I profumi di Sicilia?
Dietro una macchina da presa in Tunisia
Sul set del suo prossimo film Baarìa, Tornatore racconta
come ha ritrovato la sua isola in Africa
di Giuseppe Tornatore
Giuseppe Tornatore
Regista teatrale, cinematografico e televisivo. Tra i suoi numerosi film, “Nuovo cinema paradiso”, insignito a Cannes del Gran premio speciale della giuria e a Hollywood dell’Oscar per il miglior film straniero, e “La leggenda del pianista sull’Oceano”.
Prima di Baarìa l’Africa l’avevo incontrata già una volta. Avevo girato in Marocco la parte del mio film Malèna che si svolge sul mare. Era inverno, non potevamo realizzare la location in Sicilia, né costringere i bambini protagonisti di quelle scene a soffrire il freddo fingendo di essere in estate. Ci siamo spostati in Marocco, abbiamo costruito un’importante scenografia sul mare e girato due-tre settimane. Fu un’ottima esperienza. All’inizio del 2000. Sospese le riprese a Natale le riprendemmo subito dopo le feste. Per completarle in Sicilia, avremmo dovuto aspettare l’estate, con grossi problemi organizzativi e l’impedimento dell’uscita del film per la data fissata. Inoltre, non trovavamo lungo le coste siciliane un tratto incontaminato dove si potesse costruire un’ambientazione anni quaranta, c’era troppo da cancellare, troppe cose da nascondere e comunque aspettare l’estate. Era la parte in cui i bambini spiano Malèna. Certo, a gennaio, a febbraio, avremmo potuto anche avere giornate di sole, ma mettere i bambini in camicia e pantaloni corti sarebbe stato un disastro. Allora, anziché stare fermi e attendere la buona stagione, l’idea fu di raggiungere noi un luogo dove il caldo c’era già. Girammo in Marocco tutta la casa di Malèna, costruita sul mare, anche l’interno. E qualche altra scena. Furono tre ottime settimane. Mi ricordo un autista marocchino che mi disse: io faccio il cinema da tanti anni, ero l’autista di David Lean, quando venne a girare Lawrence d’Arabia. All’epoca era un fatto episodico, eccezionale, e ce ne sono stati altri dopo; adesso c’è una continuità, si gira costantemente. Tant’è che hanno fatto proprio dei teatri. Credo che ce ne siano a Uarzazate, con partecipazione di Cinecittà, cose del genere. Una volta ho girato una pubblicità proprio da quelle parti, in pieno deserto, sempre utilizzando molte delle loro risorse professionali. Abituati a pensare che lì non si trovi nulla, invece trovi tutto. Maestranze capacissime, attrezzature. In Marocco in modo particolare perché già da tempo era nata tutta l’esperienza delle fiction. Si gira talmente tanto che sono cresciute delle realtà locali davvero importanti. La prima volta che sono stato in Marocco, tanti anni fa, per motivi di promozione, andai a un festival. Un diplomatico italiano che mi fece incontrare dei responsabili del governo marocchino mi chiedeva cosa inventare per lanciare quella terra col cinema. “Siamo rimasti fermi a Lawrence d’Arabia, a qualche film americano, ma pensiamo che sia possibile fare molto di più, che si possa diventare un centro di riferimento.” Di lì a pochi anni l’hanno realizzato e si gira proprio tanto. E trovi tutto. Anche i teatri di posa. Nel caso, adesso, di Baarìa, abbiamo visitato le strutture di Hammamet ma non erano sufficienti. Anche in Tunisia c’è una grande attività cinematografica e televisiva. E quindi abbiamo trovato gente all’altezza. Costruire a Tunisi questa immensa scenografia non è stato per il piacere di andare in Tunisia: dovevamo abbattere i costi e ci serviva un luogo talmente vicino alla Sicilia dal punto di vista climatico, della vegetazione, delle facce della gente locale, da essere in armonia con lo spirito del progetto. E c’era l’esigenza di trovare tutti questi operai, tutte queste maestranze. In fin dei conti noi dall’Italia, sì e no, per la scenografia avremo portato sei persone, le altre centinaia e centinaia e centinaia le abbiamo trovate sul posto: i costruttori, i capicostruttori, falegnami, stuccatori, specialisti, fabbri, abbiamo avuto pittori e scultori di scena straordinari. Sì, ci sono stati tanti problemi, ma di altra natura. È un luogo che ha mille potenzialità. Puoi girare qualunque cosa. Avevamo complessivamente una troupe di 150, anche 200 persone, dall’Italia saremo stati massimo 40 – 45, 50 nei momenti più intensi. Tutti gli altri