Massimo Livi Bacci
Senatore. E' docente di Demografia presso la Facoltà di Scienze Politiche dell'Università di Firenze. Ha insegnato negli Usa, in Messico e in Brasile. Laurea ad honorem dall’Université de Liège e dall’Università Complutense di Madrid.
E’ Accademico dei Lincei e membro della American Philosophical Society.
Molte forze confluiscono nel sospingere le migrazioni verso i paesi ricchi del mondo, l’Europa e l’Italia. C’è, in primo luogo, l’aumento delle disuguaglianze tra regioni e paesi, conseguenza della crescita dell’ultimo mezzo secolo. Lo sviluppo ha beneficiato gran parte dei paesi più poveri – più speranza di vita, migliore salute, alimentazione più adeguata, più istruzione – ma ha allargato il divario tra regioni ricche e regioni povere del mondo. E questo divario continua ad approfondirsi perché la crescita è mossa dall'accumularsi di conoscenza, innovazione e tecnologia che avviene velocemente nei paesi avanzati ma si diffonde con ritardo e difficoltà nei paesi più svantaggiati. Poiché si emigra per migliorare le condizioni di vita, più il progresso si prospetta consistente e più la spinta ad emigrare è forte. La seconda forza che sospinge le migrazioni è di natura demografica: in vaste aree del nord del mondo la bassa natalità degli ultimi decenni si traduce in un declino numerico delle generazioni di giovani e del tasso di formazione della popolazione attiva. Nei paesi del sud del mondo, il declino della natalità è in corso, ma è relativamente recente, cosicché le nuove generazioni che entrano nell'età attiva sono sempre più numerose. Un dato tra tanti: tra il 2010 e il 2030, nell’ipotesi irreale di migrazioni internazionali nulle, la popolazione europea tra i 20 e i 40 anni diminuirebbe del 26 per cento, mentre quella dell'Africa aumenterebbe del 56 per cento: non è dubbio che questo squilibrio sia un potente fattore di spinta per i flussi sud-nord in funzione riequilibratrice. Una terza forza è costituita dal "rimpiccolirsi" del mondo e dall'accorciarsi delle distanze fisiche, dall'annullarsi delle barriere alle comunicazioni, dall'emergere di una lingua veicolare universale. Oggi uno spostamento è meno gravoso di ieri - in termini di tempo, di denaro, di costo del distacco o della separazione - ed è anche più facilmente reversibile. La stessa integrazione economica del mondo moltiplica le occasioni di migrazione: personale dirigenziale e tecnico delle multinazionali, imprese che offrono servizi in paesi diversi, circolazione di studenti, tecnici, professionisti; mobilità di corto periodo culturale, turistica, per affari. Movimenti che determinano rapporti sociali ed affettivi, unioni, matrimoni e nascite, e generano vincoli transnazionali. Infine le patologie del mondo - guerre, conflitti, persecuzioni, catastrofi naturali ed umanitarie - danno purtroppo un continuo, anche se disuguale, contributo alla mobilità umana.
Le stime dei flussi – ricordando che le statistiche sui movimenti migratori sono molto imperfette, - rispecchiano il rafforzarsi delle migrazioni dai paesi “meno sviluppati” a quelli “più sviluppati”. Negli anni ’80, il saldo migratorio netto tra i primi ed i secondi fu pari a circa un milione e mezzo all’anno; negli anni ’90 toccò due milioni e mezzo e supera tre milioni in questo decennio. L’aumento è però relativamente modesto se si paragona alla rapidità dei processi di mondializzazione; va detto poi che un trasferimento “netto” di tre milioni di persone all’anno verso il mondo ricco, popolato da 1,2 miliardi di abitanti è, tutto sommato, relativamente modesto.
