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L’Iran al bivio tra rinnovamento e Ahmadinejad

Alle elezioni presidenziali di giugno le giovani generazioni
di Pasdaran avranno un ruolo decisivo

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di Giuliano Amato



Giuliano Amato
Politico, giurista e docente. È stato due volte Presidente del Consiglio dei Ministri; quattro volte Ministro del Tesoro; Ministro per le riforme istituzionali; Ministro dell’Interno. 

È stato presidente dell’Autorità garante della concorrenza e del mercato (Autorità "Antitrust")
e vicepresidente della Convenzione europea.


Nel 2005, alla vigilia delle elezioni presidenziali in cui gli iraniani furono chiamati a scegliere il successore di Khatami, una certezza accomunava larga parte degli analisti e dei giornalisti che seguivano la vicenda in Iran e all’estero: Rafsanjani sarebbe stato l’elemento decisivo delle elezioni. Poteva non passare con una maggioranza assoluta al primo turno, ma sarebbe senz’altro risultato vincitore in un ballottaggio. Dimostrando in tal modo una linea di continuità, sebbene relativa, dell’elettorato iraniano e della leadership.

Al tempo stesso non mancarono le speculazioni sugli altri “candidati forti”, cercando di comprendere chi potesse essere il più probabile sfidante di Rafsanjani in un ipotetico ballottaggio. E qui si affacciarono con insistenza i nomi di Mostafa Moin, ex Ministro dell’Istruzione Superiore reso celebre dalle dimissioni che presentò all’indomani delle violenze che accompagnarono i moti studenteschi del 1998 (moti soppressi nel sangue, senza che Khatami intervenisse in alcun modo), ed anche il giovane e popolare ex capo della Polizia, Baqer Qalibaf, con un passato di alto ufficiale dei Pasdaran ed una nomea di conservatore moderato.

La bocciatura di qualche candidatura eccellente - in alcuni casi interessata da un successivo ripescaggio - alimentò ulteriormente l’interesse per le elezioni, dimostrando quanto ancora fosse forte il ruolo e conseguentemente il “rischio” rappresentato dalle forze moderate e riformiste. E presentando altresì l’immagine di un Iran ormai avviato sulla strada delle riforme, grazie ad un DNA sociale largamente incline al sostegno di quelle forze che, sebbene a fatica, avevano plasmato la nuova identità del paese.

Fu perciò grande la sorpresa al primo turno elettorale, quando i dati di un voto largamente disertato dagli iraniani - e soprattutto dalle élite urbane - portarono ad una debacle epocale per Rafsanjani, con poco più del venti percento delle preferenze. Dal voto uscirono con lui altri quattro candidati, tra cui spiccava - diventandone l’opponente al ballottaggio - il sindaco di Tehran: Mahmood Ahmadinejad.

Pochi al di fuori dell’Iran avevano sentito prima di allora pronunciare il nome di questo modesto uomo politico. L’euforia riformista aveva nel corso del tempo impedito di percepire come una riscossa conservatrice fosse in atto, e solo le elezioni parlamentari del 2004 avevano dimostrato quanto si fosse determinati da questa parte a porre termine a quelli che i conservatori consideravano come otto anni di pericolosa deriva politica. Ma ancora pochi si erano accorti, soprattutto all’estero, dell’ascesa di Ahmadinejad alla carica di sindaco di Tehran. E gli stessi iraniani consideravano semplicemente un po’ naive questo sindaco conservatore eletto con una manciata di voti raccolti nelle periferie di Tehran, in cui andava promettendo redistribuzione del reddito e rivalsa sociale.

In realtà, la sorpresa all’estero fu largamente dovuta al vizio degli occidentali, sempre presente e maledettamente duro a morire, di voler leggere l’Iran e la sua complessa realtà politica e sociale attraverso i propri desiderata politici ed ideologici . Quelli che volevano la società iraniana - e spesso ancor oggi la vogliono - rappresentata dalle sole avanguardie culturali interessate allo sviluppo della democrazia, della giustizia e della libertà.

