Prospettiva Mediterraneo per il Mezzogiorno
Non solo piattaforma logistica: il sud Italia ora punta all’integrazione economica
di Luca Bianchi
Luca Bianchi
Nato a Roma nel 1968, laurea in Economia, dal 2006 è Vice Direttore della SVIMEZ, responsabile dell’area di ricerche sul mercato del lavoro e il welfare ed editorialista del quotidiano “Il Corriere del Mezzogiorno”.
Ha svolto attività di ricerca presso l’Istituto di Ricerche sui Problemi dello Stato e l’Istituto di Studi sulle Relazioni Industriali e di Lavoro. Ricercatore della SVIMEZ dal 1996, dal 2001 fa parte del comitato di redazione della Rivista Economica del Mezzogiorno.
Il Mezzogiorno deve diventare la piattaforma logistica del Mediterraneo. E’ questa l’immagine che ha accompagnato il dibattito sul Mezzogiorno e sulle sue prospettive a partire dall’inizio degli anni 2000. Il rapido affermarsi nella competizione globale delle economie dell’India e poi della Cina ha dato ampio respiro a questa chimera mediterranea; una prospettiva che aveva la forza dialettica di tramutare l’incubo di un progressivo spiazzamento delle produzioni meridionali dai prodotti a più basso costo prodotti dagli indiani e dai cinesi, in un grande sogno; quello di diventare “la piattaforma logistica dell’Europa nel Mediterraneo”, cioè una specie di grande porto di scambio e interscambio di merci che avrebbe arricchito significativamente il nostro Mezzogiorno. L’immagine di migliaia di meridionali che con il caschetto giallo, come brave formichine lavoratrici, spostavano freneticamente casse e container, dalle navi di grande cabotaggio a quelle più piccole è sembrata a molti non solo una prospettive credibile ma soprattutto una scorciatoia verso le sviluppo che prescindeva dalle esigenze di adeguamento del contesto produttivo e infrastrutturale.. Da qui anche le moltissime proposte di costituire porti franchi e aree di libero scambio e l’aspettativa con qualche secolo di ritardo di far rivivere al nostro Mezzogiorno i fasti della repubbliche marinare. Purtroppo gli anni sono passati ed è ora di svegliarsi da questo sogno ad occhi aperti. Gli effetti della crescente competizione sui settori tradizionali si sono fatti sentire mentre ben poco ci si è avvantaggiati di questa nuova centralità mediterranea! Anche l’unica esperienza positiva nel Sud, il porto di Gioia Tauro in fondo finisce per confermare la debolezza di questa impostazione.
Gioia Tauro rappresenta, pur con tanti limiti, un’esperienza di successo nel Mezzogiorno. Al centro della direttrice tra Suez e Gibilterra, e in posizione baricentrica con tutte le rotte del Mediterraneo, Gioia Tauro - l’unico, tra i maggiori porti italiani, a poter ospitare nelle sue banchine navi container di grande dimensione (12.000 TEU) – è divenuto in pochi anni il porto di transhipment leader nel Mediterraneo. Nel 2007 con 3,5 milioni TEU raggiunge il suo record storico e, con una crescita del traffico container del 19,1% rispetto all’anno precedente, è risultato il più dinamico tra i principali porti italiani e del Sud Europa. Quale migliore esempio di piattaforma logistica! Eppure se andiamo a vedere l’impatto economico e sociale di Gioia Tauro i dati sono desolanti. Il porto non solo non ha avuto effetti consistenti sull’economia meridionale, ma neanche su quello regionale; se andiamo a vedere gli indicatori economici non si riesce a rilevare effetti significativi neanche nella provincia. Tra il 2001 e il 2006 il tasso di crescita del prodotto per abitante della provincia di Reggio Calabria è stato di appena lo 0,1% medio annuo, inferiore di due decimi di punto alla media Mezzogiorno; la produttività si è addirittura ridotta dell’1,6%.
