. Tanto per esemplificare, mi riferisco alla Libia, mi riferisco a Malta: abbiamo continuamente delle difficoltà, però la nostra linea politica è quella di cercare di rimuovere queste difficoltà, e di non interrompere mai dei legami, dei canali di comunicazione. Vi sono degli stolti che sono contenti quando, ad esempio, tutto il mondo arabo, la grande nazione araba, ha delle difficoltà nel proprio interno. Allora dicono: “beh, meno male, sono meno pericolosi”. Perchè dico che sono stolti? Perchè tutto quello che divide, non è assolutamente vero che consente a chicchessia di imperare, ma aumenta le difficoltà e le tensioni di tutti. Ed anche su questo, io credo che, con molta attenzione, abbiamo cercato e cerchiamo di condurre una politica che consenta di rimuovere quello che è un insieme, qualche volta, di incomunicabilità. Se c’è una lotta fra fratelli, il nostro dovere è quello di cercare, se possiamo, di aiutarli a superare, non di mettere un canale che divida questi fratelli. Noi, che abbiamo considerato il Mediterraneo in un modo leggermente largo, possiamo avere delle soddisfazioni, oggi. Quando Forlani e io, nel 1978, andammo nell’Iraq, era un momento difficile, il momento dopo Camp David, il “fronte del rifiuto”, però parlando, noi sostenemmo che era necessario che si cercasse in qualche maniera di avere, accanto a colloqui che già esistevano con l’altra superpotenza, un colloquio con gli Stati Uniti d’America, e scrivemmo al Presidente Carter, dicendo: “Guardate che per risolvere i problemi di un’area così difficile, se non si hanno colloqui, se non si hanno intese, se non si cerca almeno di discutere, non si arriva ad una soluzione”. E la stessa cosa, del resto, abbiamo potuto vedere, in tempi più ravvicinati, con la Siria. Da sola, la Siria non è certo in condizione di risolvere i problemi del Medio-Oriente, ma senza la Siria è una illusione di risolvere i problemi del Medio-Oriente: si può avere tutta la flotta che si vuole, non è con quella che si risolvono i problemi. E mi pare che, sebbene non possiamo dare per risolto quello che ancora è un inizio di un processo di ristabilimento di situazione interna, ciò che sta accadendo nel Libano ci incoraggia in questa direzione. Ci incoraggia anche nei confronti di Israele. Non faccio qui distinzioni tra sionismo ed ebraismo, sarebbe un discorso più lungo, che non possiamo certo fare in questo scorcio di riunione; ma un Paese come il nostro, che ha vissuto il razzismo e le leggi razziali, deve stare attentissimo su questo tema. Nessuno può non farsi carico di questo, però i principi devono valere per tutti, e quando noi sosteniamo la causa del popolo palestinese, il diritto del popolo palestinese ad avere non una quale che sia sistemazione politica, ma la possibilità di avere una propria patria, siamo altrettanto coerenti, come quando De Gasperi ci insegnava, e allora ci si metteva anche un po’ contro l’Inghilterra, ad aiutare gli ebrei ad imbarcarsi clandestinamente per tornare in una terra nella quale storicamente avevano delle aspirazioni.  
Ne parlo perchè strettamente collegato al problema del Mediterraneo: il problema palestinese è un cardine della sistemazione del problema del Mediterraneo. Noi riteniamo che forse qualche cosa cammina. Per carità, qui ci sono esperti che sanno molto più di me. Per esempio, vedo delle situazioni mutare radicalmente e in senso positivo devo pensare che ci sia una Provvidenza islamica, non solo una Provvidenza cattolica. Oggi vedo una situazione di maggiore apertura: i rapporti, che prima erano così tesi tra Arafat e i notabili della Cisgiordania si sono allentati quando questi notabili hanno parteggiato per Arafat, nel momento della crisi dell’OLP.  
Ho letto delle dichiarazioni preliminari, che possono consentire un discorso che arrivi ad avere poi delle soluzioni di carattere positivo, questo lo vedo con una chiave che a me sembra vada considerata favorevolmente. Certo, c’è sempre una serie di problemi nel Mediterraneo, difficili ad essere risolti. Trentacinque anni fa, alle prime riunioni NATO, nelle quali si discuteva del problema di Cipro, si dava incarico ogni volta ad un saggio, Galloplaz, all’ecuadoriano, e così via, di cercare una soluzione. Non possiamo dire che una soluzione sia stata trovata, anzi la situazione negli ultimi tempi s’è fatta forse, più complicata. Però, certamente, dobbiamo dire che questo complicato Mediterraneo, non è poi che abbia problemi molto più complessi di quelli di altre aree del mondo. Come si può avviare una politica, nella quale vi sia da un lato una collaborazione per la sicurezza, e dall’altro una cooperazione per lo sviluppo?
Noi abbiamo, credo, fatto dei passi avanti notevoli, nel collegare economicamente tra di loro i Paesi del Mediterraneo. Basti pensare al gasdotto algerino, basti pensare alla serie di rapporti di carattere commerciale, di carattere economico che si sono frattanto instaurati. Oggi dobbiamo camminare su due direzioni: una è quella di carattere storico-culturale. Noi facciamo politica, però la politica non è qualche cosa che prescinda dalla cultura, che prescinda dalla religione, intesa con la R maiuscola.   Alcuni anni fa lessi gli atti del colloquio tra cristiani ed islamici, fatto a Tripoli. Ricordate il Card. Pignedoli? Rappresentava la Santa Sede. Naturalmente questo mondo è un po’ cattivo, e deve sempre trovare l’accento sulle cose che non vanno. Bene Pignedoli cominciò a dire: “C’è stato equivoco nelle traduzioni di alcune cose; sono veramente meschinerie”. Io credo che si approfondiva una linea che occorre riprendere. E l’Italia ha una sua qualificazione, perchè abbiamo da tempo notevole, nelle nostre università, un approfondimento straordinario di studi nei confronti di Paesi Arabi del Mediterraneo. Questo ci deve occupare e preoccupare, perchè sono premesse per legare certe posizioni.  
Poi c’è la necessità di collegare l’area del Mediterraneo all’area della cooperazione e sicurezza reciproca, come proiezione dell’Europa e, nello stesso tempo, cercare di fare con i Paese del Nord dell’Africa, una specie di cerniera attraverso la quale sia possibile, in modo approfondito e tenendo conto di ciascuna delle peculiarità delle singole etnie, stabilire una comunicazione permanente tra l’Europa e il resto dell’Africa. Quando si parla di queste cose si può essere anche considerati dei sognatori o delle persone che perdono il tempo. Se uno ritiene di poter risolvere questi problemi in poche battute, certamente che va incontro a delusioni profonde. Io ritengo, invece, che queste cose dobbiamo sentirle come uno degli scopi della nostra azione politica, corroborata dalle esperienze che fino ad ora si sono avute. Esistono tanti modi di dialogare e cooperare.   A conclusione di questo mio intervento, vorrei individuarne uno, non ultimo come importanza qualitativa: lo scambio di studenti. I tanti studenti che vengono anche da noi, rappresentano dei punti di unione. Alcuni di essi guardano a fondo anche i nostri difetti, non è che imparano soltanto alcune pagine di letteratura o alcune cose che sono brillanti. Quando analizzo certe forme che essendo massimalistiche creano una serie di guai, mi sforzo di riportarle ad una forma moderata. Quando analizzo alcune di queste situazioni, mi domando se qualche volta non è anche colpa nostra. Questi studenti, che stanno alcuni anni da noi, o in altri Paesi occidentali, o nell’Unione Sovietica e altrove, possono avere due tentazioni: essere presi da un rapporto con un marxismo-leninismo accentuato, che riportano in patria, come patrimonio della loro permanenza da noi e da altri Paesi; oppure, dinanzi al materialismo delle nostre società essere spinti a sentire la nostalgia per una purezza, per una ecologia naturalistica, ed essere indotti a negare in blocco la validità di tutto quello che appartiene alla cosiddetta civiltà occidentale. Così nascono determinate situazioni, che tutti conosciamo, e quando poi ci si mette in posizione polemica, gli sviluppi sono calibrati, sono equilibrati.   Io vorrei concludere, rallegrandomi che il nostro Partito abbia introdotto nella Festa dell’Amicizia questo appuntamento annuale, anche se per la fretta, a volte sembra di stare nelle preture, dove in ogni sezione si fa una cosa, allora magari uno sbaglia sezione e quindi crede di stare in una cosa, e invece, sente riparlare della sanità, di ecologia o della telematica, mentre era venuto per parlare del Mediterraneo. La presenza di questi temi nella nostra Festa dell’Amicizia, a me sembra che abbia una grande validità. Quanti ritengono che attraverso armamenti sempre più sofisticati si possono creare le premesse per risolvere i problemi tra l’uno e l’altro Paese del Mediterraneo, sono, evidentemente, in errore. E chi aiuterà a fare magari un piccolo passo per rasserenare questo mare, che deve essere veramente di tutti, credo che sarà benedetto da Dio. E, almeno con i monoteisti, abbiamo qualche cosa in comune, per credere che questa benedizione ci venga data.   