Al contrario la massa elettorale iraniana è alla ricerca di continuità e di stabilità, oggi come allora, e in tale ottica legge i grandi temi dell’economia, della disoccupazione e della sicurezza, che dominano sugli altri. È vero che negli anni di Khatami si è sviluppata la società civile in Iran, ma questa è rimasta un’enclave nei quartieri più benestanti al nord di Tehran. È vero che Khatami ha portato il pluralismo politico, ma otto anni di pluralismo inefficace e di azione riformista comunque più debole dei poteri che l’hanno contrastata hanno alimentato l’apatia politica di molti. E quando arrivò a Washington l’amministrazione ispirata dai neo-con, lo stesso Iran di Khatami, a torto o a ragione, finì dritto nell’asse del male, il che alimentò nel paese reazioni di accentuata chiusura.

Le speculazioni si dimostrarono quindi largamente errate, davanti alla profonda frustrazione che non mancò di caratterizzare l’avvio delle relazioni internazionali con il nuovo presidente. E ne uscì confermato, una volta di più, come la lettura delle dinamiche politiche iraniane non possa essere il frutto di una mera e superficiale visione d’insieme, ma debba scendere nei meandri di una società complessa, a volte addirittura contorta, per coglierne le ansie e le aspirazioni prevalenti.

 

Gli attori delle elezioni iraniane

Fare speculazioni oggi sull’esito delle elezioni del prossimo giugno potrebbe risultare un esercizio vano. E soprattutto erroneo. Ciononostante tali elezioni rappresentano uno dei più importanti eventi politici a livello mondiale, ed è quindi naturale che ci si ponga delle domande e che si cerchino le risposte. Senza commettere il ricorrente errore di scegliere e presentare come futuro vincitore il candidato più vicino alla nostra idea di come dovrebbe essere l’Iran, sarà quindi più saggio cercare di limitare il raggio di indagine ad una ampia ricognizione delle anime politiche che a giugno si daranno battaglia nelle urne e, naturalmente, dei candidati. Ma prima di tutto è utile soffermarsi sulla Guida, Ali Khamenei. 

Da sempre visto in Occidente come il potere assoluto ed unico vertice del sistema iraniano, la Guida è al contrario oggi una figura decisiva dell’equilibrio politico nazionale. Contrariamente ai tempi di Khomeini, quando la Guida era davvero unica o con prerogative particolari, oggi il Rahbar rappresenta la chiave di volta di un complesso sistema di equilibri politici, religiosi ed economici, dovendo quindi necessariamente giocare un ruolo relativamente super partes e di costante mediazione tra i tanti ed eterogenei centri della complessa matrice del potere della Repubblica Islamica.

Questa concezione della figura della Guida è stata plasmata a seguito della nomina di Khamenei al vertice dello Stato e della connessa riforma costituzionale del medesimo anno, il 1989, da cui uscì una nuova figura di raccordo del sistema di potere collegiale, nella più tipica delle espressioni sciite, che di fatto ricongiungeva tutti i titolari formali ed informali del potere.

Una Guida quella di oggi, quindi, sì potente ed anche politicamente esperta, ma certamente non autocratica e svincolata dagli umori che percepisce nel paese. Al contrario, la Guida oggi presta particolare attenzione ad ogni spinta sociale e politica, cercando di interpretarne il valore e la portata ed assecondando gradualmente quelli che ritiene essere gli indirizzi atti a garantire l’incolumità e la continuità dello spirito rivoluzionario della Repubblica Islamica.

È quindi un errore ritenere Khamenei ciecamente deciso a sostenere un candidato ed uno soltanto - nella specie un candidato rivelatosi propenso all’avventurismo non solo lessicale come Ahmadinejad. La Guida dialoga con tutte le forze politiche e si sbilancia solitamente in un sostegno solo se è certa che il candidato possa godere di un margine di popolarità consistente. Se si tratta di conservatori meglio, ma non a qualunque prezzo. In caso di incertezza, possono essere ritenuti migliori equilibri ondivaghi, in modo da sostenere ed incrementare la stabilità attraverso processi di dialogo atti ad impedire l’emergere di conflittualità pericolose.

Il secondo livello da considerare è certo quello dei candidati alle elezioni e delle forze che li sostengono. In Iran non è particolarmente forte il sistema partitico, e poche persone si identificano oggi in un’ideologia o in una sigla politica.

