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Intervista a Ferruccio Fazio



Ferruccio Fazio
Vice Ministro del Ministero del Lavoro, della Salute e delle Politiche Sociali.
È stato Professore Ordinario di Diagnostica per Immagini e Radioterapia, Facoltà di Medicina e Chirurgia, Università di Milano-Bicocca, Royal Postgraduate Medical School, Hammersmith Hospital, Università di Londra e Rappresentante Italiano, all’European Neuroscience Program, European Science Foundation.  Laurea Honoris Causa in Medicina e Chirurgia all’Università di Lund (Svezia).  

Viceministro Fazio, per quali ragioni, a fronte di un servizio sanitario regionalizzato e dell’imminente ulteriore decentramento legato al federalismo fiscale, può essere utile tornare ad istituire il Ministero della salute?  
L’attuazione, da parte dello Stato, della funzione di garanzia dell’effettiva erogazione dei livelli essenziali di assistenza, punto nodale nel nuovo assetto costituzionale, richiede la realizzazione e l’ implementazione di strumenti valutativi in grado di rilevare le disomogeneità e le disuguaglianze della domanda e dell’offerta, tenendo conto delle differenze della struttura demografica, sociale ed economica della popolazione di ciascuna regione, del grado di sviluppo dei diversi sistemi regionali e dell’effetto che tale differenza induce sul versante della domanda. Da ciò emerge la strategica importanza del Ministero della salute, che è in grado di valorizzare le diverse esperienze attuate nei vari contesti regionali, mantenendo però l’unitarietà del Sistema e promuovendo gli elementi di positiva emulazione e confrontabilità tra i diversi ambiti regionali, capaci di arricchire il nostro Sistema Sanitario, rendendolo ad oggi, tra i più efficaci ed efficienti a livello europeo.  

Proprio la regionalizzazione della sanità italiana ha reso più evidente un fenomeno in realtà già consolidato, ovvero l’esistenza di sistemi sanitari con pregi e difetti differenti da regione a regione. Il federalismo fiscale dovrebbe garantire livelli di spesa più omogenei riducendo sprechi ed inefficienze. Ma in che modo ritiene si possano invece, incrementare e rendere più omogenei i livelli delle prestazioni sanitarie in tutto il Paese?  
Le logiche di finanziamento finora seguite prescindono dalla loro puntuale parametrizzazione alla verifica dell’effettivo costo dei Livelli Essenziali di Assistenza in condizioni di efficienza ed appropriatezza. Una loro valutazione è stata operata solo in termini marginali in occasione della modifica dei LEA dettata dall’esigenza di introdurre nuove prestazioni nell’ambito dei LEA per le quali si è reso necessario valutarne l’impatto finanziario aggiuntivo. Governo e Regioni hanno ritenuto necessario individuare un livello di fabbisogno predefinito al cui finanziamento concorre lo Stato nel rispetto della piena erogazione dei LEA e compatibile con le risorse finanziarie pubbliche rese disponibili, nel rispetto degli impegni assunti dallo Stato a livello europeo in materia di finanza pubblica.
È partendo da queste impostazioni che andrà affrontata la fase di concreta applicazione della normativa in materia di federalismo fiscale, affondando il tema dei costi standard. Un’adeguata definizione dei costi standard richiede che nelle singole regioni siano stati approntati sistemi di controllo e di contabilità analitica, assicurando tutti i necessari dati sui flussi di produzione e sui sistemi gestionali, in quanto oggi dobbiamo registrare in molte regioni incoerenza   tra dati gestionali e registrazioni contabili. In queste condizioni può essere problematico determinare per singola linea prestazionale il relativo costo standard. Bisognerà pertanto procedere per approssimazioni successive.
Il Ministero della salute ha attivato alcune linee di approfondimento tematico, in particolare rivolte a:
1. l’ individuazione delle situazioni regionali definibili “best practice” sotto il profilo di:
- l’erogazione delle linee prestazioni dei diversi livelli di assistenza sulla base di indicatori     selezionati, in base a criteri di appropriatezza ed efficienza allocativa;
- l’utilizzo dei fattori produttivi adoperati nella produzione di servizi sanitari (personale, beni e servizi, generali e specifici).
2. il conseguente calcolo dei rispettivi costi regionali, da utilizzare per la successiva stima di costi standard, per orientare la fissazione dei livelli di fabbisogno finanziario nelle singole regioni, sulla base del fabbisogno nazionale fissato in sede di programmazione economico finanziaria nazionale.  

Da tempo si sente dire che occorre anche ripensare la sanità sul territorio, riducendo il numero di piccoli ospedali, specialmente al sud, responsabilizzando maggiormente i medici di famiglia. In che modo e su quali versanti ritiene sia più utile ed urgente intervenire?
 