E OGGI...
  Per necessità (sicurezza), vantaggio economico, costrizione esterna, vocazione storica e ideale: come costruire, in Italia, una politica per il Mediterraneo?
ANDREOTTI: E' un atteggiamento psicologico e politico che definirei "naturale"…  

Quando il nostro Paese ha saputo meglio esprimere la sua capacità di relazione con i vicini?
  ANDREOTTI: In questo rapporto occorre che si bilancino diritti e doveri.  

Lei è protagonista e testimone di come la politica mediterranea sia stata concepita e realizzata prima e dopo il 1989. Come il nostro Paese può rimanere in prima linea per un mondo più stabile e pacificato?

ANDREOTTI: C'è ancora molta strada da percorrere, ma la direzione italiana è senz'altro giusta.  

Nel Mediterraneo siamo più italiani, più europei, più occidentali euro-atlantici, più cristiani?
ANDREOTTI: Occorre, al riguardo, una equilibrata sintesi…  

Libia, Iran, Israele e Palestina… Per un fruttuoso approccio a questi Paesi e ai loro popoli, dia un consiglio ai naviganti.

ANDREOTTI: Prima di tutto occorre comprendere di ciascuno, affinità e differenze.

Dalla sponda sud del Mediterraneo si entra in Africa (dove troviamo sempre più presente, ad esempio, anche la Cina).

ANDREOTTI: Il mondo cammina sempre di più verso interdipendenze.

Lei racconta sovente che il Cardinale di Algeri Duval, così rispose al presidente algerino che gli chiedeva che cosa potesse fare per lui: «Cerchi l’occasione, Presidente, di dire qualche volta bene dei cristiani». C’è spazio per la testimonianza in politica estera, oggi soprattutto?
ANDREOTTI: E' la grande idea del dialogo e della comprensione. Il cristiano è naturaliter aperto alle comprensioni e alla tolleranza.