Come ha reagito il nord del mondo a fronte della pressione crescente dal sud? In maniera non particolarmente lungimirante, verrebbe da dire. In primo luogo le politiche di cooperazione si sono indebolite – le rimesse degli emigranti superano di gran lunga i trasferimenti che il mondo ricco fa a favore di quello povero per il sostegno allo sviluppo. Inoltre le politiche migratorie sono diventate più restrittive: per l’abbassamento delle “quote” di migranti legalmente ammessi; per l’intento di molti paesi di restringere i flussi di manodopera generica e di selezionare quelli più specializzati; per i maggiori ostacoli alla riunificazione delle famiglie; per l’indurimento dei requisiti di ammissibilità dei richiedenti asilo; per le barriere fisiche, i pattugliamenti, i monitoraggi dei flussi irregolari. Infine i paesi sono profondamente avversi alla cessione di una frazione anche minima della loro sovranità ad un organismo sopranazionale di “governo” delle migrazioni, a garanzia dei diritti dei migranti, a sostegno di accordi multilaterali o bilaterali, o semplicemente per fornire più conoscenza sui fenomeni migratori e costituire una piattaforma istituzionale di discussione e confronto. La globalizzazione economica e finanziaria del mondo è stata sostenuta dalle istituzioni internazionali, fino alla creazione dell’Organizzazione Mondiale del Commercio; il movimento, lo scambio, la circolazione dei migranti avviene invece in un clamoroso vuoto istituzionale internazionale. In Europa si fa un gran parlare di un “consenso europeo in materia di sviluppo” e della necessità di “integrare” le politiche migratorie in quelle dello sviluppo, contemperando gli interessi dei paesi di origine dei flussi con quelli di destinazione. Un consenso teorico e poco più, sprovvisto com’è di risorse economiche. Ma che dovrà tradursi in azioni concrete se si vuole mettere in atto un’efficiente politica di “prevenzione” di disordinati flussi, in specie dai paesi dell’Africa a sud del Sahara. Questo significa una diplomazia attiva ed accorta, azioni di cooperazione mirate, l’accettazione di quote “legali” di migranti. Le barriere non bastano: dall’Africa al sud del Sahara migrano verso i paesi della riva sud del mediterraneo più di 100000 migranti l’anno, che vanno ad ingrossare le fila dello stock degli irregolari (1,5 milioni nella sola Libia) molti dei quali assai propensi al salto in Europa. L’inadeguatezza dell’Europa è evidente sia per la mancanza di grandi scelte, sia per l’incapacità di fare fronte a piccoli conflitti di competenza (come quello tra Italia e Malta nei confronti dei natanti di irregolari che solcano il comune mare). La demografia dell’Italia conferma la sua debolezza, e le più recenti stime delle Nazioni Unite ne proiettano le conseguenze. Nel caso di “porte chiuse” all’immigrazione, la popolazione italiana diminuirebbe (tra il 2010 e il 2050) da oltre 60 a poco più di 49 milioni, e questa diminuzione di 11 milioni sarebbe la somma algebrica di una riduzione di 16 milioni della popolazione sotto i 65 anni e di un aumento di 5 milioni degli anziani oltre tale età. I giovani tra i 20 e i 40 anni – cui spetta, oltre al compito di innovare e di acquisire nuova conoscenza, anche quello di mettere al mondo figli - diminuirebbero, ogni anno, di circa 150.000 unità. A partire dal 2025, i giovani che ogni anno compiono 20 anni sarebbero meno numerosi degli anziani che ne compiono 80, e a partire dal 2040 i secondi supererebbero i primi del 50 per cento o più. Le Nazioni Unite hanno prodotto anche un’altra proiezione, che ipotizza un’immigrazione netta annua di 150.000 unità – assai consistente, ma inferiore a quella dell’ultimo decennio. In questo caso, il declino della popolazione sarebbe frenato (da 60 a 57 milioni), e la diminuzione di 3 milioni sarebbe la somma algebrica di un calo di 10 milioni per la popolazione con meno di 65 anni e di un aumento degli anziani pari a 7 milioni. Oltrepassata la crisi, il paese riprenderà ad esprimere una forte domanda d’immigrazione: lo welfare familiare è debole e la domanda di lavoratrici straniere per sostenere l’allevamento dei figli o per affrontare la non autosufficienza degli anziani è in crescita; l’economia ha vasti settori ad alta intensità di lavoro (costruzioni, turismo, servizi, alcuni comparti manifatturieri) che non trovano manodopera autoctona; l’imprenditoria straniera è in crescita e richiede lavoro che spesso è svolto da connazionali.
L’immigrazione è, dunque, un fenomeno strutturale della società italiana e continuerà ad esserlo per lungo tempo. Essa non può essere composta solo da migranti stagionali, o “circolari” o da “lavoratori ospiti”, ma avrà sempre una componente rilevante di migrazione permanente, che si radica, che fa famiglia, che eventualmente si candida alla naturalizzazione. Diventare “cittadino” è la sorte comune dell’immigrato nei paesi con lunga storia d’immigrazione: oltreoceano, ma anche in Francia, Gran Bretagna e altrove in Europa. Gli ostacoli alla riunificazione familiare, la continua necessità di rinnovo del titolo di soggiorno o residenza, l’esclusione dall’elettorato, lo ius sanguinis (anziché jus soli) per i nati in Italia da genitori stranieri, il percorso ad ostacoli per la naturalizzazione -- sono tante barriere all’integrazione degli immigrati e alla positiva convivenza tra gruppi di origine diversa. Nel contempo il paese dovrà comprimere l’alto numero di irregolari, la cui schiacciante maggioranza non è approdata sulle coste con precari natanti ma è arrivata con normali visti turistici rimanendo in Italia oltre il lecito, oppure non ha più un normale titolo di soggiorno non rinnovato per la perdita del lavoro. Per far questo dovrà rivedere le regole di ammissione rendendole più flessibili, allungare la durata dei permessi di soggiorno e – soprattutto – prosciugare l’economia sommersa (la più fiorente d’Europa): economia al nero chiama lavoro al nero, e lavoro al nero significa immigrazione irregolare.