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Un'area di scambio più solida avrebbe attutito la crisi globale

I segnali dall'export dal Sud Italia incoraggiano, ma la Ue passi dalle parole ai fatti

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di Riccardo Moro



Riccardo Moro
Economista. Direttore della Fondazione Giustizia e Solidarietà, creata dalla Conferenza episcopale italiana insieme a numerose organizzazioni laicali per la conversione del debito in Zambia e Guinea. È docente del Master in Economia dello Sviluppo e Finanza Internazionale presso la Facoltà di Economia dell’Università di Tor Vergata a Roma.

Se si guarda alla storia e alle caratteristiche culturali, politiche ed economiche dell’area mediterranea è immediato cogliere una particolare tensione tra elementi di prossimità ed elementi di distanza che caratterizzano i vari Paesi.
Questa condizione si osserva innanzi tutto sul piano culturale e religioso. Centrata sulla persona umana intesa come soggetto di diritti, la cultura europea liberale si formalizza in Stato col compito precipuo di tutelare e promuovere la vita dei suoi membri, in un contesto di tolleranza e libertà intrinsecamente legati alla dignità della persona. Questo cammino di cultura che si fa storia non sarebbe possibile senza il notevolissimo contributo del mondo arabo nel campo filosofico e in quello scientifico, in particolare nella matematica e nella logica. E quello stesso contributo culturale all’Occidente è fortemente caratterizzato dalla nascita e dallo sviluppo delle tre religioni monoteistiche che dal Medio Oriente sviluppano la loro influenza verso il Nord Africa e tutta l’Europa. A fronte di questa prossimità delle origini sono peraltro consistenti le distanze che emergono sul piano sociale nel mondo contemporaneo. Basti offrire come esempio la condizione femminile in Europa e in molti Paesi a maggioranza musulmana o la laicità dello Stato e della democrazia.
Un ambito particolare nel quale è possibile incontrare contemporaneamente prossimità e distanza è quello economico. Ad alto reddito pro capite, i tre Paesi europei della costa settentrionale del Mediterraneo, Spagna, Francia e Italia, sono seguiti da alcuni paesi membri dell'Unione Europea come Grecia, Cipro e Malta, che godono di livelli di reddito pro capite comunque utili a garantire un consistente benessere ai loro cittadini. Questi Paesi hanno da tempo orientato le loro economie verso il settore terziario, che rappresenta gran parte del loro Pil. A fronte di un grande livello di benessere faticano a garantire tassi di crescita elevati e, soprattutto nel caso dell’Italia, una pari distribuzione della ricchezza sul territorio, rivelando un sistema produttivo in molte aree saturo e aggredito dalla concorrenza dei Paesi emergenti, in cui manodopera a minor costo e legislazioni meno restrittive in materia sindacale e ambientale rendono più competitiva la produzione.
I Paesi della fascia nordafricana sono caratterizzati invece da reddito pro capite sensibilmente inferiore, classificati secondo la Banca mondiale nella cosiddetta fascia media. Qui il settore industriale costituisce l’elemento trainante delle economie, e il dibattito nazionale vede le relazioni industriali come un ambito in cui aumentare le tutele dei lavoratori, anche per renderli più attivi nel loro ruolo di consumatori.
L’area mediorientale è per certi aspetti simile a quella nordafricana, salvo Israele, più vicino economicamente ai Paesi europei, e includendovi la Turchia, Paese emergente dal punto di vista industriale. Analogamente uniforme, e diversa dal resto del quadro, può essere l’area balcanica, caratterizzata da un’industrializzazione più antica sebbene irregolare, che sta registrando una dinamica economica vivace, trainata soprattutto dalla Slovenia.
Queste differenze convivono con elementi di prossimità e di integrazione economica di una certa consistenza. Molte delle imprese attive nei paesi mediterranei a medio reddito sono europee. Delocalizzazioni, joint venture e fenomeni di subforniture e terzismo sono rilevanti sia nei Paesi nordafricani, spesso ad iniziativa di imprese dell’Europa meridionale, sia nei Balcani, in questo caso con una maggiore provenienza da Germania e Austria. Dappertutto le telecomunicazioni stanno diventando settore promotore di sviluppo e dal punto vista bancario si assiste ad una interessante integrazione con un ruolo sempre maggiore svolto, soprattutto nella fascia Sud, dalla finanza islamica. In questo quadro è interessante notare come la crisi finanziaria abbia avuto impatti diversi nei diversi paesi. A fronte di un percorso europeo con cadute molto severe e successivi