Un'enciclica che restituisce centralità alla politica
Finito il tempo dell'iperliberismo, la nuova sfida per gli Stati
è coniugare etica e finanza
di Maretta Scoca
Maretta Scoca
Avvocato. È stata Sottosegretario al Ministero di Grazia e Giustizia; Sottosegretario al Ministero per le Attività e i Beni Culturali; deputato al Parlamento della Repubblica; Osservatore parlamentare alla Quarta Conferenza Mondiale sulle Donne tenutasi a Pechino; Rappresentante dei cattolici italiani alla Conferenza delle Religioni Pan-Islamica a Khartoum (Sudan); Presidente dell’Istituto Giuridico per la Tutela della Persona e della Famiglia.
Quale è o quale può essere, ed entro quali confini, l’interazione tra pubblici poteri e società solidale, tra autorità dello Stato ed etica?
Già appare difficile dare ai termini di questo confronto una definizione univoca e chiara.
Cosa si intende per autorità dello Stato, se non il potere legittimo che trova il proprio fondamento nella libera volontà della collettività che la conferisce?
E cosa si indica per etica, riferita alle relazioni tra tale autorità e la collettività, presa quest’ultima nella complessità dei suoi membri, ciascuno dei quali è portatore di un proprio bagaglio di cultura, di sentimenti, di aspirazioni?
Se si tiene conto che il concetto di autorità appartiene in primo luogo al diritto naturale e che il concetto di etica appartiene soprattutto alla filosofia, ed alla scienza soprannaturale della fede religiosa appare non agevole impostare e svolgere il nostro discorso ottenendo soluzioni generalizzabili, quindi riferibili ad ogni concreta comunità, vivente in un determinato periodo storico ed in un determinato territorio. Ma un punto deve essere tenuto per fermo.
La autorità, quale che sia il regime politico che la esprime: deve uniformarsi, costantemente, in ogni suo atto, alla legge naturale, all’ordine pubblico ed ai diritti fondamentali dell’uomo, esercitando il suo ufficio con mezzi moralmente onesti, quindi conformi alla retta ragione; deve consentire ad ognuno di alimentare, in un reciproco rapporto, le proprie capacità spirituali e morali partecipando al comune godimento del “bene”, in tutte le sue lecite espressioni.
Ogni sviamento da questa linea operativa, determina il sopruso e, quindi, ingenera uno stato di illiceità. Ma è sulla individuazione e la definizione di un bene che va fatta una riflessione. In primo luogo bene è l’accesso agli strumenti indispensabili per condurre una esistenza umana.
Tra questi debbono primeggiare: l’assicurare ad ognuno un lavoro retribuito, in tal misura da garantire una esistenza dignitosa; il dare alla famiglia sicurezza e tranquillità, nella pienezza delle sue fondamentali funzioni di primo nucleo dell’ordinamento collettivo e di primo ed insostituibile centro di educazione; il dare una informazione corretta, indipendente, completa e rispettosa dei diritti di ognuno. In secondo luogo, bene è sicurezza ed è stabilita di un ordine che assicuri la difesa legittima, collettiva e personale. Il perseguimento del bene, in tale duplice accezione, non può però essere convenientemente attuato con i soli strumenti normativi e con le sole strutture organizzative, predisposte dalla Autorità superiore. È necessaria, anzi indispensabile, la partecipazione volontaria e spontanea alla vita pubblica, nelle sue forme associative più disparate, di tutti e di ognuno, secondo le proprie capacità ed il proprio rango. È proprio in questa partecipazione che si realizza a pieno lo scopo della conservazione e della tutela del creato, che incombe ad ognuno di noi come compito fondamentale e motivo infungibile della stessa esistenza terrena. Certo è che non può farsi un discorso sul tema che ci interessa, prescindendo dal fenomeno della globalizzazione, che annulla i confini e tende a vanificare le differenze tra popolo e popolo. Ora, l’attuale accelerazione della globalizzazione mondiale dell’economia, trova insufficientemente preparati molti degli ordinamenti statuali.
In questo senso, si avverte la carenza dei pubblici poteri nei confronti delle leggi di mercato. Leggi, che hanno ormai frontiere e dimensioni di tale ampiezza, da non poter essere ricondotte in un “ordine globale”, se non con nuove forme di cooperazione internazionale. Forme di cooperazione queste che debbono trovare un denominatore comune, da perseguire con sinergie di contributi reciproci. Nel mondo virtualizzato, ciò che accade in una qualsiasi parte del pianeta Terra è destinato a riflettersi nei singoli punti del villaggio globale, con tutti i suoi effetti negati e positivi. Ma, per il momento, questo ordine globale appare esser una speranza utopistica.
