Il made in Italy che manca all'Africa: le PMI cinesi e indiane incalzano, ma il nostro "piccolo è bello" può vincere
di Emma Marcegaglia
Emma Marcegaglia
Presidente di Confindustria. E’ inoltre presidente della Fondazione Areté Onlus per il sostegno dell'attività Vita-Salute San Raffaele, membro permanente del "Enterprise Policy Group – Professional Chamber" e del Comitato Esecutivo dell'Aspen Institute Italia. E’ stata vice presidente di Confindustria per l'Europa, presidente nazionale dei Giovani Imprenditori di Confindustria, presidente dello YES (Young Entrepreneurs for Europe).
Seppur toccata dalla attuale congiuntura economica negativa, l’Africa continua a mantenere tassi di crescita che si attestano intorno al 3,5% annuo ed è perciò un mercato a cui guardare con estrema attenzione. Nonostante le differenze, talvolta anche profonde, tra le diverse economie del continente africano, nell’ultimo decennio l’aumento della domanda di materie prime, industriali ed energetiche, in particolare da parte di Cina ed India, ha trainato lo sviluppo dell’economia africana spingendola verso livelli mai raggiunti precedentemente. In alcuni casi, questo sviluppo economico è stato accompagnato anche da cambiamenti politico-istituzionali, che hanno incoraggiato gli investitori internazionali a guardare con più fiducia a questi mercati.
Dal 2001 al 2007, gli investimenti diretti esteri nel continente sono infatti cresciuti del 77%, a testimonianza di una crescente attenzione verso le opportunità di business offerte alle aziende straniere. Va inoltre osservato come tale tendenza evidenzi una sempre più marcata direttrice sud-sud. Sono infatti Cina, India, Paesi del Golfo e Brasile ad avere presenze sempre più forti nel continente ed a definire legami economici e commerciali stabili e duraturi. Il rafforzamento delle relazioni con altri Paesi non industrializzati contribuisce ad un cambiamento già in atto, che vede l’Africa assumere un ruolo sempre più rilevante nel contesto internazionale, sotto il profilo politico, economico e commerciale. In tale contesto, la creazione dell’Unione Africana favorirà l’affermazione dell’Africa come attore unitario sullo scacchiere internazionale ed il superamento di alcune profonde divergenze interne che hanno in passato costituito un ostacolo insormontabile all’adozione di politiche comuni per lo sviluppo socio economico del continente.
I Fora internazionali devono ovviamente tenere conto dei mutati equilibri globali ed includere sempre di più i Paesi africani nei propri processi decisionali.
La presenza ai lavori dell’ultimo G8 di Egitto, Sud Africa, Angola, Nigeria, Senegal, Algeria e della stessa Unione Africana, rappresentata dal leader libico Gheddafi, va in questa direzione. Analogamente, nel quadro dei negoziati WTO, la massiccia partecipazione dei Paesi africani al G-90 rende l’Africa un attore imprescindibile per l’avanzamento dell’Agenda di Doha. Per quanto riguarda l’Italia, il nostro Paese, assai opportunamente, si candida ad operare come interlocutore prioritario di questi Paesi, agendo come referente, interprete e portatore delle loro istanze.
Tale ruolo, favorito dalla posizione geografica e dalla tradizionale attenzione che l’Italia manifesta verso le problematiche dello sviluppo, non potrà che favorire anche le relazioni economiche con questi mercati, dove la presenza italiana e la penetrazione del Made in Italy sono ancora relativamente contenute.
Tra i Paesi della UE, l’Italia è attualmente il quinto partner commerciale dell’Africa soprattutto in virtù dei rapporti con il Nord del continente, che assorbe il 69,7% del suo interscambio complessivo. Nel 2008, le esportazioni italiane verso l’Africa hanno sfiorato i 18 miliardi di euro con un incremento del 23% rispetto all’anno precedente, mentre le importazioni sono cresciute del 21%, per un totale di 38 miliardi di euro. Esportiamo principalmente macchinari, combustibili minerali e apparecchi elettrici, mentre importiamo per lo più minerali, perle, gemme, metalli e pietre preziose. La nostra presenza tende a concentrarsi nei Paesi del nord Africa mentre è ancora limitato il numero delle imprese italiane che investono nell’Africa sub-sahariana.
Tra queste, vanno ricordate l’Eni, presente in numerosi Paesi, tra i quali Nigeria, Angola, Repubblica del Congo e Mozambico, il Gruppo Cremonini, Edison, Impregilo, Finmeccanica, Parmalat e Fiat. Indubbiamente, è più semplice per una grande azienda presidiare questi mercati, ma anche le piccole e medie imprese hanno importanti opportunità da cogliere in questi mercati e la presenza delle nostre grandi aziende può fare da traino per una loro maggiore penetrazione. La crescita sostenuta, la stabilizzazione macro-economica perseguita dai Governi dell’area, la privatizzazione di importanti settori dell’economia e l’avvio di politiche di attrazione degli investimenti esteri, sono infatti destinati ad offrire crescenti occasioni di business anche per le PMI. Tra i settori che risultano più interessanti per il nostro sistema imprenditoriale figurano le infrastrutture, l’agroindustria, l’energia ed il manifatturiero.
