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NUOVI DIALOGHI

L'Africa, banco di prova per la comunità internazionale

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di Guido Lenzi



Guido Lenzi
Ambasciatore, già Direttore dell’Istituto di Sicurezza Europeo di Parigi, ha rivestito incarichi presso sedi bilaterali come Algeri, Londra e Mosca e alla Direzione Affari Politici del Ministero degli Esteri. È stato Consigliere Diplomatico del Ministro degli Interni per due legislature. 

Le frontiere sono state rimosse, realmente o idealmente, ovunque nel mondo. Le utopie e le contrapposizioni ideologiche si sono dissolte o relativizzate. L’interscambio di persone, idee, aspirazioni, è diventato spontaneo ed inarrestabile. La sovranità degli Stati, la loro stessa autorità, è ormai condizionata da fattori esterni che sfuggono al controllo nazionale. Gli interventi internazionali a fini “umanitari” si moltiplicano, determinando una radicale anche se graduale mutazione dello stesso diritto internazionale.
I “BRIC” (Brasile, Russia, India, Cina), grandi potenze economiche emergenti, fra loro eterogenee, pretendono di contare di più nel sistema internazionale. Si va così proponendo una risistemazione del pianeta secondo uno schema ‘multipolare’. Intervenuta dopo la fine della guerra fredda, la globalizzazione, se accelera le crisi, può anche attutirne gli effetti. L’Europa, l’Asia, l’America Latina vanno aggregandosi secondo logiche sub-regionali, mentre all’appello mancano, in modo talvolta preoccupante, il ‘Mondo arabo’ e l’Africa.
L’Africa nera, in particolare, luogo d’origine dell’umanità, grande serbatoio di risorse naturali, scarsamente popolata, malamente colonizzata, frettolosamente decolonizzata, troppo spesso circumnavigata dalla storia, rischia di rimanere ancora una volta emarginata dalle grandi correnti economiche ed umane. 
La crisi finanziaria, con la sua incidenza sul prezzo delle materie prime, ha già comportato il dimezzamento della crescita del Pil dal 5,5 al 2,8%, un tasso ben al disotto del 7% ritenuto necessario perché il continente possa raggiungere i traguardi di sviluppo del 2015 auspicati dai Millennium goals.
Priva di tradizioni statuali autoctone o d’importazione, l’Africa sub-sahariana rimane frazionata, vulnerabile, soggetta a tensioni molteplici, a diffuse condizioni di povertà, a ricorrenti carestie e pandemie, in un generale stato di arretratezza socio-economica, diffusa corruzione, traffici illeciti di droga, armi ed esseri umani, che aprono varchi anche al terrorismo. Eppure, con il dissolversi delle clientele e rendite di posizione dei primi tempi della decolonizzazione ed il venir meno delle contrapposizioni imposte dalla guerra fredda anche a quel continente (specie in Etiopia, Angola, Mozambico), i conflitti militari aperti sono ormai circoscritti (a Sudan, Corno d’Africa e Congo). L’Africa si presenta pertanto come terreno particolarmente adatto per mettere alla prova una collettività internazionale, di ispirazione prevalentemente occidentale, che si dichiara preoccupata delle sorti del mondo. Scongiurando il rischio che la fragilità di quel tessuto socio-economico si presti invece all’ennesimo confronto fra opposte egemonie esterne. Assumendosi le proprie responsabilità storiche, la Comunità Europea ha sin dall’inizio dimostrato solidarietà concreta con le esigenze di sviluppo di quel continente, coinvolgendolo in una rete di rapporti (nell’ambito degli accordi ACP di Cotonou) che non hanno purtroppo evitato la dispersione delle risorse né la corruzione. Commercialmente, l’UE ha peraltro accordato libero accesso ai prodotti dei paesi sub-sahariani, senza dazi né quote di importazione.
Oltre al perdurante, anche se ristrutturato, impegno degli antichi colonizzatori Francia e Regno Unito, anche l’India, il Giappone, il Brasile, i paesi del Golfo con i loro fondi sovrani, e più timidamente Russia e Stati Uniti, vanno riproponendosi come nuovi influenti partner. Ma è la Cina, timidamente affacciatasi anni fa con scopi di proselitismo ideologico e subito ritrattasi, ad essere diventata, con metodi assai spregiudicati, il primo partner commerciale e maggior acquirente di materie prime. La povertà, specie in Africa, è figlia della carenza di istituzioni pubbliche, di infrastrutture, di coesione sociale fra popolazioni ancora divise in etnie e tribù, il rifugio primario di ogni comunità umana. L’instabilità politica, la turbolenza cronica, le ineguaglianze economico-sociali producono a loro volta altri cronici conflitti, con il codazzo di interferenze esterne destabilizzanti, ed i conseguenti esodi di massa e lo stillicidio di emigrazioni incontrollate.
La lotta alla miseria richiede pertanto una più decisa opera di edificazione istituzionale, promossa e accudita da interventi mirati e convergenti della comunità internazionale.