Al contrario, quello iraniano è un sistema politico essenzialmente condotto da uomini; da singoli candidati forti che conquistano con il loro carisma la propria quota elettorale, animati in media più da una concezione filosofica del loro ruolo per la società piuttosto che da una vera impostazione politica.

È quindi forte e particolarmente acceso il dibattito tra candidati, il più delle volte impegnati a disquisire più sui massimi sistemi dell’universo che non di ordinaria progettualità politica ed amministrativa al servizio del paese. 

Con una forte dose di retorica ed una teatralità spesso difficile da comprendere per gli Occidentali. L’uomo politico iraniano, inoltre, ha una concezione del suo ruolo e della campagna elettorale squisitamente locale. Pochi candidati hanno una reale e concreta attenzione ai grandi temi della politica internazionale, e considerano quindi scarsamente rilevante ogni aspetto esterno alla dimensione politica e sociale della Repubblica Islamica. In tal modo tendendo spesso a sottovalutare gli effetti della retorica rivoluzionaria - che è sempre necessariamente presente - e dei suoi temi ricorrenti, ancorché ormai spenti e svuotati di significato, su Israele, gli Stati Uniti e poche altre logore tematiche.

Ai candidati si abbina poi il sistema dei gruppi di potere o dei “circoli”, vere e proprie lobby di influenza senza le quali si presenta assai ardua ogni ipotesi di candidatura.

La Repubblica Islamica è un insieme straordinariamente complesso di associazioni ed organizzazioni, frutto di una tradizione sociale preesistente alla rivoluzione ed espressione di una concezione prettamente collegiale della gestione degli affari e della politica. Nel solco, come dicevo, della più pura tradizione sciita.

Ne consegue un sistema a matrice estremamente articolato e potente, dove vere e proprie corporazioni danno vita a forme parallele di potere e di influenza uniche ed essenziali.

Tali strutture sono solitamente caratterizzate da una marcata ed evidente rigidità di pensiero, espressione della necessità di difendere prerogative particolari e di settore, ma al tempo stesso altamente pragmatiche sotto il profilo della concezione ideologica e religiosa. Basti pensare al ben noto esempio dei bazari all’epoca della rivoluzione. Storicamente alleati alla corona e notoriamente ostili all’ingerenza del clero, i rappresentanti del bazar appoggiarono apertamente la rivoluzione perché si sentirono minacciati dalle spinte liberiste dello Scià. Di fatto minando alla base il sistema economico del paese e confermando ancora una volta il vecchio detto persiano secondo il quale “nulla si può, se non lo vuole il bazar”.

Oggi sono presenti migliaia di organizzazioni ed associazioni, e i candidati sono impegnati costantemente nel tentativo di attrarne il maggior numero possibile nell’ambito della propria orbita elettorale. Negoziando prerogative e favori, progettando leggi e decreti di settore e, di fatto, conducendo un esercizio politico in nessun modo dissimile dalle logiche politiche praticate anche altrove. Solo la forma e la retorica sono squisitamente locali.

Una delle più forti aggregazioni di tale natura è ad esempio oggi quella dell’Usulgaran, letteralmente “fondamentalista” o “fedele ai principi”. Questo gruppo è sorto dall’unione di più forze dell’ala intellettuale islamica fondamentalista, ma non necessariamente radicale, ed ha determinato la costituzione dell’alleanza di partiti dell’Abadgaran, alla quale è imputabile il successo di Ahmadinejad del 2005. La divergenza di vedute con il presidente, a dimostrazione della estrema pragmaticità di queste forze e delle relative alleanze, ha portato ad una scissione quasi totale già nel 2006, determinando in larga misura gli insuccessi elettorali amministrativi e parlamentari del 2006 e del 2008 della compagine presidenziale.

Questo per ribadire ancora una volta quanto instabili e scarsamente durature siano in Iran le alleanze politiche e le posizioni dogmatiche, anche e soprattutto nell’ambito del sistema dei conservatori.

 

Chi si presenta alle elezioni del 2009?

