La Terza Via della pace di La Pira: dal Mediterraneo alle tre religioni monoteiste, passando per Roma
di Giovanni Cubeddu
Giovanni Cubeddu
Vicedirettore di 30 Giorni. Mensile internazionale diretto da Giulio Andreotti.
Essere un uomo pubblico che si allontana dalle riunioni di lavoro, anche a livello ministeriale, andando a cercare il cantuccio dove recitare le preghiere del proprio breviario, senza venire considerato un clericale, richiede, tra le altre, una virtù. Quella di permettere a ciascuna parte la libera interpretazione del proprio compito, e di giocare in politica il gioco che la laicità cristiana – oggi scarseggia, ne circolano deviazioni – meglio favorisce: testimoniare nell’azione pubblica tutta la propria fede, rimanere ancorato al perseguimento del bene comune, anche quello di chi ha diversa fede o affatto. Il servo di Dio Giorgio La Pira, di cui notoriamente è in corso il processo di beatificazione, indubbiamente ebbe il dono della fede, espansa in tutte le direzioni sociali e politiche che ritenne alla sua inesauribile portata. E la sua testimonianza non per caso è stata richiamata anche da Medidea nell’editoriale del primo numero: nel Mediterraneo staziona la “tenda della pace”. Ciò offre l’occasione di rammentare, per i cenni che lo spazio a disposizione consente, qualche caposaldo dell’originale tensione che La Pira mostrò per la politica estera, o meglio, per la politica estera italiana, di cui ravvisava - a suo modo, certo, ma proprio per questo con profondità e sicura speranza circa la direzione e gli obbiettivi – l’unicità e l’utilità. “Forse non erro dicendo che la Dc potrebbe fare tanto (in Italia e, per riflesso, nel mondo) se avesse il coraggio di introdurre nella sua “concezione politica della storia” questo dato preciso: la guerra è impossibile, il negoziato globale è inevitabile; la mediazione italiana potrebbe davvero essere il grande ponte di pace gettato sul mondo!”(28 ottobre 1970). Ed ancora: “Costruire la terza tenda: fra le due tende di guerra (Nato e Patto di Varsavia) costruire la terza tenda, quella della pace, e costruirla in Europa, e in modo più specifico in Italia, dove c’è la “sede di Pietro”. Costruire il “punto attrattivo del mondo” (pace “conversione delle armi in aratri”) e costruirlo qui, a Roma: chiudere, come fece Augusto, il tempio di Giano e costruire l’Ara Pacis (unificando il mondo, come Augusto fece). Questa non è “poesia” ed “utopia”: è la storia essenziale di oggi e di domani”(20 luglio 1970). I due brani, ripresi dalla commemorazione in Parlamento per il centenario della nascita di La Pira tenuta da Giulio Andreotti, ci forniscono copiosi indizi della via originale, “terza” ma liberissima, che La Pira indicava. Sperando ed operando che una politica di prospettive totalmente cristiane potesse portare la pace, superato il bipolarismo “nucleare”, e che tale pace mondiale passasse misteriosamente e necessariamente per la “Roma felix” cristiana. Ma è tutto il mediterraneo, secondo La Pira e ci interessa qui sottolinearlo, a dover mantenere la sua antica promessa, e consegnare agli uomini un‘era di fratellanza. Colpisce, certamente, che nel dialogo col mondo ebraico ed islamico ciò che era attuale per lui, lo rimanga ancora per noi, che un leader islamico come il re del Marocco chiese se poteva testimoniare al processo di beatificazione di La Pira, conoscendone la fede in Dio, e che da sindaco di Firenze lui stesso offrì ospitalità perché il congresso mondiale ebraico si tenesse in città. E la via più semplice per capire da quale sorgente nascessero le sue intuizioni e il suo agire politico talora eclatante è riandare alle fondamenta teologiche del suo pensiero. Per porre nella giusta luce tanto i tour clandestini in Cina e Vietnam, su vie diplomatiche “alternative” o le soste a Mosca, quanto e soprattutto i viaggi in Medio Oriente a cominciare dalla Palestina, i celeberrimi quattro Colloqui mediterranei dal 1958 al 1964, i Convegni per la pace e la civiltà cristiana. Così diventano più vicini e “nostri” i suoi tentativi fatti con francescana audacia di testimoniare ai leaders mediorientali la medesima fede che il poverello di Assisi mostrò al Sultano Malik al Kamil.
“O signor nostro! Certo tu adunerai gli uomini tutti in un giorno sul cui sopra venir non v’ha dubbio, chè Dio la sua promessa non rompe”. Significativamente anche un rimando al Corano III, 9 si ritrova tra le glosse di La Pira ai testi base dei suoi studi sulla figura e sulla vocazione di Abramo. La comune origine abramitica è ben presto posta da La Pira a base storico-teologica del legame tra le religioni monoteistiche del mediterraneo, un legame che dovrà condurre - risanando le relazioni tra Chiesa ed Israele come tra Israele e Islam – alla ricomposizione dei rapporti delle nazioni, nella pace. Sarà questo il tempo in cui Gesù Cristo dimostrerà tutta la sua capacità di “riunitore delle genti disperse”, compiendo la profezia di Abramo. “All’Islam mi lega poi una dolce cosa” continuava La Pira nel 1953 al Convegno per la pace e la civiltà cristiana, “mi lega l’amore per la vergine Maria, madre nostra consolatrice, regina dei cristiani”. Abramo e Maria dunque“costituiscono due pegni e due garanzie di quella unità e di quella pace di cui andiamo alla ricerca”. E poi, come accennato, san Francesco - la ricostruzione della sua figura operata da Louis Massignon e Giulio Basetti Sani esercitò grande influenza su La Pira - fu pienamente riconosciuto come un santo che apriva la strada al riconoscimento del Cristianesimo da parte dell’Islam, e fu sempre modello dell’azione e destinatario delle preghiere del servo di Dio.