In assenza di un approccio internazionale condiviso, la rispondenza dei paesi africani sub-sahariani rischia di continuare a rimanere deludente. Albert Schweitzer diceva che “la mentalità dell’Africa non può esser facilmente compresa: vi sono molte Afriche”. Le rivalità molteplici, le diversità delle condizioni geopolitiche e storiche, dovute essenzialmente al plurimillenario isolamento, continuano a rendere poco efficaci gli appelli astratti alla ‘negritudine’ (di Senghor) e al ‘panafricanismo’ (che anche il berbero Gheddafi rivendica oggi per sé). Più evidente che altrove è in Africa la contraddizione fra campagne e città, la stessa che altrove, in Asia, America Latina, anche in Arabia (persino in Italia!) è stata, sia pur a fatica, diluita. Trade not aid, si dice da tempo. Ma non è la filantropia dell’assistenza allo sviluppo né la competizione per le preziose risorse di quel sottosuolo che potranno risollevare le sorti del ‘continente nero’, bensì l’individuazione di un superiore interesse comune agli aspiranti protagonisti globali. Nella consapevolezza che anche in Africa si giocano le sorti dell’umanità. “Per il bene dell’Europa –ha recentemente detto il Commissario europeo Tajani- dobbiamo impegnarci in Africa”.
La leva principale, in Africa come altrove, è la promozione di specifiche collaborazioni a livello sub-regionale. Evanescente si è infatti rivelato il ruolo trainante che, se non altro per le loro dimensioni, Sud Africa e Nigeria (piuttosto che il Congo) avrebbero potuto svolgere (per non parlare di Kenia e Zimbabwe, che tante speranze avevano a suo tempo suscitato). Più promettente è forse l’avvenuta trasformazione dell’Organizzazione per l’Unità Africana, espressione di un ormai anacronistico non-allineamento, in una ‘Unione Africana’ strumento di cooperazione per promuovere la pace e la sicurezza continentale in tutte le sue accezioni.
Di maggior consistenza devono però anche diventare le varie aggregazioni, dall’ECOWAS fra gli Stati dell’Africa occidentale all’IGAD nel Corno d’Africa; dal SADC per l’Africa australe alla NEPAD comprendente gli Stati arabi, di ispirazione neo-liberista. Il compito trainante prioritario parrebbe dover spettare all’Unione europea, in una proiezione politica della sua ‘politica di vicinato’ a sud, descritta nel ‘processo di Barcellona’ e l’anno scorso nella ‘Unione per il Mediterraneo’. I paesi arabi del Nordafrica, dall’Egitto alla Mauritania, in quanto membri a pieno titolo dell’Unione Africana, potrebbero infatti essere incoraggiati a fungere da utile cerniera fra l’Africa e l’UE. Un tentativo in tal senso ha avuto luogo al Vertice di Lisbona del dicembre 2007, con l’indicazione di strategie comuni e piani d’azione in tutti i campi. Lo scopo essenziale, corrispondente allo strumento principale di cui si avvale l’Unione europea, è di coinvolgere i suoi interlocutori in progetti condivisi che valgano a prevenire e contenere le cause, prevalentemente economico-sociali, dei cronici conflitti intra-africani.
L’Africa è stata infine al centro dell’attenzione della presidenza italiana del G8, anche se il vertice dell’Aquila non ha potuto far altro che ribadire gli impegni già presi, ancora inattuati anche per le tante deficienze strutturali. Bilateralmente, Roma ha già provveduto all’identificazione di alcuni paesi inizialmente “privilegiati”: Angola, Mozambico, Tanzania, Kenia, Etiopia, Uganda, Ghana, Congo e Gabon, riuniti appositamente a fine giugno a Roma. A ciò si aggiunga la ‘Italian Africa Peace Facility’, fondo messo a disposizione dell’UA per la formazione di personale per operazioni di pace e sicurezza. Dopo anni di incuria, l’intento prioritario è ovviamente quello di promuovere l’interscambio economico ma l’approccio -ha precisato il Min. Frattini- è politico, tendente a coinvolgerli in un più esteso rapporto di compartecipazione. In altre parole –ha detto il Ministro degli Esteri italiano- bisogna fare dell’Africa “un soggetto politico e non semplicemente un gruppo di beneficiari di aiuti, includendo a pieno titolo il continente sia nelle strutture decisionali della governance mondiale sia nella formulazione delle politiche sui temi globali”. Buon governo, lotta alla corruzione, cogestione degli aiuti, educazione, salute, sicurezza alimentare, prevenzione del crimine, tutela dell’ambiente, appropriato utilizzo delle fonti energetiche, disciplina dei flussi migratori, dovranno costituirne le principali direttrici. In un rapporto triangolare che colleghi il continente ai paesi sviluppati e alle economie emergenti.
“L’Africa non ha bisogno di uomini forti, bensì di forti istituzioni”; “lo sviluppo dipende dal buon governo”; e ancora “una questione come il genocidio in Darfur non riguarda soltanto l’Africa”, ha detto senza mezzi termini il Presidente Obama ad Accra. Frasi che soltanto un figlio dell’Africa poteva pronunciare. Quarant’anni fa, un analista francese sentenziò che “l’Afrique noire est mal partie”. La ricomposizione del sistema internazionale, tanto politico quanto economico, non può comunque consentire che l’Africa rimanga oggetto della storia altrui, interlocutore apparentemente immobile, introverso, ancora e sempre terra di sfruttamento economico o palestra di antagonismi esterni.