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IMMIGRAZIONE

La Caritas: più che un pacchetto sicurezza serve un pacchetto integrazione

Inaccettabile e sbagliata l’equazione clandestino-criminale

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di Vittorio Nozza



Mons. Vittorio Nozza 
E' direttore di Caritas Italiana. E' stato Direttore della Caritas diocesana di Bergamo nonché  cappellano del carcere di Bergamo.


La disputa sul fenomeno dell’immigrazione, insieme a questioni molto concrete, presenta anche aspetti discutibili e paradossali. Il più grave è certamente l’uso strumentale di un dramma che coinvolge moltitudini di persone, ciascuna con un nome e una propria storia. Si tratta in primo luogo di ‘disperati’ che fuggono dai loro Paesi, cercando rifugio in quelli più ricchi e più liberi, ma ne è coinvolto anche chi li aiuta e li soccorre e chi si sente minacciato da questi flussi migratori, portatori di lingue e storie diverse. Tutti aspetti che meritano di essere considerati con la dovuta attenzione.   Prima di entrare nel merito delle proposte governative avanzate a partire dall’estate scorsa, preme ribadire come la Caritas Italiana abbia da subito espresso le sue perplessità circa i contenuti del c.d. pacchetto sicurezza che, sin dalla sua formulazione originaria, è apparso orientato ad attuare una sorta di principio di indesiderabilità piuttosto che un percorso di accoglienza e integrazione. Una prospettiva peraltro non nuova: da anni la gran parte delle iniziative istituzionali hanno avuto un approccio securitario, i cui risultati, però, si sono rivelati in buona parte inefficaci, intervenendo sull’immagine riflessa dei problemi e non sulla loro essenza. Da decenni il sistema delle Caritas diocesane è stato chiamato a confrontarsi su tale fenomeno nelle sue multiformi sfaccettature incontrando certamente difficoltà ed ostacoli a cui, però, si è cercato di rispondere attraverso un lungo lavoro di contiguità con gli immigrati e le comunità locali.  Più in generale siamo convinti che al pacchetto sicurezzaandrebbe contrapposto un pacchetto integrazione,capace di far stare la diversità dentro un sentire e vivere comune.  
Un paese indebolito e demotivato, che fatica a trovare soluzioni ad una quotidianità sempre più precaria, è naturale e giusto che chieda delle risposte, possibilmente veloci ed efficaci. Ma quelle finora arrivate non sembrano corrispondere ad un necessario progetto politico-sociale globale ben definito, almeno per quanto riguarda il fronte dell’immigrazione. Il criterio fondamentale – come ha ricordato il Presidente della Conferenza episcopale italiana, il cardinale Angelo Bagnasco il 25 maggio scorso, in apertura dei lavori della 59° Assemblea Generale – è “il valore incomprimibile di ogni vita umana, la sua dignità, i suoi diritti inalienabili. Accanto a questo valore  dirimente, ce ne sono altri, come la legalità, l’affrancamento dai trafficanti, la salvaguardia del diritto di asilo, la sicurezza dei cittadini, la libertà per tutti di vivere dignitosamente nel proprio Paese, ma anche la libertà di emigrare per migliorare le proprie condizioni da contemperare naturalmente con le possibilità d’accoglienza dei singoli Paesi, o magari solo per arricchirsi culturalmente”.   Dunque l’adozione di qualsiasi scelta politica su un tema così delicato deve essere ispirata da una strategia ampia e articolata, di respiro europeo, ma anche da un realismo che miri a risolvere questioni e non a inasprirle, pur nella consapevolezza che alcune volte occorre assumere una posizione decisa per tentare di superarle. Un realismo che si dovrà sostanziare nell’adozione di misure non solo ritenute efficaci nelle intenzioni, ma anche e soprattutto percorribili nei fatti e durature, in un quadro di valori ritenuti irrinunciabili a partire proprio dal rispetto dei diritti fondamentali della persona.  
Passando alla disamina di alcune della più rilevanti previsioni contenute nel pacchetto sicurezza, preme rilevare come il cosiddetto reato di immigrazione clandestina appaia una misura sproporzionata rispetto alla condotta contestata al migrante entrato irregolarmente, in quanto abbassa in maniera eccessiva la soglia di intervento penale fino a ricomprendere fra i delitti mere forme di irregolarità amministrativa. Peraltro, una previsione di questo tipo ha come presupposto che ad ogni irregolare corrisponda un criminale, circostanza che in alcun modo è avallata dalla realtà dei fatti né tanto meno dai dati disponibili. Da tempo le nostre comunità e i nostri territori sono privi di omogeneità, ed infatti le attività economiche, in quasi tutti i settori, sopravvivono ormai solo grazie all’apporto