Il SSN sta affrontando le due grandi sfide demografiche ed epidemiologiche, relative alla non autosufficienza, che assorbe il tema dell’assistenza agli anziani e ai disabili non autosufficienti, ed all’incremento dei costi legato allo sviluppo della tecnologia e ai nuovi farmaci.
Per affrontare queste sfide assistenziali occorre pensare a manovre strutturali e di incremento dell’efficienza, soprattutto nelle realtà dove si registrano cospicui disavanzi, in modo che le nuove risorse messe a disposizione dallo Stato restino vincolate ai fondamentali obiettivi di miglioramento del Servizio Sanitario Nazionale, individuati congiuntamente dallo Stato e dalle Regioni. Dobbiamo ripensare i processi di cura centralizzandoli sul cittadino ed i suoi bisogni sanitari, promuovere l’assistenza sociosanitaria e la rete per la non autosufficienza, rilanciare a tutto campo la prevenzione primaria, secondaria e terziaria.
Tre sono dunque le direzioni di marcia.
Occorre ripianificare organicamente gli interventi di prevenzione: questo è il settore in cui possono essere conseguiti forti margini di miglioramento in termini di condizioni di salute del Paese.
Occorre poi ridefinire il ruolo e le modalità organizzative delle cure primarie, in modo che vi sia continuità assistenziale e coerenza tra i processi di deospedalizzazione e l’accoglienza da parte del territorio, rappresentato dal medico di base, che deve saper fare fronte alle nuove sfide. Occorre infine riqualificare i percorsi diagnostico terapeutici e quindi la medicina specialistica ed ospedaliera, rispondendo a due esigenze: la prima è quella di fare in modo che tendenzialmente tutto ciò che viene praticato dovrà essere basato su una buona evidenza clinica, la seconda è quella di saper scegliere le corrette opzioni tra diverse alternative terapeutiche possibili.  

Gli ultimi dati disponibili sulla mobilità dimostrano che ancora oggi circa un milione di persone emigra ogni anno dalle regioni del Sud verso le strutture sanitarie del Nord e del Centro. Quanto tempo e quali interventi saranno necessari per modificare questo trend?  
Il fenomeno di mobilità tra le diverse regioni ed in particolare tra le regioni del sud e quelle del centro-nord è un problema con il quale ci stiamo confrontando da anni. Esso è espressivo di un persistente divario tra la qualità delle strutture sanitarie nelle diverse parti del Paese. L’approccio al problema dovrà essere duplice: da un lato intervenire per promuovere specificamente il rinnovamento tecnologico e strutturale delle strutture sanitarie meridionali, dall’altro favorire una più adeguata capacità di governo dei sistemi sanitari delle aree meridionali, promuovendo lo sviluppo di reti assistenziali integrate in cui i centri di eccellenza, presidi ospedalieri e strutture sanitarie territoriali operino in maniera coordinata e sinergica.  

La situazione della migrazione dei pazienti è differente da regione a regione del Sud. Può fornirci una fotografia dettagliata delle diverse realtà regionali del Meridione?  
Prendendo in considerazione il saldo derivante dalla differenza tra la mobilità attiva e quella passiva emerge che le regioni del sud con saldo negativo sono: Campania (-46.210), Puglia (-26.934), Basilicata(-9.556), Calabria (-36.367), Sicilia (-33.084) e Sardegna (-7.557). Questi dati, riconducibili a ricoveri ordinari per acuti, in strutture pubbliche e private accreditate ( dati SDO), fanno riferimento all’anno 2006.  

Accanto alla mobilità in uscita esiste però, una mobilità in entrata tra le stesse regioni del sud e perfino dalle regioni del nord a quelle del sud. Può fornirci qualche dato anche a questo proposito e qualche esempio di strutture di eccellenza in grado di attrarre pazienti al sud? Su quali settori di ricerca, quali ambiti sanitari, sulla cura di quali patologie, ritiene sia utile puntare nel Meridione per incrementare il numero di queste strutture altamente competitive. 
Sono disponibili in tal senso informazioni ricavate dai dati SDO, riferiti all’anno 2006 e relativi alla mobilità attiva delle regioni. come riportato nella tabella sottostante.     

REGIONE DI RICOVERO   PROV DA ALTRE REGIONI
TOTALE TOT.(1) %
Abruzzo 247.763 34.012 13,7
Molise 59.033 15.020 25,4
Campania 806.791 18.399 2,3
Puglia 625.458 22.686 3,6
Basilicata 68.427 8.664 12,7
Calabria 273.011 9.004 3,3
Sicilia 704.002 11.647 1,7
Sardegna 233.961 4.139 1,8


Questi dati consentono di riflettere sulla necessità di potenziare, soprattutto in alcune regioni, strutture capaci di erogare prestazioni specialistiche di elevata complessità.    

L’Italia e la sua Sanità rappresentano in ogni caso uno dei cardini principali della medicina di eccellenza nell’area del Mediterraneo. Esistono dei dati relativi alla mobilità in entrata di pazienti stranieri in Italia e le strutture del Sud in particolare?
 
Le informazioni contenute nel flusso SDO consentono di individuare il numero di cittadini stranieri che hanno usufruito di prestazioni in regime di ricovero ordinario per acuti nel nostro paese. Il totale dei cittadini stranieri dimessi per l’anno 2006 è pari a 411.230 di cui oltre 57.000 sono stati ricoverati in strutture ospedaliere del meridione. Il numero di pazienti con residenza estera sono stati 75.783 di cui 15.006 ricoverati  in ospedali del sud.