Fallimenti e prospettive di rilancio della cooperazione allo sviluppo
di Barbara Contini
Barbara Contini
Senatrice. È membro della Commissione Difesa e della Commissione Politiche dell’Unione europea del Senato. Ha lavorato in aree di crisi, come Kosovo e Bosnia, dove è stata direttrice dell’OSCE.
È stata funzionaria dell’ONU a Tokyo e Governatore civile della provincia di Dhi Qar, Iraq. È stata inviata del Governo in Darfur, dove ha coordinato gli aiuti umanitari
L’incessante esodo o fuga dai Paesi poveri nel mondo di milioni di esseri umani è il fenomeno globale di natura politica, geografica, sociale, economica, caratterizzante questo inizio di millennio. L’Europa è la meta, l’approdo quasi naturale per le decine di migliaia di uomini e donne che fuggono dall’Africa , con un flusso ultradecennale incessante, tanto da aver acquisito la denominazione di new dispora o global diaspora, la seconda diaspora dopo quella forzata del XVI secolo verso l’America. Il rischio di conflitti che tale immigrazione può apportare si individua nello stesso concetto di diaspora che comprende in sé anche il permanere di un legame forte ed attivo con il luogo di origine rendendo difficile l’instaurarsi del senso di appartenenza verso il Paese ospitante. La caratteristica del fenomeno tende a rafforzarsi piuttosto che modificarsi poiché la povertà cronica in particolare delle zone dell’Africa sub sahariana, abbinata a conflittualità locali stanno determinando negli ultimi anni anche il brain drain, per il sempre crescente numero di migranti intellettuali in fuga dalla loro terra, che diviene di conseguenza sempre più povera anche di speranze per il futuro. L’Italia, frontiera esterna dell’Unione europea , e più vicina alla costa africana assieme a Grecia, Spagna e Malta, subisce l’impatto delle masse di immigrati disperati provenienti dall’altre parte del Mediterraneo. Dalle coste maghrebine e libiche in particolare viene effettuato anche in condizioni estreme l’imbarco dei clandestini e, nel momento stes so in cui si concretizza la partenza si materializzano anche i reati di traffico degli esseri umani o di favoreggiamento alla immigrazione clandestina da parte di organizzazioni locali o internazionali. Appare naturale che tale complessa fenomenologia di portata globale non può essere affrontata esclusivamente all’interno della politica italiana anche se da oltre un ventennio la legislazione nazionale si novella periodicamente per tentare di arginare l’immigrazione clandestina e si sperimentato a livello diplomatico dialoghi, cooperazione ed accordi con i paesi da cui ha origine la diaspora o da cui avviene l’imbarco. Il trattato di amicizia italo- libico è l’ultima sperimentazione, in ordine di tempo, da parte di un Paese che si è trovato da solo, senza il necessario supporto a livello di Unione europea, di fronte a quotidiani sbarchi a Lampedusa che stava implodendo con i suoi centri di identificazione ed espulsione. E’ vero che l’applicazione dell’accordo implica problemi etici e di jus cogens, qualora venissero violati i diritti umani dei clandestini riaccolti dalla Libia, anche a fronte di procedure di respingimento effettuate nel rispetto formale delle norme internazionali. Problemi che coinvolgono più la coscienza morale di un Paese, e nel caso l’Italia, e l’etica della politica piuttosto che l’infrazione del diritto internazionale. Per la portata della problematica che tocca le corde più profonde di ogni cittadino e di ogni responsabile delle istituzioni è necessario individuare altri percorsi perché il respingimento in mare delle carrette cariche di umanità disperata non costituisce la soluzione, ma solo un provvedimento tampone. E’ stata più volte, soprattutto nell’ultimo periodo, chiamata in causa l’Europa, quell’Unione europea che ancora non riesce a definire una politica unitaria su immigrazione e sicurezza nonostante la comunitarizzazione della materia. I visti, l’asilo, la prima accoglienza, il pattugliamento delle coste gli aiuti ai paesi di origine delle diaspore sono tutte questioni rientranti nell’area della libertà, sicurezza e giustizia che il Trattato di Amsterdam ha sottratto all’obbligo di unanimità degli accordi intergovernativi per portarle nel più forte primo pilastro della decisione comunitaria a maggioranza. Eppure i Paesi, soprattutto quelli che recintano l’Unione con le loro coste protese nel mare, ma anche quelli che ne costituiscono le frontiere terrestri rimangono soli a fronte dell’emergenza,costituita da una pressione sempre più forte per ingressi di massa di stranieri illegali. Soli e soggetti a scontri politici interni, qualunque sia la politica adottata, perché non può essere mai risolutiva di un fenomeno che sovrasta la potenzialità di un governo ad affrontarlo nella sua interezza. L’immigrazione clandestina ha in sé un doppio volto di cui occorre tener conto, da una parte l’umanità dolente che fugge dal bisogno economico, dalle guerre e dai disastri ambientali e chiede conto di tali condizioni all’occidente opulento, indifferente o irritato per le invasioni, e dall’altra una criminalità ante litteram, ma agguerrita