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Un nuovo welfare state e politiche di integrazione per rilanciare lo sviluppo del sistema-Paese

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Per l'Italia l'immigrazione rappresenta un fenomeno recente, che ci ha colti quasi alla sprovvista, mettendo a nudo l'inadeguatezza delle strutture materiali, degli strumenti giuridici e culturali dei quali abbiamo bisogno per governare l'ingresso, l'accoglienza e l'inserimento dei migranti nel nostro tessuto economico e sociale. Occorre dunque adeguare rapidamente il sistema Italia, e specialmente i nostri obiettivi di prosperità e coesione sociale, a questo fenomeno di portata epocale. La mobilità umana è ormai il tratto più importante della globalizzazione. Non possiamo fermarla, ma possiamo governarla a vantaggio di tutti: dei migranti, dei Paesi d'origine e di arrivo. Soltanto nel 2005, giusto per fare qualche esempio, oltre 800 milioni di persone hanno viaggiato da una nazione all'altra per turismo e lavoro. Nello stesso 2005 i migranti sono stati 200 milioni, ossia il 3% dell'intera popolazione mondiale. E oggi, nel 2009, il 12% della popolazione presente in Europa occidentale è costituito da immigrati. In Italia, come è noto, al momento i cittadini provenienti da altri Paesi rappresentano solo il 6%, ma producono già il 9,6% del PIL nazionale. E' giunto dunque il momento di affrontare il fenomeno, come dice l'Unione Europea, con un approccio globale, che sottragga il confronto politico e le stesse decisioni del Governo alle polemiche occasionali e di rimedi di piccolo cabotaggio. Ci manca una visione organica dei problemi e delle possibili soluzioni. Finora abbiamo dato l'impressione di sentire lo schianto del singolo albero che cadeva, ma non il respiro ampio della foresta. Ed è una distrazione che non possiamo più permetterci. Approccio globale, significa innanzitutto prendere coscienza delle cause, interne ed esterne, che determinano il fenomeno e cercare, per quanto è possibile, di governarle. Le principali cause esterne sono gli squilibri economici, demografici e politici del pianeta. Mentre le cause interne, proprie dell'Italia e di altri Paesi, sono la bassa natalità e la crescente domanda di lavoro che viene dall'economia legale, dall'economia sommersa e dalle carenze del Welfare State (assistenza agli anziani, lavoro domestico, etc.) Rimuovere queste cause in tempi ragionevolmente brevi è impresa impossibile. E' invece possibile fronteggiarle: da un lato, aumentando gli aiuti allo sviluppo del Terzo mondo e, dall'altro, adottando poli-tiche economiche e sociali incentrate sul primato della famiglia. Ma per l'attuazione di simili misure occorrono grandi risorse, tempi lunghi e coerenti azioni di Governo. In ogni caso, c'è un dato certo e ineludibile, sul quale dobbiamo fondare le nostre decisioni, ed è questo: se nei prossimi trenta anni l'Italia vorrà mantenere i tassi attuali di popolazione attiva, dovrà accogliere mediamente, come calcolano i demografi, non meno di 300.000 immigrati all'anno. E' dunque evidente che la prosperità futura del nostro Paese dipenderà dalla nostra capacità di attrarre e integrare lavoratori stranieri. Ma quando si importano braccia si importano esseri umani con la loro religione, la loro cultura, le loro aspirazioni. L'integrazione perciò non deve riguardare soltanto il lavoro e i diritti connessi, ma anche l'inserimento nella nostra realtà sociale e politica. Agli immigrati dobbiamo garantire il rispetto della loro identità. Da loro dobbiamo ottenere eguale rispetto per la nostra, nel quadro dei nostri ordinamenti e delle nostre leggi. Noi viviamo già in una società multietnica e per lungo tempo sarà così, perché i processi demografici non conoscono scorciatoie. Vogliamo però che la nostra società cresca sul ceppo cristiano della nostra storia e della nostra cultura, arricchendo la crescita con l'apporto di energia e culture diverse.  La pacifica convivenza di culture diverse è fattore di coesione sociale e strumento indispensabile per la costruzione della pace.