Un miliardo di affamati nel mondo, gli Stati ricchi
diano più sostegni all'agricoltura
di Jacques Diouf
Jacques Diouf
Politico e diplomatico senegalese attualmente
è Direttore Generale della FAO.
Laureato in alla Sorbona di Parigi, è stato Segretario di Stato per scienza e tecnologia del governo del Senegal, nonché membro del Parlamento e ambasciatore presso le Nazioni Unite a New York.
Secondo stime preliminari della FAO, la recessione economica mondiale rischia di condurre oltre 100 milioni di persone oltre la soglia della povertà e della denutrizione nell’arco di quest’anno. Queste si aggiungono ai 115 milioni che tra il 2007 e il 2008, a causa della crisi dei prezzi alimentari mondiali, sono già andati ad ingrossare le fila di coloro che soffrono la fame.
A causa della stretta relazione tra emigrazione e insicurezza alimentare, l’aumento del numero degli affamati – fino ad un totale di circa un miliardo di persone – si tradurrà quasi certamente in un aumento della pressione migratoria verso i paesi ricchi e dotati di ampie scorte alimentari, e in particolare in un flusso di emigranti dall’Africa, una delle zone al mondo che più soffrono il problema della fame, verso l’Europa. Nel corso della storia umana la fame, e la conseguente ricerca di nuove terre coltivabili e nuovi pascoli, è stata tra le principali cause degli spostamenti di popolazioni, sia nella forma delle guerre di conquista che in quella di più pacifiche migrazioni. Le navi Normanne salparono con le pance vuote dopo un raccolto magro. Le tribù germaniche si diressero a sud verso Roma per la stessa ragione. Gli invasori Mongoli cercavano pascoli per il loro bestiame. Più recentemente la carestia delle patate in Irlanda a metà del 1800 ha spinto due milioni di persone a cercare una nuova dimora in Gran Bretagna, negli Stati Uniti, in Canada e in Australia. Due decenni dopo, il XIX secolo ha anche assistito all’esodo di migliaia di Italiani e Spagnoli affamati verso l’Argentina e l’Uruguay.
Tra il 1800 e il 1960, circa 60 milioni di Europei sono emigrati dal loro continente – principalmente verso gli Stati Uniti. La maggior parte di loro erano piccoli contadini e braccianti agricoli spinti ad abbandonare le loro terre dalle ricorrenti carestie che hanno afflitto l’Europa nei 50 anni tra il 1840 e il 1890.
Oggi il problema della fame si è spostato dall’Europa ai paesi in via di sviluppo, principalmente in Asia e in Africa. E nonostante adesso sia molto più difficile per i migranti poveri trovare rifugio in una terra straniera di quanto non lo fosse 150 anni fa, quando non c’è altro modo per calmare i morsi della fame, la gente continua a radunare le proprie poche cose e partire, come ha sempre fatto. Il numero totale di emigranti oggi nel mondo ammonta a circa 200 milioni, metà dei quali donne e 20 milioni dei quali Africani. Ma, finché il problema della fame e della malnutrizione non viene affrontato alla radice, tale numero non può che crescere.
Le nazioni ricche che cercano di contenere la pressione migratoria sulle loro coste e sulle loro frontiere non possono continuare semplicemente a restringere l’accesso inasprendo le misure di ordine pubblico, di deterrenza e di sicurezza. Investire nel settore agricolo nei paesi poveri, rendendo la gente autosufficiente nel generare i propri redditi e procurarsi il cibo, può rallentare l’esodo delle popolazioni rurali povere sia all’interno che all’esterno dei confini dei loro paesi. Questo è ancor più vero se si tiene conto che ulteriori pressioni migratorie deriveranno dal peggiorare del cambiamento climatico, che ridurrà la disponibilità di terra ed acqua, specialmente ai tropici, in un momento in cui la produzione alimentare globale dovrebbe raddoppiare per nutrire una popolazione mondiale che è prevista raggiungere i 9.2 miliardi di persone nel 2050. Aumentare gli investimenti nel settore agricolo nei paesi in via di sviluppo non è solo un’importante misura per l’immigrazione. E’ prima di tutto una decisiva misura economica: assicura infatti che coloro che oggi premono sui confini delle nazioni ricche come emigranti vi siano ben accolti domani … come turisti.