Globalizzazione per unire le molte afriche
Il continente nero partecipi alla riscrittura delle regole della finanza e dell'economia
di Vincenzo Ricciuto
Vincenzo Ricciuto
È professore ordinario di Diritto Civile nell’Università degli Studi di Roma Tor Vergata, dal 1 novembre 2006. È avvocato cassazionista e componente del Consiglio Superiore dei Lavori Pubblici.
Si potrà parlare del primo decennio del 2000 come di un periodo storico decisivo per una evoluzione credibile della “questione” africana, in termini di vicenda geopolitica su cui misurare la prospettiva di tenuta e sviluppo equilibrato dell’intero pianeta, nell’era della globalizzazione? Il dibattito politico, culturale, scientifico su questo tema, che ha preceduto ed accompagnato il recente G8 dell’Aquila, ed anche gli esiti del grande appuntamento internazionale potrebbero far pensare che, questa volta, potremmo essere sulla strada giusta.
Dopo il G8 di Genova del 2001, dove a fronte dell’esplodere dell’Hiv/Aids, si riuscì ad ottenere almeno il risultato del Fondo Globale rendendo disponibile fondi consistenti per far fronte all’emergenza sanitaria ed avviare politiche di sostegno ai paesi devastati dalla miseria alimentare, è seguito lo stesso appuntamento di Gleneagles nel 2005, dove i Grandi della Terra (?) si erano impegnati a versare lo 0,51 per cento del Pil in aiuti entro il 2010, aumentando questa percentuale allo 0,70 entro il 2015. I fatti hanno smentito le promesse, e, relativamente al nostro Paese, l’impegno è stato solo nella misura del 3 per cento di quanto annunciato.
Oggi, prima e dopo il vertice dell’Aquila, si può parlare di un mutato atteggiamento intorno alla “questione” africana, di una più diffusa ed intensa consapevolezza sulla situazione della “grande madre dell’umanità” e sulla sua sempre più crescente rilevanza economica e sociale (così culturale, spirituale) nel futuro del Pianeta?
Occorre ragionare su elementi concreti, fatti e dati che ci dicono che la nostra tradizionale idea dell’Africa (ancora nel 1963 lo storico Trevor-Roper affermava “Forse in futuro ci sarà una storia africana. Ma al momento non ce n’è: esiste solo una storia degli europei in Africa”) appare sempre più frutto di un retaggio culturale riconducibile ad un genere letterario che pure ha avuto la sua fortuna nel secolo scorso ma che oggi fa torto alla realtà dei fatti. I quali ci dicono che non esiste più l’Africa come continente monolitico, come non esiste un’Asia o un’Europa tout court, per non parlare del continente americano, a cui da sempre ci si riferisce al plurale come le Americhe.
Ce ne siamo già occupati su questa rivista (v. n. 1/2009), ma vale ancora la pena ricordare che la sponda sud del Mediterraneo, dal Marocco alla Libia è ormai una realtà economica mondiale, in termini di crescita costante del Pil, di attrazione di investimenti, di fenomeni di delocalizzazione industriale dei Paesi occidentali, di progressiva, forte evoluzione culturale quanto a numero di laureati, conoscenza della lingua inglese, capacità di visione internazionale. Semmai, si può e si deve lavorare ad un incremento della presenza dei Paesi europei (e segnatamente di quelli dell’Europa mediterranea, a partire dal nostro) in quest’area fondamentale del continente africano, a fronte di quelle, sempre più solide (in termini di investimenti e di imprese industriali e commerciali), cinese ed indiana.
Bene ha sottolineato Barbara Spinelli (La Stampa del 5 luglio2009) che “l’Africa è l’unico continente che ha bisogno della globalizzazione come del pane, che da oltre un decennio ha preso a crescere e a cercare forme di governo meno caotiche, e tuttavia insistiamo a guardarla con le lenti della storia europea”.
Si coglie nel dibattito odierno l’idea dell’Africa come fenomeno che offre straordinarie opportunità di mercato, più che occasioni di politiche umanitarie legate a contingenze ed emergenze economiche e sanitarie (dalle carestie alimentari ad epidemie devastanti). Una realtà di 900 milioni di africani che tuttavia potrà assurgere a mercato globale solo se, sul piano dell’economia, il cittadino africano (e così l’impresa africana) sarà, al contempo, produttore e consumatore, esportatore di merci ed importatore di merci, secondo la logica dell’offerta e della domanda, della convenienza e dell’utilità economica. Si pensi al tema dell’agricoltura: in Africa vi è un potenziale produttivo altissimo, ma servono esperti, tecnologie, macchinari per costruire una agricoltura moderna, che trasformino il contadino africano da mero produttore-consumatore della sua coltivazione a soggetto esportatore di quei prodotti, a sua volta in grado, da consumatore, di acquistare prodotti provenienti da altre zone del mondo. E si pensi al tema delle infrastrutture, strade, linee ferroviarie, energia. In questo campo, la presenza delle imprese europee, realizzando le opere fondamentali allo sviluppo del territorio ed offrendo occupazione alla manodopera locale e formazione professionale alle giovani generazioni africane, determina le condizioni, nel medio-lungo periodo, di un’economia che diventa sistema complessivo, capace di competere con il resto del mondo, affrancandosi dagli stereotipi del filantropismo forzato e proponendosi come realtà moderna, protagonista delle sfide della globalizzazione.
Ma sono sufficienti i modelli e gli interventi economici per passare dall’emergenza allo sviluppo, per segnare definitivamente l’evoluzione del continente africano, senza i rischi di una storia che riparta sempre dall’inizio, dell’Africa come un’invenzione letteraria europea?
Evidentemente no, quegli interventi non solo non sono sufficienti, ma non sono neanche possibili se non si favorisce l’affermazione di una leadership forte ed autorevole, un sistema di amministrazione efficace, un quadro certo di riferimento giuridico, secondo le regole dell’economia globalizzata. Ed in questo quadro ricostruttivo, le considerazioni più convincenti, anche nell’ottica del giurista, le ha svolte nei giorni scorsi, in occasione del G8 dell’Aquila, non un laico, ma un autorevole esponente della chiesa cattolica, il cardinale Angelo Bagnasco, che, “lungi dal voler cadere nella trappola di valutazioni ideologiche”, assai opportunamente ha sottolineato come “l’innegabile piaga della corruzione che attanaglia l’Africa, la lontananza dei mercati globali dai bisogni reali delle popolazioni, la debolezza contrattuale delle imprese autoctone, il potere indiscriminato delle compagnie straniere e degli intermediari, oltre all’assenza più generale di regole certe nel commercio, sono fenomeni che sortiscono un effetto devastante sulle popolazioni civili.
Non siano allora i poveri a pagare per la crisi che sta colpendo il mondo perché significherebbe far sprofondare l’Africa nell’abisso della miseria” (La Stampa del 5 luglio 2009). Si può aggiungere che oggi si riscrivono le regole dell’economia contemporanea, i criteri ed i limiti della circolazione della ricchezza, il quadro giuridico della globalizzazione: non sarebbe il caso che a questi tavoli della discussione e della elaborazione giuridica sedessero anche i paesi del continente africano, nella prospettiva di diventare protagonisti della loro evoluzione, partecipando alla formulazione della nuova lex mercatoria, dei nuovi rapporti tra poteri pubblici e ricchezze private, riforme politiche e regolazione dei mercati?