Diritto di voto e ammortizzatori sociali anche agli
immigrati per evitare una guerra tra poveri
Dal presidente della Camera un appello a tutte le forze politiche alla responsabilità
Carlo Romano intervista Gianfranco Fini
Gianfranco Fini
Presidente della Camera dei deputati. Giornalista. È stato presidente di Alleanza Nazionale dal 1993 al 2008. Deputato, è stato eletto al Parlamento italiano per la prima volta nel 1983. Ha ricoperto nel corso della XIV legislatura l'incarico di vicepresidente del Consiglio dei ministri nonché di ministro degli Affari esteri.
La politica italiana finora ha considerato l’immigrazione quasi esclusivamente un fenomeno da analizzare e normare sotto il profilo della sicurezza. Non crede sia giunto il momento di occuparsene anche in Italia, come accade già in altri Paesi europei e come suggeriscono le stesse direttive Ue, in un’ottica più complessiva, che tenga conto anche di aspetti come l’accoglienza, l’asilo, l’integrazione degli immigrati regolari, la gestione dei rapporti tra Paesi d’origine, di transito e di arrivo? E’ ipotizzabile che il Parlamento affronti in maniera organica la questione?
I provvedimenti che potranno adottare Camera e Senato in materia di immigrazione spettano all’iniziativa di deputati e senatori, dei gruppi parlamentari o del Governo. Il mio auspicio, come Presidente della Camera, e come più volte ho avuto modo di sottolineare, è che il grande tema delle migrazioni venga affrontato in un’ottica distinta da quello della sicurezza. Non nego l’importanza di quest’ultimo profilo, ma ritengo fuorviante consideralo in binomio stretto con quello dell’immigrazione. Fuorviante e pericoloso, perché una simile associazione mentale può favorire la diffusione del razzismo e della xenofobia. Oltre che inammissibile sul piano etico, un simile approccio risulta anche controproducente sul piano sociale: non risolve il problema della sicurezza (che dipende essenzialmente dalla necessità di garantire l’autorità dello Stato e di migliorare la qualità della vita sociale) né permette di governare il fenomeno dell’immigrazione (che richiede, a sua volta, scelte lungimiranti in materia di integrazione e di inclusione). Per quello che riguarda la gestione dei rapporti con i Paesi di origine e di transito, è materia che spetta al Governo. Rilevo soltanto che importanti risultato sono stati raggiunti in questi anni. Ma, anche in questo caso, non lo possiamo considerare soltanto un problema amministrativo e politico. Dobbiamo anche considerare il profilo della cooperazione internazionale e del contributo che l’Italia può fornire alla soluzione delle contraddizioni emerse negli ultimi decenni, con un modello di globalizzazione che non ha permesso lo sviluppo uniforme tra le varie aree del mondo. Se tanti Paesi poveri sono usciti dall’’isolamento e dal sottosviluppo, tanti altri sono diventati ancora più poveri.
Le stime demografiche che guardano ai prossimi venti anni concordano sulla necessità di un ingresso di 300 mila lavoratori stranieri all’anno per mantenere l’attuale tasso di popolazione attiva ed un adeguato livello di sviluppo. Questo significa che fra 20 anni avremo 6 milioni di immigrati in più che andranno ad aggiungersi agli attuali 4 milioni già residenti regolarmente e ai loro figli che verranno: in pratica un residente su sei in Italia nel 2030 sarà straniero. Lei già nel 2003 e poi nel 2008 ha insistito sulla necessità di concedere il diritto di voto, almeno amministrativo, agli immigrati. Quando pensa che la classe politica ed il Paese saranno maturi per questa novità? E quali rischi comporta sul piano della tenuta del tessuto sociale il ritardo che stiamo accumulando su questo fronte?
