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Passaggio in Africa per la ripresa

Somalia, lo Stato "liquido" figlio dell'improvvisazione internazionale

Gli spazi offerti all'estremismo ora rischiano di destabilizzare tutta la regione

spazio

di Angelo Masetti



Angelo Masetti
Avvocato. E’ portavoce del “Forum Italia-Somalia per la pace e la ricostruzione”.
E’ stato componente del consiglio di amministrazione della 
“Fondazione Europea per il miglioramento delle condizioni di vita e di lavoro”

La crisi somala si trascina dal lontano gennaio 1991 e sembra assumere caratteri sempre più preoccupanti, che potrebbero condurre a sbocchi forieri di gravi pericoli per l’intera regione del cosiddetto Corno d’Africa. Il mondo si preoccupa, si indigna, promette azioni adeguate allo stato delle cose e rimane a guardare. I somali continuano a soffrire, a morire, a fuggire all’estero in cerca di una speranza. I movimenti estremisti pseudo religiosi, di presunta ispirazione Qaedista, danno l’impressione di dilagare sul territorio somalo fino a farne il fronte più avanzato in terra africana di una guerra che vorrebbe e potrebbe destabilizzare una buona parte dell’Africa orientale. Il caos pare completo e la via di uscita sempre più difficile da scorgere.  

Come è cominciata

La caduta dell’uomo forte, Mohamed Siad Barre, nel gennaio del 1991 è stata un evento che ha colto impreparato il Governo Italiano, il quale, forse sopravvalutando la tenuta del regime, di fronte all’insurrezione popolare ha ritenuto di azzerare in tutta fretta la propria presenza diplomatica. A questa scelta è seguita una situazione di progressiva estraniazione della realtà somala rispetto alle dinamiche ed alle logiche politiche del resto del mondo. La “solitudine somala”, malgrado la parentesi dell’intervento militare ONU dal 1992 al 1994 e diversi tentativi infruttuosi di interazione politica internazionale, ha continuato a sopravvivere a se stessa grazie ad alcune caratteristiche della cultura e della civiltà somale, che le rendono del tutto peculiari nel loro genere. I caratteri principali di questa matrice culturale profonda possono essere sintetizzati dal trinomio tribalismo, individualismo e laicità, da cui è tradizionalmente dipesa anche la difficoltà a condividere i temi della rappresentanza e dell’appartenenza ad una comunità nazionale secondo i canoni in uso nel cosiddetto Occidente. La particolarità della “solitudine somala” è resa evidente da alcuni dati di fatto. Accanto ad uno scadimento drammatico delle condizioni di vita e di sicurezza della gente comune, il tessuto economico ed imprenditoriale del Paese ha dato segni di grande vitalità; le massicce rimesse di danaro provenienti dagli esuli all’estero, fatte giungere in ogni angolo del territorio somalo attraverso canali “bancari” del tutto informali ed efficientissimi, hanno consentito di contenere i fenomeni di povertà estrema; il moltiplicarsi di piccole infrastrutture portuali ed aeroportuali ha facilitato l’uso dell’accesso al mare da parte di operatori commerciali dell’Etiopia ed ha favorito la nascita di una elite imprenditoriale prima inesistente, che ha conquistato importanti posizioni nei Paesi dell’Africa Orientale e del Golfo Persico. A ciò si aggiunga il velocissimo sviluppo di efficienti reti di telefonia cellulare ed il feeling con il “web” e con le tecnologie dell’informazione e della comunicazione, che ha mantenuto la Somalia ed i Somali costantemente “on line” con il resto del mondo.  