La centralità che La Pira riconosceva però ad Israele nell’architettura di pace da realizzare ha saldissime fondamenta (ed egregiamente le documenta nel suo Giorgio la Pira e la vocazione di Israele, Lanfranco Martini, Giunti 2004, a cura di). “Non si può mai affrontare… il problema di Israele senza essere immediatamente sollevati sul piano misterioso di Dio” scrive nel gennaio 1958 La Pira al primo ministro David Ben Gurion. “Il problema davvero drammatico che è posto in Palestina e che fa gravitare attorno a sé la storia attuale… non va considerato alla luce esterna e “razionale” della politica di ogni giorno: va visto sotto una luce di altra natura, profetica: e solo da questa esso può trarre una soluzione valida anche politicamente… Perché Gerusalemme è la città santa degli ebrei, dei cristiani e dei mussulmani? Che senso storico ha questo mistero religioso? Perché Abramo è il comune padre dei credenti? Ecco delle domande che sono come la premessa autentica di ogni politica autentica, di ogni politica che si muova in conformità al movimento profondo e misterioso della storia dei popoli. Il problema politico di Israele, il problema politico dei suoi rapporti con gli stati arabi, il problema politico di tutto il mediterraneo ed i problemi politici del mondo intero… come attratti attorno a questo bacino misterioso… devono essere posti nel quadro di queste domande così essenziali”. Ed ancora, il carteggio fitto che La Pira nutrì con Martin Buber ci riporta alla convinzione lapiriana che vi fosse una sostanziale unità tra le tre civilizzazioni mediterranee (“fiorite sul comune tronco della rivelazione divina”), che esistesse una continuità-complementarietà tra l’Antico e il Nuovo testamento portata a compimento in Gesù e che “se i popoli del mediterraneo riprenderanno consapevolezza di questo messaggio eterno a loro affidato – c’è una geografia della grazia che va rispettata – allora davvero essi saranno come il faro irradiatore della storia di domani”. Se per Buber tutto doveva partire dalla pratica soluzione della questione palestinese, per La Pira invece la civiltà mediterranea con la sua universalità doveva seguire il cammino che la Provvidenza le aveva preparato, adempiere la sua missione con le armi dell’alleanza con Dio in Abramo, della cultura greca ed araba, del diritto romano. (Sul contributo inestimabile di Roma alla costruzione della civiltà cristiana europea vale qui riportare come contrappunto un’affermazione resa a 30Giorni da Remi Brague, professore di Filosofia araba alla Sorbona: “I romani… hanno compreso che il loro compito storico era anche di diffondere una cultura che non era la loro. Essere “secondari” significa sapere che ciò che si trasmette non proviene da sé stessi, e che lo si possiede solo in modo fragile e provvisorio. Questo implica tra l’altro che nessuna costruzione storica ha niente di definitivo. Deve essere sempre rivista, corretta, riformata.”).
Continua la Pira nell’agosto del 1958: “Israele è il punto teologico essenziale della teologia della storia: nella geografia della grazia e nella storia della grazia – nella geografia di Dio e nella storia umana – Israele è in certo modo il punto in certo modo centrale e determinante. E i politici veri, quelli non superficiali, quelli che hanno il senso profondo della storia, quale Dio la disegna e la determina, non possono trascurare questo punto essenziale di riferimento del movimento totale delle nazioni… Perché pensiamo che le stesse nazioni arabe - e la loro rinascenza – sono legate all’esistenza di Israele ed alla rinascenza di Israele: il finalismo storico più profondo – quello teologale – domanda, ci pare, questo contemporaneo risorgere ed avanzare nello stesso mistero: il mistero delle “nazioni di Abramo”. All’epoca della missiva lo Stato di Israele esiste da dieci anni, e la sua permanenza appare all’estensore un evidente segno dei tempi del cammino che la storia ha intrapreso verso un’era di “umanesimo integrale, umanesimo dell’Incarnazione” (preso in prestito da Jacques Maritain) . Allo stesso modo non v’era dubbio che nella Shoah si intravedesse una similitudine con il calvario di Gesù Cristo, nella certezza che il nazismo volesse distruggere con l’ebraismo anche il cristianesimo. Il finalismo teologico quasi rivendicato da La Pira vedeva nella storia del suo tempo l’esprimersi via via di necessità oggettive come la ricostruzione dopo la guerra mondiale, la fine del colonialismo e l’affacciarsi di nuovi stati liberi, i dialoghi per bloccare la proliferazione nucleare, l’azione di personalità come Kennedy, Kruschev, papa Giovanni XXIII e poi Paolo VI. E sempre, al centro di tutto, il mediterraneo, la Chiesa, Israele, l’Islam, che l’abbraccio di Gesù risorto avrebbe infine riunito, per il bene dell’umanità.
Nel cuore e nella mente di La Pira la messianicità di Gesù non pone nessun conflitto politico, e la sua visione della vita delle nazioni potrebbe anche essere definita “millenarisica”, ma in una forma mite, sorridente, attraente. Tale cioè che non gli ha impedito – causa arroccamento e recriminazione contro i mali del mondo – ma anzi favorito una vita di responsabilità politiche, l’accompagnamento fraterno dei suoi (che non erano necessariamente del suo stesso partito) nell’impegno sociale e pubblico, e la possibilità di dire sempre, con cortese certezza, una parola a favore della Chiesa ai grandi della terra. Giorgio La Pira che critica gli “pseudo realisti” in politica non era un clericale, era un realista colmo di fede, che ad ogni porta ha bussato con evangelica insistenza.