L’esperienza di Gioia Tauro dimostra dunque chiaramente che un rafforzamento del ruolo del nostro Paese, attraverso il Mezzogiorno, nel Mediterraneo richiederebbe un approccio assai più sistemico in cui potenziamento dei traffici, ampliamento dei porti, completamento del sistema infrastrutturale e stabili relazioni economiche dovrebbe rappresentare assi fondamentali e coordinati.
A Gioia Tauro, le carenze nell’assetto logistico dell’intera area (interporto, intermodalità, qualità della rete) e l’assoluta mancanza di reti di collegamento con i sistemi intermodali sia ferroviario sia autostradale hanno finito certamente per depotenziare le capacità del porto. Dunque investimenti infrastrutturali insieme alla messa in sicurezza dell’area portuale dalle infiltrazioni mafiose rappresentano per molti versi una esigenza imprescindibile.
Accanto però al tema della logistica, connessa con il transito delle merci dalla Chindia, il Mediterraneo sta diventando sempre più negli ultimi anni un’area economica importante sia come area di destinazione di investimenti esteri sia come possibile mercato di destinazione.
Gli ultimi anni hanno messo in luce accanto alla crescita dei traffici container, altri importanti elementi dinamici nella regione mediterranea.. In primo luogo va sottolineato come negli anni duemila i Paesi che si affacciano sul Mare Nostrum abbiano fatto segnare tassi di sviluppo molto elevati. Il tasso di crescita del prodotto interno lordo si colloca tra il 5 e il 6% nella zona balcanica, arrivando al 16% in Montenegro. Nella fascia nordafricana, Marocco, Tunisia ed Egitto in particolare, la crescita è stata dell’8%. Tassi di crescita superiori al 5% si registrano anche nelle aree del Medio Oriente. Anche la crisi internazionale, in base alle stima del Fondo Monetario Internazionale, dovrebbe rallentare la dinamica di crescita ma non annullarla, con tassi di variazione del PIL previsti anche nel 2009 tra il 2 e il 4% nei Paesi della fascia nordafricana del Mediterraneo. La crescita economica, associata in alcuni di questi Paesi ad un processo di espansione della libertà economica e civile, può determinare una crescente diffusione del benessere e quindi un incremento della domanda di beni di consumo, anche durevoli, che potrebbero essere soddisfatti dalle imprese italiane e meridionali in particolare, che proprio in questi settori presentano elevati livelli di specializzazione.
Questi processi di sviluppo stanno attivando già da ora più intense relazioni economiche internazionali attraverso un rapido incremento degli scambi commerciali. Il sistema produttivo meridionale ha ampliato decisamente negli ultimi anni la sua capacità di penetrazione sui mercati dei Paesi della sponda Sud del Mediterraneo. La crescita nell’ultimo decennio del peso delle merci meridionali esportate verso i paesi dell’Africa del Nord è stata ben al di sopra di quanto registrato a livello mondiale. Le esportazioni delle imprese meridionali verso i Paesi del mediterraneo sono cresciute tra il 2000 e il 2007 del 77%, quelle delle imprese del Centro-Nord del 45%.
L’export verso i paesi dell’Africa settentrionale appare inoltre risentire in misura limitata di fattori prettamente congiunturali. Nel 2008 il valore delle esportazioni del Sud verso i paesi mediterranei è aumentato di quasi il 40%. Ormai circa un terzo delle esportazioni meridionali che escono dall’Unione europea vanno verso i paesi mediterranei.
La prospettiva di una stabile crescita economica del Mediterraneo può rappresentare un importante mercato di sbocco per le imprese meridionali. Il Mezzogiorno potrebbe trovare dunque nella tanto invocata “prospettiva mediterranea” non solo una condizione per il rilancio della sua economi attraverso le opportunità di diventare la piattaforma logistica dell’Europa, ma anche un rilancio del tessuto produttivo attraverso un processo di vera e propria integrazione economica.