Terra di nessuno

La presunta inoffensività dell’anarchia somala sul piano delle conseguenze internazionali e l’apparente capacità del popolo somalo di autodefinire progressivamente nuovi equilibri interni, hanno favorito la distrazione della comunità internazionale, che è parsa assuefatta all’idea di uno Stato in forma liquida. Il successo delle cosiddette Corti Islamiche, che nella seconda metà del 2006 avevano conquistato, senza quasi sparare un colpo, gran parte della Somalia, aveva reso evidente l’impotenza delle Istituzioni Federali Transitorie, create/riconosciute dalla comunità internazionale nell’ottobre del 2004 a Nairobi, al termine di una estenuante conferenza tra “signori della guerra”, capi tradizionali e “società civile”.
L’ intervento militare etiopico del dicembre 2006 - accompagnato da una brevissima e sanguinosa campagna aerea americana mirata contro gruppi di supposti terroristi - sembrava far presagire un aumento dell’attenzione da parte della comunità internazionale. Al contrario, la massiccia presenza militare etiopica, non accompagnata da efficaci azioni internazionali di state building e di sostegno delle popolazioni civili, ha quasi cloroformizzato l’azione internazionale ed ha prodotto la radicalizzazione dei sentimenti anti-etiopici, largamente e storicamente diffusi tra la popolazione somala. La frustrazione di almeno due generazioni di giovani somali che non hanno conosciuto altro che guerra, violenza e sopraffazione, ha trovato spesso un conforto nella rete di scuole e di istituzioni assistenziali, create in questi ultimi 18 anni da organizzazioni non somale, con lo scopo di preparare il terreno culturale per il successo dell’estremismo religioso di matrice musulmana. Questa opera di proselitismo fondamentalista si è però sempre confrontata con le radici laiche della cultura somala, che si esprimono nel culto per le libertà individuali e la libertà di pensiero, nell’avversione a qualsiasi imposizione autoritaria e nella non praticabilità di deleghe politiche ad ipotetiche autorità religiose.
Nonostante questo contesto, la comunità internazionale - alla ricerca di idee per uscire dal ginepraio - nel corso dell’occupazione etiopica (terminata nel gennaio 2009) ha deciso di perseguire la “riconciliazione” tra i somali, individuando interlocutori moderati nell’ambito delle formazioni politico-religiose. Ciò avveniva senza tenere conto che l’Unione delle Corti Islamiche, in soli sei mesi – e ancora prima che venisse sbaragliata dagli etiopici nel dicembre 2006 - era riuscita a perdere gran parte del consenso iniziale, a causa della sua deriva tribale e fondamentalista. Sostenevo, in quella fase, che cercare di indurre le Istituzioni Federali Transitorie a concedere un riconoscimento politico-istituzionale a soggetti o forze che erano estranei alla tradizione somala sarebbe stata una forzatura innaturale, di breve respiro e foriera di gravi turbamenti.

Sfortunatamente la facile profezia si è avverata e si è verificata una accelerazione di eventi poco rassicuranti.  

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Innanzitutto si è attribuito un potere di rappresentanza politica alla Alliance for the Re-Liberation of Somalia (ARS) guidata da Sheik Sharif Sheik Ahmed. Vale a dire un gruppo di oppositori sconfitti sul campo, esuli ad Asmara, privi di una apprezzabile base di consenso e - volenti o nolenti- strumento obliquo della politica eritrea, volta ad utilizzare l’instabilità somala in chiave antietiopica.  

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Si è prodotta una spaccatura all’interno delle stesse Corti Islamiche, che ha accelerato la deriva estremistica di alcune componenti, favorita dall’intensificazione del sostegno da parte di reti internazionali ed alimentata dall’arrivo di combattenti non somali.  

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Tra dicembre 2008 e gennaio 2009 questo processo di “riconciliazione” - fortemente voluto dalla comunità internazionale ed autorevolmente guidato dal rappresentante speciale delle Nazioni Unite, il mauritano Ahmedou Ould-Abdallah - ha portato al raddoppio del già pletorico Parlamento Somalo (da 275 a 550 componenti). In tal modo il vertice della nazione è stato consegnato agli esponenti “moderati” delle Corti Islamiche, alle quali era stato concesso il privilegio di nominare metà del Parlamento.  

