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Tra euforia e depressione chi ci rimette in ogni caso sono i più poveri ed è difficile non partire da questa triste verità se si vuole affrontare seriamente una tematica complessa quale quella dei flussi migratori da sud a nord del pianeta. Jacques Diouf, il Direttore Generale della Fao, affida a Medideareview cifre che ammettono poche repliche. Un miliardo di affamati nel mondo a tutt’oggi, 215 milioni entrati nel più terribile dei club soltanto tra 2007 e 2009. Metà di questi per colpa del rialzo dei prezzi delle materie prime generato tra il 2007 e il 2008 dall’euforia di mercati drogati dalla bolla speculativa. Sembra già storia e invece è cronaca di pochi mesi fa soltanto, quando mezzo mondo crapulone per alimentare la sua ingordigia inventava strumenti e prodotti finanziari sempre più astrusi al solo scopo di cartolarizzare, ovvero impacchettare e spedire verso l’altra metà del mondo, quella più povera, i debiti che contraeva verso se stesso. E altri 115 milioni di affamati figli proprio dell’esplosione di quella bolla tra 2008 e 2009 e dalla conseguente crisi che dalle Borse non ha tardato a trasferirsi all’economia reale, provocando la più pesante recessione globale mai registrata dal 1929 ad oggi e provocando, come per un’ondata di reazione, nuovi istinti protezionistici che inevitabilmente mal si conciliano con la disperazione di chi guarda la parte più ricca del mondo attraverso gli occhi della fame. A fronte di questi numeri, incontrovertibili tanto quanto quelli sull’esplosione demografica mondiale in corso ricordata nel suo articolo da Massimo Livi Bacci, alla quale non si può opporre il fenomeno tutto europeo della denatalità, appare evidente che occorre una risposta globale, ovvero innanzitutto dell’Unione Europea nel suo complesso ma pure di tutta la metà del mondo più ricca ed industrializzata. La chiusura delle frontiere, affidata peraltro alle iniziative sporadiche dei singoli Stati di frontiera euro mediterranea, più che di risposta ad un tema che scuote le coscienze, sa di dilazione. Ed è difficile immaginare che chi soffre la fame, abbia ancora molto tempo da aspettare.