imprescindibile della manodopera diversa sul piano etnico o anche solo culturale. In ogni caso, sicurezza e immigrazione rimangono due problemi distinti. Alla base del bisogno di cittadinanza vi sono dei diritti umani universali, richiesti e reclamati da chiunque. Oggi ad ostacolare un autentico clima di pace e sicurezza sociale è l’eccessiva disuguaglianza nei diritti e doveri delle persone che vivono e lavorano insieme, piuttosto che il mancato riconoscimento delle relative identità culturali. Si tratta pertanto di collocare le nostre società dentro una prospettiva che garantisca a tutte le persone, oltre la sicurezza e la legalità, eguale dignità di vita e di speranza. Tanto più in un periodo in cui la crisi incrementa un duplice trend migratorio: di rientro per i “falliti dell’emigrazione”, ma anche e soprattutto di nuove fughe da sempre più ampie aree di povertà. Inoltre l’esperienza sul campo, maturata in tanti anni di attività, ha dimostrato l’assenza di una capacità dissuasiva di un simile intervento penale nei confronti degli irregolari: i fattori di spinta delle migrazioni non verrebbero scoraggiati mentre il rischio sarebbe quello di un ingolfamento del sistema giudiziario, da un lato, e dall’altro di costringere i pubblici ufficiali e gli ufficiali di pubblico servizio (medici, presidi ecc.) a denunciare, in quanto obbligati dalla legge, tutti quegli stranieri che a loro dovessero presentarsi privi di permesso di soggiorno. Anche la previsione di allungare il periodo di trattenimento nei CIE (Centri di Identificazione ed Espulsione) fino a 18 mesi contrasta con la posizione più volte espressa da Caritas Italiana e contenuta nelle conclusioni del Rapporto De Mistura, ovvero di andare verso il graduale superamento di questi centri nell’ottica di una migliore gestione del fenomeno. In questo senso, l’eccessivo allungamento dei tempi, oltre a risultare troppo dispendioso, appare configurare una forma di detenzione, impropria rispetto alla loro prima finalità: quella di consentire l’identificazione e il successivo rimpatrio dei cittadini stranieri irregolari.  
Nemmeno la scelta del Governo di rimpatriare direttamente da Lampedusa i migranti che giungono sull’isola siciliana è apparsa praticabile. I tardi nelle operazioni di riammissione da parte delle autorità straniere e la sopravvenuta inagibilità di alcune strutture abitative del CIE, a seguito di una rivolta degli immigrati trattenuti, stanno paradossalmente determinando ciò che il governo voleva impedire, ovvero una concentrazione di migranti a Lampedusa tale da doverne trasferire un certo numero presso altri centri.   All’interno del pacchetto sicurezza, poi,  risulta preoccupante anche il divieto, per gli stranieri privi di permesso di soggiorno residenti in Italia, di effettuare atti di stato civile. Tra le prime conseguenze ci sarebbe l’impossibilità di dichiarare la nascita e di riconoscere i propri figli ovvero di contrarre matrimonio. Come ci ricorda la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo “Uomini e donne in età adatta hanno il diritto di sposarsi e di fondare una famiglia”. Si tratta di un diritto fondamentale della persona, inalienabile anche per coloro che sono in posizione amministrativa irregolare. Per i credenti l’intangibilità del matrimonio  consegue inoltre dalla sua elevazione a sacramento, la quale fonda il dovere della comunità politica “di onorare la famiglia” assicurandole “la libertà di costituirsi” proprio attraverso il patto di matrimonio (Catechismo della Chiesa cattolica, n.1601, 2211).  D’altra parte la possibilità di vivere legalmente in famiglia – talvolta usufruendo per sé e per i figli della posizione di regolarità amministrativa mutuata dal coniuge - assicura non solo serenità e stabilità a uomini, donne e minori, ma evita loro percorsi di marginalità garantendo alla nostra società una maggiore sicurezza. Infine, come ribadito dalla Caritas Italiana congiuntamente  ad organismi cattolici (Sant’Egidio, Fondazione Migrantes, Centro Astalli, ACLI) confondendo il giusto obiettivo di ridurre l’irregolarità con l’accanimento nei riguardi delle persone prive del permesso di soggiorno, il pacchetto sicurezza aggraverebbe ancor più la penosa condizione dei più vulnerabili. Così come la politica dei c.d. respingimenti che ha visto rispediti in Libia battelli carichi di centinaia di profughi disperati in fuga, compresi gli aventi diritto a chiedere asilo. Sembra radicarsi purtroppo l’idea che i problemi planetari – la povertà, la fame, l’ingiustizia, la guerra, la società multietnica – non richiedano impegno duro e faticoso per raggiungere soluzioni reali, ma sia preferibile rimuoverli, allontanarli, seppellirli altrove