e crudele che ha riconfigurato dopo secoli gli odiosi reati di tratta e sfruttamento degli esseri umani, tanto da costringere i legislatori a reinserire le nuove figure criminose nei codici penali degli stati. Tali aspetti contrastanti, ma indissolubilmente legati e di livello transnazionale, inevitabilmente non potranno trovare soluzioni in legislazioni nazionali, tutte di natura emergenziale e diversificate in relazione ai programmi di governo ed alle diverse sensibilità sociali. Ed è nel quadro delle regole generali che coinvolgono tutti i Paesi appartenenti all’Unione che poi interviene la politica nazionale per la parte di competenza e di attuazione. L’iniziativa che ha dato luogo alla istituzione di Frontex, l’agenzia europea per il controllo delle frontiere e la formazione nel settore ha costituito un primo positivo passo, mostratosi comunque inadeguato, per la prorompente portata del fenomeno. Purtroppo la stagnazione che attanaglia l’Europa dopo l’aborto del Trattato costituzionale e il blocco del Trattato di Lisbona impedisce di affrontare radicalmente il fenomeno migratorio a livello sovranazionale, e di conseguenza quell’anima politica dell’Unione europea a cui aspiravano i padri fondatori non riesce a manifestarsi. Anche il modello di cooperazione allo sviluppo deve subire radicali trasformazioni alla luce dei risultati fallimentari degli aiuti più o meno consistenti fatti arrivare per decenni ai Paesi soprattutto dell’Africa sub sahariana, ma fagocitati dai governi locali, senza produrre miglioramento nelle condizioni di vita delle popolazioni. La cooperazione allo sviluppo è uno strumento molto importante per gli interventi nelle aree della diaspora, può innestarsi, se utilizzato adeguatamente, alla politica di relazioni economiche, a cui l’Italia si è solo timidamente approcciata, finalizzata a contribuire nell’esportazione di tecnologie e quindi know how per l’utilizzazione delle risorse, soprattutto nel campo dell’energia alternativa. L’emergenza degli sbarchi clandestini ha posto in ombra l’altro aspetto conseguenziale ad un ventennio di crescenti immigrazioni nel nostro Paese, quello dell’integrazione, pericolosamente sottovalutato, perché qualora lasciato a sé stesso provoca sacche di malcontento se non di odio che si possono trasformare in bacini di coltura anche del terrorismo. Non abbiamo da esportare alcun modello di integrazione, né abbiamo assunto quelli di altri paesi europei. L’integrazione è un processo culturale prima che politico che nasce e si espande nelle fibre della società civile grazie alla circolazione di idee, sperimentazioni e verifiche e si trasforma in progetto politico sostenuto dai governi, non cambiato ad ogni governo che si alterna. L’iniziale predisposizione della società civile all’accoglienza, all’accettazione dello straniero, si sta logorando e trasformando in ostilità, diffidenza se non paura, anche per ripetuti episodi criminosi ad opera soprattutto di immigrati che vivono di illegalità o nella clandestinità. Sono stati stimanti in circa un milione gli immigrati mai identificati, oppure con permessi scaduti e non rinnovabili, o che si sono sottratti all’espulsione. Essi, senza più identità e spesso senza un volto, vivono sul nostro territorio, sfruttati nel lavoro nero o da bande criminali e, nel migliore dei casi, assistiti da conterranei o familiari più fortunati. Un dato preoccupante che sfugge sempre più all’attenzione politica, tutta protesa ad impedire nuovi arrivi. Per gli altri milioni di stranieri che lavorano, hanno ricongiunto il nucleo familiare o lo hanno formato in Italia, per la seconda generazione di immigrati che si concretizza nel tempo, va favorita l’armonica integrazione nel tessuto civile della nostra società. Norme ad hoc e good pratictes sono strumenti indispensabili che vanno sostenuti per creare un modello italiano di integrazione, che tenga conto degli aspetti positivi e negativi dei modelli sperimentati da altri Paesi europei. La rivisitazione della legislazione sulla cittadinanza si rende urgente ed indispensabile soprattutto per eliminare i contrasti più stridenti e favorire l’integrazione. E’ un paradosso consentire la cittadinanza immediatamente dopo un matrimonio con un cittadino italiano ed impedirla o renderne estremamente difficoltoso il conseguimento a coloro che sono nati e vissuti in Italia. L’acquisizione del titolo di appartenenza ad un paese deve sempre presupporre progetti di educazione alla cittadinanza legati a percorsi culturali anche obbligatori, finalizzati all’ adesione ai principi regolanti il rispetto dei diritti e la pacifica convivenza. Un progetto complesso come quello dell’integrazione comporta un coinvolgimento di più attori istituzionali e dell’intera società civile, perché la condivisione è la premessa indispensabile della sua riuscita. La portata delle questioni legate ad immigrazione e integrazione porta a considerare anche l’opportunità di istituire un apposito dicastero, luogo politico ed amministrativo ove pensare ed attuare le politiche idonee a far affrontare al nostro Paese una delle sfide più forti della globalizzazione.