cambi di andamento repentini e frequenti, le borse mediorientali e nordafricane mostrano uno sviluppo più misurato e, in diversi casi, con recuperi maggiori e variazioni complessive positive, come è il caso di Casablanca e di Beirut. L’incrocio fra i dati relativi alle dinamiche borsistiche e quelli delle previsioni di crescita elaborati dal Fondo Monetario Internazionale mostra come i Paesi più internazionalizzati siano più vulnerabili alla crisi finanziaria. Meno esposti sembrano invece i Paesi nordafricani, che hanno sviluppato una relativamente maggiore rete di rapporti sub regionali con i Paesi vicini. Da una analisi approfondita dei dati sembra si possa individuare un vantaggio nell’irrobustire i legami economici e commerciali regionali nell’area mediterranea, con l’obiettivo di creare un’area sufficiente grande e meno vulnerabile alle instabilità dei mercati finanziari occidentali e globali. È possibile sfruttare questa condizione per uno sviluppo anche da parte italiana? Le prossimità potrebbero diventare più forti delle distanze e promuovere un avvicinamento che anche da un punto di vista economico possa diventare percorso di integrazione efficace? Una strategia regionale potrebbe effettivamente creare mercati reali e finanziari meno dipendenti dalle fluttuazioni dei mercati speculativi internazionali.
Segnali in questa direzione provengono dall’analisi delle esportazioni delle imprese del Mezzogiorno italiano. Negli ultimi anni la percentuale del loro export verso i paesi dell’area mediterranea è salita significativamente creando un vero e proprio fenomeno di concentrazione in quell’aera. È il segno di una dinamica in qualche modo già in atto.
Occorre rimanere ad osservarla mentre si sviluppa spontaneamente? A parere di chi scrive una dinamica di questo costituisce una preziosa opportunità. Da un lato offrirebbe spazi a molte imprese italiane, in particolare - ma non solo – per quelle meridionali. Da un altro permetterebbe di gestire in modo più rispettoso per le persone e più sensato dal punto di vista economico e sociale il fenomeno delle migrazioni, che certo non si può credere di risolvere o “amministrare” come una questione di ordine pubblico. Infine una maggiore integrazione economica favorirebbe relazioni culturali e politiche e potrebbe avere un effetto positivo sia sulla riduzione della povertà, diffusa in alcuni paesi del bacino, sia sul processo di pace tuttora faticoso nell’area mediorientale. Passare dalle ipotesi ai fatti è questione che riguarda la politica. Perché i rapporti economici favoriscano processi umanizzanti occorre un’iniziativa che li collochi in un contesto più complessivo senza il quale il rischio è che le opportunità vengano raccolte solo dai più rapidi. O dai più rapaci. 
In passato la politica si è interrogata su queste prospettive. Nella Dichiarazione di Barcellona nel novembre 1995 firmata dagli allora membri dell’Unione Europea con Algeria, Cipro, Egitto, Giordania, Israele, Libano, Malta, Marocco, Siria, Tunisia, Turchia, Autorità Palestinese si lanciava la proposta di costituire un Partenariato Euro Mediterraneo (PEM), con l’obiettivo di pace, stabilità e prosperità condivisa, da realizzarsi attraverso cooperazione e partnership nel campo culturale e sociale. Il passo successivo era costituito dalla creazione di un’area di libero scambio, da realizzarsi entro il 2010. Per rendere efficace il PEM l’Unione Europea varò il programma MEDA, con cui rendere agevole il finanziamento delle iniziative utili a realizzare il PEM. Nonostante ciò, negli anni successivi alla Dichiarazione di Barcellona l’UE investì molto nella questione dell’allargamento a Est e la prospettiva mediterranea di fatto perse peso. Una simile scelta ha di fatto implicato uno spostamento della strategia dell’Unione da un’ottica Nord/Sud a una direttrice Ovest/Est. Oggi una iniziativa è stata rilanciata dal presidente francese Sarkozy, ma senza adeguato coinvolgimento degli altri partner europei, col risultato di indebolire anziché rafforzare il processo.
Attendere oltre però rischia di renderlo ancora più difficile. Crediamo davvero sia tempo che anche da parte italiana si provi a lanciare un’iniziativa. Partenariati di formazione, universitari, tra associazioni di categorie e di imprese o accordi commerciali possono essere strumenti preziosi. La politica può promuoverli con una prospettiva istituzionale autorevole. Occorre però farlo con attenzione, coinvolgendo tutti e a tutti offrendo protagonismo. Al di là di una prospettiva solo economica, un’iniziativa che sfruttando le prossimità riduca e distanze può favorire la pace. Se questo è vero, è irresponsabile non perseguirla.