La nuova età dell'oro a sud del Sud Europa
di Carlo Romano
Non sempre avere uno “stellone” si rivela una panacea. Anche perché in molti casi occorre riconoscerlo intanto. E poi bisogna saperlo agguantare. Fortuna dunque, ma anche abilità. Sarà forse per questo che da sempre si discute dello “stellone” dell’Italia ma che altrettanto da lungo tempo l’Italia si ritrova a dover fronteggiare problemi apparentemente eterni. Come la questione meridionale ad esempio.
E però, almeno in un caso, il sud dell’Europa, ovvero l’Italia, sembra che stia dimostrando di aver messo in campo la sua fortuna e la sua abilità nel riconoscere ed agguantare il suo “stellone”. Il caso dell’Africa, il sud del sud dell’Europa. Aguzzato l’ingegno anche in vista della recessione globale, le imprese italiane – avanguardie del Paese, e anche questo è un altro must – già da alcuni anni ormai rivolgono il loro sguardo all’Africa per aprire nuove vie commerciali e individuare nuove opportunità di business. La rotta, che attraversa il Mediterraneo, è davvero quella buona se tutto il mondo, accomunato dalla crisi, ha ora puntato i suoi riflettori sul Continente Nero: lo si è registrato con il G8 de L’Aquila, oggettivamente uno dei più positivi degli ultimi anni, lo si può verificare osservando le mosse della Cina verso l’Africa, e se ne trova conferma analizzando le nuove attenzioni degli Stati Uniti per la terra che un tempo fu soltanto luogo di razzia di manodopera. Già oggi sono oltre mille le imprese italiane o a partecipazione italiana che operano al di là del Mediterraneo.
Un made in Italy che va ben al di là della grande impresa e che si estende anche alle piccole e medie, oltre a promettere di allargarsi ulteriormente a breve, grazie ad esempio agli accordi italo libici stipulati un anno fa dal Governo e ormai pienamente operanti. La crescita dei consumi dei Paesi africani, magari anche lenta e poco omogenea, ma costante, costituisce un elemento d certezza che ha convinto e sta convincendo sempre più imprenditori dei più svariati settori produttivi a orientare la globalizzazione del made in Italy verso sud.
Soltanto nel biennio 2005-2007 ad esempio le esportazioni italiane verso l’Egitto sono aumentate del 60.1%, quelle verso il Marocco del 23,9 e quelle verso la Tunisia del 32. Si tratta di un processo che appare ormai consolidato e che vede in prima fila innanzitutto le imprese del Mezzogiorno d’Italia. La convergenza mondiale delle attenzioni economiche verso l’Africa però impone ora un salto di qualità. Ancora una volta l’idea che siano le singole nazioni o i singoli sistemi produttivi nazionali ad essere sufficienti, di fronte alla globalizzazione e alle sfide poste dalla Cina o dagli Stati Uniti, appare velleitaria. Né si può pensare di vincere la sfida competitiva con un approccio esclusivamente economicistico.
Oggi più che mai infatti l’Africa può rappresentare uno sbocco duraturo soltanto se inserita in un piano di sviluppo a 360% che comprenda i doveri dell’Occidente nei confronti del Continente Nero e non soltanto supposti diritti. Se l’Europa intende mantenere un posto in prima classe su questo treno che probabilmente è anche l’unico per una ripresa duratura deve riuscire a muoversi rapidamente e con una sola voce. Accettando magari che a fare da “ambasciatori” siano i Paesi costieri come l’Italia che meglio conoscono per affinità culturali e storiche, la realtà africana. L’Italia appare pronta ad esercitare questo ruolo. Per una volta almeno in ritardo è l’Europa. Ma non si può certo gioire di questo. Individuato lo “stellone”, occorre saperlo agguantare. E servono mani assai più grandi delle nostre.