L’Africa è infatti il continente meno industrializzato al mondo ed il comparto manifatturiero occupa soltanto il 15% della forza lavoro, dato che il tessuto imprenditoriale domestico è in molti casi ancora poco sviluppato. Ma il fattore tempo è cruciale: l’Italia deve cogliere oggi stesso le opportunità che questo continente offre, prima che sia troppo tardi.
A fronte della perdita di importanza di partner commerciali occidentali consolidati come Stati Uniti, Germania e Francia, assistiamo infatti ad una crescente penetrazione cinese nel continente africano. La Cina trova nel continente africano un mercato di sbocco per le sue merci a basso costo. Inoltre, essa offre capitali, competenze e forza lavoro per la costruzione delle infrastrutture di cui la maggior parte dei paesi africani necessita. Tale forma di interscambio si fonda sul fabbisogno della Cina di importanti materie prime necessarie al suo sviluppo interno, quali petrolio, rame, stagno, nickel, uranio e così via.
Bisogna però sottolineare come la presenza cinese nel continente africano sia carente sotto un profilo sul quale invece l’Europa, e l’Italia in particolare, possono essere straordinariamente competitivi: la sostenibilità. Mi riferisco innanzitutto all’integrazione con il tessuto imprenditoriale locale, alla creazione di occupazione sul territorio ed al rispetto per l’ambiente attraverso l’utilizzo di tecnologie pulite.
Per quanto riguarda i primi due aspetti, la struttura stessa del nostro sistema produttivo, caratterizzato da un elevato numero di piccole e medie imprese, rappresenta infatti un plus che possiamo condividere con le autorità pubbliche e private locali a favorire le interconnessioni tra le nostre aziende. Attraverso le sue PMI l’Italia è infatti in grado di contribuire alla creazione di sistemi imprenditoriali locali tramite scambi di know how e tecnologia. Si tratta di un modello che consente vantaggi reciproci e che può essere applicato nella quasi totalità dei Paesi africani: la consolidata tradizione delle nostre imprese all’estero è infatti quella di contribuire all’occupazione locale e favorire benessere per l’intera comunità nella quale sono inserite.
Per quanto riguarda invece l’aspetto ambientale, le imprese italiane possono offrire occasioni di trasferimento tecnologico e di conoscenze in materia di sviluppo sostenibile nel campo dell’efficienza energetica, del trattamento dei rifiuti ed in numerosi altri settori, favorendo così un modello di sviluppo vantaggioso sia per la crescita economica che per l’ambiente. In un momento di crisi come quello che stiamo attraversando, abbiamo l’obbligo di sfruttare al meglio queste potenzialità, cogliendo le opportunità di cooperazione ed investimento che i mercati africani offrono oggi alle nostre imprese.
A questo riguardo, appare oggi necessario un adeguamento complessivo della nostra strategia verso l’Africa. In estrema sintesi, dobbiamo evitare gli errori commessi nel passato ed elaborare piani d’azione volti alla continuità ed all’efficacia. Ma soprattutto, è necessario ascoltare ed interpretare le istanze degli stessi partner africani. Per quanto benintenzionate, le campagne pro-Africa cui siamo abituati promuovono spesso lo stereotipo di un continente povero e malato, ignorando o sottovalutando lo sforzo che l’Africa ha compiuto e continua a compiere per lo sviluppo endogeno.
L'Africa chiede alla comunità internazionale che venga riconosciuta la sua capacità di avviare e gestire una crescita sostenibile e duratura, sulla base di un partenariato paritario con gli altri attori globali. Non fosse altro che per ragioni di contiguità geografica e culturale, questo compito di promozione del ruolo africano sullo scacchiere internazionale spetta in via primaria all’Europa. Pertanto, oltre che a livello bilaterale, l’Italia deve operare con sempre maggiore determinazione anche a Bruxelles, affinché le politiche e le azioni verso l’Africa divengano sempre più incisive e coordinate. Infine, va ricordato che lo sviluppo e la crescita sono gli unici veri antidoti di lungo periodo ai problemi legati all’immigrazione clandestina. Dobbiamo dunque puntare a sostenere più efficacemente il motore dello sviluppo, con progetti di assistenza tecnica rivolti ai governi africani per aumentare l’efficienza delle amministrazioni e sostenere la crescita del potere d’acquisto, l’efficienza delle strutture di mercato e la capacità di fare impresa degli operatori locali. In questo quadro, Confindustria intende garantire uno sforzo continuativo verso l’Africa.
Con alcuni Paesi dell’Area, come il Sud Africa per esempio, le relazioni sono strutturate da già da tempo. Nel 2006 abbiamo infatti ospitato in Confindustria un incontro con il Presidente sudafricano Thabo Mbeki, cui ha fatto seguito, nel 2007, la missione imprenditoriale a Johannesburg, Cape Town e Durban, nonché numerose visite tecniche sudafricane in Italia. Recentemente abbiamo contribuito alla realizzazione di due “Country Presentation” per Angola e Nigeria, presso il Ministero degli Esteri e stiamo valutando di inserire nella programmazione delle attività internazionali per il 2010 iniziative mirate verso alcuni dei Paesi dell’Area.