La risposta è già contenuta nelle cifre che lei ha fornito. Vent’anni non sono il futuro remoto, ma il futuro immediato. Una maturazione dell’opinione pubblica è necessaria perché il ritardo sul cammino dell’integrazione può solo aumentare le tensione e allargare le fasce dell’emarginazione. Quella della concessione del diritto di voto agli immigrati nelle elezioni amministrative è un’ipotesi da considerare nel quadro più generale delle politiche di inclusione. L’obiettivo è quello di far camminare insieme cittadinanza sociale e cittadinanza politica. Il principio è quello che ai diritti devono corrispondere i doveri. Favorire l’integrazione significa anche permettere agli immigrati di assumersi responsabilità civiche. Un ruolo fondamentale spetta naturalmente alle scuola e all’educazione. Occorre individuare nuovi ed evolutivi percorsi di cittadinanza. Su questi temi si deve sviluppare un dibattito sereno nell’opinione pubblica, al di fuori di ogni approccio ideologico. Ed è compito delle forze politiche, pur nell’espressione delle legittime diversità di opinione e di sensibilità su un argomento tanto delicato e cruciale, permettere la maturazione dei cittadini assumendo comportamenti responsabili e senza alimentare né le paure sociali né tantomeno le pulsioni xenofobe.
Nelle scorse settimane Lei ha parlato della necessità di un “tagliando” alla legge attualmente in vigore. Tra le possibili modifiche c’è chi chiede l’abolizione dei flussi. Si tratta di una misura a Suo avviso utile e percorribile?
La legge sugli immigrati continua ad essere valida nel suo impianto generale. Ma, alla luce delle esperienze e quindi di alcune questioni relative alla sua applicazione, ribadisco che alcuni correttivi si rendono necessari. Penso in particolare al fatto che in molte circostanze sia assurdo chiedere all'immigrato che deve rinnovare il permesso di soggiorno di tornare prima nel Paese di origine e poi di rientrare in Italia. Quanto all’abolizione dei flussi, non ritengo sia un’ipotesi né utile né percorribile, perché ci priverebbe della possibilità di governare il fenomeno. La garanzia dell’accoglienza, il rispetto della dignità del migrante, la promozione dell’integrazione non possono passare per la “deregulation” dell’immigrazione. In tale direzione si muove del resto la politica europea.
A fronte di una necessità di garantire la sicurezza dei cittadini, non crede che sarebbe il caso di trasferire le competenze amministrative delle questure in materia di immigrati alla province, dando anche un maggior senso all’esistenza di enti che a molti appaiono altrimenti inutili?
Le competenze amministrative delle questure in materia di immigrazione non possono essere trasferite ad altri enti o soggetti della Pubblica Amministrazione. Non ne scaturirebbe alcun beneficio, né per la sicurezza dei cittadini né per la garanzia dei diritti degli immigrati. La questione delle singole competenze di enti o organismi pubblici va affrontato all’interno del più vasto della riforma istituzionale. Non è opportuno affrontarlo senza una generale politica di riferimento. Meno che mai in una material tanto importante come quella dell’immigrazione.
La crisi economica sta colpendo la piccola e media azienda, che in molti casi si fonda su una manodopera esclusivamente o prevalentemente di origine immigrata. A Suo avviso andrebbero estesi anche agli immigrati regolarmente residenti in Italia i sostegni delle misure anticrisi varate negli ultimi mesi?
L’estensione ai lavoratori immigrati regolari delle misure volte a ridurre l’impatto della crisi economica è condizione essenziale per garantire la cittadinanza sociale. Non possono esserci discriminazioni nel fronteggiare l’ impoverimento dei redditi e la disoccupazione. L’interesse dei lavoratori immigrati è comune a quello di tanti lavoratori italiani. Per gli uni e per gli altri, appaiono fondamentali le misure anticrisi come l’estensione e il potenziamento degli ammortizzatori sociali unitamente ai processi di formazione e inserimento al lavoro. Occorre impedire che la crisi economica allarghi l’area dell’emarginazione. E il problema riguarda, in egual misura, gli immigrati e le famiglie italiane a rischio di povertà. E’ mio auspicio, in tal senso, che le Istituzioni sappiano intervenire con efficacia e con equità per impedire che il difficile momento economico favorisca forme di xenofobia e di intolleranza. Di tutto abbiamo bisogno fuorché di una “guerra fra poveri”.
Proprio in una situazione di crisi economica il pericolo di un ampliamento dell’area del lavoro sommerso si fa più pressante. A sei anni dall’ultima sanatoria un nuovo provvedimento di regolarizzazione potrebbe rappresentare una misura di contrasto efficace di questo fenomeno?
Le possibilità nella lotta al lavoro nero sono strettamente dipendenti dall’efficacia delle misure di contrasto alla clandestinità. La sanatoria non è una strada percorribile, perché non permette di regolare il fenomeno e incentiva l’immigrazione irregolare, oltre a togliere credibilità all’intervento delle Istituzioni.