Per l'Europa l'occasione di onorare un debito storico e mantenere peso nel mondo
di Giuseppe Pisanu
Ci sono debiti che non si prescrivono. Possono rimanere quiescenti per decenni, a volte addirittura per secoli, ma rimangono vivi e scolpiti nel tempo. Sono debiti morali, di carattere umano, sociale, storico, prima ancora che economico. Uno di questi è senz’altro il debito dell’Europa nei confronti dell’Africa.
Singoli Stati hanno fatto e stanno facendo molto per chiudere i capitoli più sanguinosi del colonialismo, come nel caso dell’accordo italo-libico firmato a Bengasi lo scorso anno, ma è evidente che soltanto un’iniziativa dell’Europa nel suo complesso potrebbe consentire di restituire almeno in parte ciò che nei secoli è stato prelevato senza scrupoli da un intero continente. E poiché la forza degli interessi incide molto sulle grandi scelte, forse mai come ora si prospetta l’occasione per l’Europa di onorare il suo debito e riprendere ruolo e prestigio nel nuovo contesto multipolare.
L’Africa infatti non rappresenta soltanto la macchia colonialista nella coscienza storica dei cittadini e degli Stati europei, ma costituisce anche la nostra più concreta occasione di sviluppo per il futuro, prossimo e lontano. A fronte dell’inaridirsi della crescita interna dei Paesi maggiormente sviluppati ed industrializzati, nuove economie e nuovi mercati si affacciano sull’orizzonte mondiale.
Dopo le tumultuose avanzate dei cosiddetti Bric (Brasile, Russia, India, Cina), anche l'Africa e gran parte dell'area mediterranea crescono alacremente offrendo al vecchio continente inedite e rilevanti occasioni di ripresa. Ma per coglierle appieno occorre un nuovo protagonismo politico europeo sulla scena globale ed in particolare occorre una più scrupolosa attenzione ai problemi africani; un'attenzione che sappia subordinare i ritorni economici immediati al progresso generale dei paesi e dei popoli del Continente Nero.
Come ci ha insegnato il grande Pontefice Paolo VI: "lo sviluppo è il nuovo nome della pace" e .... "guai alla collera dei poveri". Se vogliamo arginare le crisi in atto, se vogliamo evitare nuovi focolai di instabilità e lo stesso "traboccamento demografico" del Continente africano, occorre che questi popoli possano progredire tanto sul piano economico-sociale quanto su quello giuridico e politico, conquistando in primo luogo diritti fondamentali, senso del dovere e piena dignità umana. D’altronde che l’Africa sia un continente destinato a crescere appare ormai scontato. Meno scontato è chi saranno i principali partner di questa crescita, i Paesi e le regioni del mondo che in qualche misura la favoriranno ed in altra accettabile misura ne trarranno beneficio.
Anche sotto questo profilo l'Europa è chiamata, da un lato, a confrontarsi pacificamente con la crescente influenza americana e, dall'altro, a raccogliere la sfida silenziosa ed egualmente pacifica che le è stata lanciata dalla Cina. Il gigante asiatico, infatti, avanza in Africa con risorse imponenti, forte del suo capitalismo senza libertà, attento ai risultati economici e indifferente ai diritti personali e politici. La strada che finora abbiamo seguito, quella dei finanziamenti comunitari per la Cooperazione e lo Sviluppo, non ha dato i risultati attesi, sia per l’esiguità delle cifre stanziate, sia per una certa discontinuità degli interventi sia per la scarsa capacità di far giungere i fondi agli effettivi destinatari.
Sotto questo profilo qualcosa in sede comunitaria si sta muovendo, ma non ci sono ancora né le dimensioni né il respiro di una vera strategia politica verso il Continente più vicino: il processo di Barcellona è in grave ritardo ed il progetto di Sarkozy per l'unione dei paesi rivieraschi del Mediterraneo appare bloccato da molteplici riserve o diffidenze.
Bisogna dunque che l'Europa mobiliti presto grandi risorse e grandi idee.
Altrimenti rischia di perdere l'appuntamento storico con l'Africa e di ridursi a pallida comparsa sulla scena politica mondiale.