Allora compete ai singoli ordinamenti statali, l’onere e la responsabilità di gestire questa situazione. Certo è che esiste spesso una contraddizione profonda tra politiche economiche dei singoli Stati e l’internazionalizzazione dei mercati. La disuguaglianza all’interno di una comunità e tra comunità e comunità, può minare le ragioni stesse della convivenza civile. Ma, non tutti gli Stati hanno gli stessi interessi contingenti, essendo diversificate ed a volte contrapposte le esigenze materiali immediate e le concezioni ideologiche. L’attività più delicata che i legislatori devono espletare è proprio quella di trovare una mediazione, un punto d’equilibrio tra le opposte concezioni, che, in senso lato ed alto, sono definibili come politiche. I liberisti ad oltranza sostengono che il mercato si autogoverna, in base alla regola della domanda e dell’offerta e che non supporta vincoli di alcun genere. E’ davvero così? Deve essere davvero così?
Indubbiamente la riduzione della sovranità degli Stati in materia economica impone una attenta riflessione sui pubblici poteri ed, in particolare, sul Welfare State. Non sarà facile salvaguardarlo dagli effetti e dalla logica della globalizzazione economica iperliberista.
Come ha ben sottolineato Benedetto XVI nella sua enciclica Caritas in Veritate:
La convinzione poi della esigenza di autonomia dell’economia, che non deve accettare “influenze” di carattere morale, ha spinto l’uomo ad abusare dello strumento economico in modo persino distruttivo. ·
L’attività economica non può risolvere tutti i problemi sociali mediante la semplice estensione della logica mercantile. Questa va finalizzata al perseguimento del bene comune, di cui deve farsi carico anche e soprattutto la comunità politica. Pertanto, va tenuto presente che è causa di gravi scompensi separare l’agire economico, a cui spetterebbe solo produrre ricchezza, da quello politico, a cui spetterebbe di perseguire la giustizia mediante la ridistribuzione.
Ma fermiamoci alla situazione dello Stato italiano e della Costituzione vigente che impone obblighi di solidarietà (artt. 2 – 3 – 38), di uguaglianza e di partecipazione.
Ecco che per raggiungere questi obiettivi l’azione dei pubblici poteri (intesi nel senso più ampio possibile) ha un ruolo determinante, in quanto l’attività economica, in particolare quella dell’economia di mercato, non può e non deve svolgersi in un vuoto istituzionale, giuridico e politico, in cui possa prevalere la legge del più forte.
Al contrario, i pubblici poteri debbono garantire, sorvegliare e guidare l’esercizio dei diritti umani nel settore economico. Se, da un lato, lo Stato deve ritirarsi dalle attività economiche che, meglio e più efficacemente, possono essere svolte dal settore privato, dall’altro lo sviluppo economico accresce l’esigenza di regole e di alcuni beni e servizi pubblici fondamentali, che devono essere esercitati dallo Stato. Dunque, né assenza di Stato, né totale esclusione del pubblico.
È, soprattutto, nei rapporti politico-istituzionali e sociali che deve realizzarsi una sana presenza di Stato e di pubblico, che si armonizzi con le attività private. Questi principi sono alla base della dottrina del cattolicesimo. La sussidiarietà, per il pensiero della Chiesa, non ha mai significato né capitalismo selvaggio, né iperliberismo del mercato, ma sviluppo del mercato nel quadro di regole capaci di gestire un privato che si armonizzi con il pubblico ed un pubblico che gestisca alcuni beni e servizi fondamentali, affinché ciascuna persona, formazione sociale e comunità di cittadini sia garantita nella sua crescita politica, sociale ed economica. Occorre contrastare le tendenze che vorrebbero proporre un esasperato individualismo.
E, seppur possa apparire strano, neppure l’economia può far a meno dell’etica. La violazione sistematica dei principi etici è dannosa, alla lunga, per la stessa proficuità dei risultati dell’attività di mercato. Si debbono così contrastare coloro che vogliono affermare un relativismo etico. Solidarietà tra generazioni, solidarietà con l’ambiente implicano, a livello di politiche economiche e sociali, interventi strutturali, capacità di scelta, in funzione degli obiettivi di risanamento e di rilancio, e di coerenza nelle strategie. Per concludere, vi è una necessità impellente di un nuovo ordine internazionale, nel quale sia sempre garantita la equità nell’accesso ai beni da parte di tutti i cittadini soprattutto dei più deboli ed indifesi. Non è ineluttabile che i ricchi siano sempre più ricchi e che i poveri siano sempre più poveri. Come non è ineluttabile che, nel quadro di un ruolo del “pubblico”, si vada affermando un modello di “economia” che prescinda da quello che deve essere il fine ultimo di ogni attività statuale: la tutela della personalità umana, nelle sue molteplici e variegate esplicazioni.
È, comunque, sempre in funzione della persona umana quale principio, soggetto e fine di tutte le istituzioni sociali che va tentata la costruzione di una società più giusta, nella quale lo spirito di solidarietà, ed oso dire di fraternità, deve avere un ruolo sempre crescente ed essenziale.
Se ciò non dovesse accadere non c’è da prefigurarsi un futuro equo e felice. Speriamo che non sia così.