La candidatura di Mohammad Khatami alle elezioni presidenziali del prossimo giugno ha nuovamente acceso il dibattito ed alimentato l’interesse della stampa internazionale, di fatto tuttavia presentando le elezioni iraniane come nuovamente caratterizzate dall’eterno scontro tra riformisti e conservatori.

Ad un’analisi più attenta, invece, è possibile scorgere i tratti di un sistema politico interessato da una profonda trasformazione, dove le dinamiche di potere portano alla frammentazione in nuovi e più articolati gruppi.

Si sfideranno a giugno certamente il presidente uscente Ahmadinejad e, forse, il suo predecessore Khatami o l’ex primo Ministro Mousavi, ma nella contesa tra conservatori e riformisti è opportuno individuare un elemento più significativo ed importante.

In primo luogo queste elezioni, come già le precedenti, confermano la definitiva e sempre più massiccia presenza di esponenti politici di una nuova e più giovane generazione. Non più solo quella dei rivoluzionari o del “clero combattente”, ma soprattutto quella dei reduci della guerra con l’Iraq e, più in generale, della militanza nella Sepah Pasdaran, il complesso ed articolato sistema dei Guardiani della Rivoluzione. Una generazione in larga misura composta da esponenti non clericali, e legata a logiche di alleanza decisamente differenti rispetto a quelle dei predecessori. Khatami a parte, sarà probabilmente difficile poter annoverare un altro membro del clero tra i candidati, a conferma del ruolo delle nuove generazioni e soprattutto del sistema dei Pasdaran.

Sono poi presenti non già due blocchi distinti, riformisti e conservatori, ma una eterogenea sfumatura di posizioni caratterizzate ognuna da forti conflittualità intestine. Il principale ostacolo alla candidatura di Ahmadinejad non viene, ad esempio, dalla presenza dei riformisti, ma dalla radicata ed articolata opposizione all’interno del mondo conservatore. La posizione radicale ed intransigente di Ahmadinejad è infatti osteggiata apertamente dalla gran parte delle altre componenti conservatrici, ed il vero pericolo per il presidente uscente è dato dalla capacità di erosione che queste componenti possono avere e generare in sede elettorale. Non bisogna mai dimenticare come quello iraniano sia un sistema politico caratterizzato dalle logiche del gioco “a somma zero”, dove una posizione deve emergere a danno di tutte le altre.

Ulteriore elemento di fondamentale importanza è dato dal profondamente mutato contesto internazionale. Queste elezioni non saranno caratterizzate da una aperta ostilità americana, e dalla ricorrente retorica dell’asse del male e degli stati canaglia, ma, anzi, sono state anticipate da una netta e decisa apertura del presidente americano Obama in direzione dell’Iran. Apertura che ognuno dei candidati vuole capitalizzare a proprio vantaggio ed a proprio modo. Il principale problema dell’Iran, oggi, è la profonda crisi economica. Sarà quindi necessario per ognuno dei candidati cercare di maturare un contesto favorevole ad una dignitosa apertura con gli Stati Uniti, al fine di prevenire in ogni modo l’isolamento del paese ed il suo strangolamento economico.

 

Conclusioni

Allo stato dei fatti della campagna elettorale si può solo dire che la scena dovrebbe essere dominata da Khatami o Mousavi e Ahmadinejad, i quali si confronteranno con eguali possibilità - ad oggi - di uscirne vincenti.

Qualunque sia l’esito delle elezioni, tuttavia, il nuovo presidente avrà margini d’azione limitati. Le gravi condizioni economiche dell’Iran, l’occasione davvero storica di una progressiva apertura del dialogo con gli USA, e la forte spinta proveniente da una società in larghissima misura composta da giovani alla ricerca della stabilità e della sicurezza, dovrebbero imporre la strada della diplomazia e della ragione sulle grandi crisi ancora irrisolte. Anche, e soprattutto, nel caso di una vittoria conservatrice.

Ciononostante, nel paese nel quale pure hanno tanto pregio la stabilità e la continuità, resterà presente quella minacciosa ed altamente pericolosa incognita dell’evento imprevisto, come molto efficacemente ricorda sempre nei suoi articoli Gary Sick; l’evento capace in ogni momento di rendere l’Iran la causa di mutamenti epocali ed imprevedibili.
Come in effetti fu la rivoluzione del 1979.