africani. Macchinisti, elettricisti, pittori, scultori, falegnami. Solo i capi reparto italiani. Le altre persone del luogo. Hanno fatto un lavoro davvero notevole e la convivenza tra le nostre maestranze e le loro, che si è protratta per quasi due anni, è stata formidabile. C’era anche una società di service che seguiva la produzione esecutiva del film e ci organizzava il tutto. È stata un’esperienza molto molto positiva. Realtà preparatissime per il cinema, dunque. Infatti mi risulta che anche gli americani e gli inglesi ci vanno a girare spesso. Trovano un insieme di fattori che li sa accogliere da ogni punto di vista, non soltanto da quello della bellezza dei luoghi, della natura. Ci sono anche energie professionali all’altezza di qualunque tipo di progetto. Il lavoro costa complessivamente un po’ meno che altrove, ma il fatto di non dover portare tutti da Roma o da Londra o da Los Angeles è un’ulteriore facilitazione economica. Si fanno molte cose in Nord Africa. Lo leggi sui giornali. Che so, I predatori dell’arca perduta, mi pare, uno di quel filone, e una parte de La mummia o di alcune mummie, credo siano state girate lì. Tantissime fiction. Nei teatri di Hammamet hanno costruito le scenografie di Roma antica, e tutte le fiction sull’argomento le hanno fatte lì. Ottimizzano queste scenografie, riadattandole progetto per progetto. Mi ha colpito la facilità di risolvere le cose. Uno ci va pensando che sarà tutto difficile e invece alla fine risolvi ogni cosa. Ecco, il capocostruttore di tutta la scenografia di Baarìa è tunisino, Monzef, grande lavoratore, un uomo che sa il fatto suo, ha un’esperienza decennale e sa parlare anche l’italiano. Spessissimo parlano l’italiano, parlano tutti il francese, qualcuno parlotta l’inglese. Hanno diverse frecce ai loro archi. Il fabbro che ha realizzato tutti i balconi di corso Umberto e corso Butera, nella scenografia di Baarìa, è tunisino. Straordinario. Gli abbiamo portato le fotografie dei bei balconi fatti negli anni trenta, con tutte quelle variazioni nei decori. Li ha fatti uguali, ci sono centinaia e centinaia di balconi veri, fatti di ferro vero, e tutti diversi l’uno dall’altro. Con le decorazioni esattamente come quelle di Bagheria. Un fabbro solo li ha fatti. Puoi incontrare lavoro qualificato di ieri e lavoro qualificato di oggi. Ho dovuto registrare dei playback, l’ho fatto con un’orchestra locale, che li ha registrati perfettamente e sono nel film. Il nostro fonico era del luogo, e anche se poi molta parte del film l’ho dovuta doppiare, ha fatto un lavoro dignitoso. Ci serviva una giovane pianista che facesse un ruolo, l’abbiamo trovata lì. Si lavora bene. Il clima è un po’ pazzo in certe stagioni, cambia continuamente. In Marocco fummo più fortunati, per Baarìa purtroppo l’avventura metereologica ci ha danneggiato. La primavera che ci dicevano già a febbraio, in realtà è arrivata troppo tempo dopo. Tutto febbraio, marzo e aprile abbiamo avuto freddo, vento e pioggia. Il sole è arrivato a fine maggio, insomma abbiamo avuto grossi problemi. Però dicono che in genere non è così, si vede che siamo stati sfortunati in Tunisia, come lo eravamo stati in Sicilia. Perché in due mesi di riprese in Sicilia è piovuto tutti i giorni. È stata un’annata di pioggia, l’abbiamo trovata in Sicilia e in Tunisia. Attori ce n’è, però non erano le tipologie somatiche che servivano a noi. Qualcuno sì, l’abbiamo utilizzato, una decina. Ma abbiamo impiegato più di trentamila comparse. In tutto il film trentacinquemila, trentamila in Tunisia, e qualcuno poi riusciva a fare anche piccoli ruoli. Solo che, per scegliere facce adatte al film, abbiamo cercato verso l’interno, e spesso venivano persone che non conoscevano le nostre lingue, non riuscivamo a comunicare con loro. Hanno molta pazienza. Aspettano tutto il giorno, resistono. Abbiamo girato all’aperto la scena dell’occupazione delle terre in un posto bellissimo. Non c’era ombra da nessuna parte. La produzione aveva predisposto con i teli dei luoghi dove sostare all’ombra, bere. C’erano 50 gradi, mille comparse, durante le ore di attesa si sedevano al sole, noi le guardavamo meravigliati, le spronavamo a cercare un po’ di fresco, niente da fare… Resistevano ore e ore, poi gli dicevi “via, pronti per girare” e s’alzavano freschi come le rose… Grande pazienza, grande fibra, grande capacità di resistenza.