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In questi giorni di metà luglio 2009, le fazioni “non moderate”, articolate in “al Shabaab” (la gioventù) e “Hizbul Islam” (partito dell’Islam) - guidato dal vecchio leader, Sheikh Hassan Dahir Aweys, noto per essere nella lista americana dei terroristi ricercati - stanno cercando di conquistare Mogadiscio e di abbattere il Governo legittimo, che - protetto da 4300 militari della missione militare africana Amisom - riesce a controllare solo una porzione della città.  

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sul fronte opposto agli estremisti, si sta mobilitando un nuovo soggetto, il movimento denominato Ahlu-l-Sunna wa-l-Jama’a (Popolo della tradizione e della comunità), che vuole affermare la dottrina islamica somala tradizionale, secondo la quale Stato e religione non devono reciprocamente interferire.  
La posta in gioco è ora diventata l’identità stessa della Somalia.
La preoccupazione è talmente alta che anche il Segretario Generale dell’Organizzazione della Conferenza Islamica (Oci), Ekmeleddin Ihsanoglu, all’inizio di luglio ha chiesto alla comunità internazionale un intervento urgente contro gli estremisti.  

Un nuovo contesto

La situazione generale si è molto incattivita. Al Shabaab può ora contare su una sorta di brigata internazionale di più di 1000 combattenti che provengono da vari Paesi; è sostenuta con finanziamenti che sembrano provenire da Stati del Golfo, Iran, Egitto, Medio Oriente; è fiancheggiata da operatori economici somali operanti negli Stati del Golfo, i quali aderiscono alla massima “business is business”. Allo stesso tempo l’opera di proselitismo e di arruolamento comincia a rivolgersi anche ai giovani emarginati delle comunità somale negli USA e nel Regno Unito. Amputazioni di arti e tagli di teste stanno terrorizzando e gettando nello sconforto anche vecchi militanti o simpatizzanti del fronte radicale, che non prendono pubblicamente le distanze perché temono per loro vite.
La paura di essere uccisi serpeggia anche tra quegli esponenti della business community somala residenti negli Emirati Arabi Uniti, che vorrebbero essere opposizione agli estremisti.
Ciò nonostante, si constata che gli estremisti fanatici continuano ad essere minoranza esigua tra i somali e che la loro forza militare sarebbe insufficiente a fronteggiare una azione di contrasto posta in essere dal Governo legittimo, se questo ne avesse la forza.
Ma tutti i nodi vengono al pettine.  
E’ ora evidente che il Governo Somalo, dalla sua creazione nell’ottobre 2004, è stato poco più che un vuoto simulacro, che - secondo molti - ha consentito alla comunità internazionale di bearsi temporaneamente del risultato raggiunto. 
In realtà, in quasi 5 anni, per responsabilità primaria dei Somali e con l’aiuto fornito dalla disattenzione generale, la disgregazione del tessuto sociale somalo è giunta al suo punto più basso. L’enorme apparato di funzionari internazionali, che vivono a Nairobi senza neanche mettere il naso in Somalia, è costantemente cresciuto ma la situazione in Somalia non è mai stata peggiore. Le opzioni per uscire dal tunnel sono sempre più limitate.
Tuttavia alcune azioni erano e restano prioritarie per rendere credibile la speranza di un futuro migliore.

Esse possono essere così riassunte.

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valorizzare e coinvolgere concretamente la diaspora intellettuale somala, sia nel processo di riconciliazione che in quello di progettazione del futuro della Somalia

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coinvolgere attivamente e motivare adeguatamente la business community somala, che oltre a fare affari ha anche efficaci leve di influenza in territorio somalo. per quanto riguarda in particolare l’Italia, valorizzare il grande patrimonio umano e di conoscenza costituito dai migliori esponenti della comunità somala in Italia e dagli italo-somali. In questo modo si porrà fine ad un atteggiamento di aristocratica e sterile chiusura praticato da parte del mondo diplomatico.