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molo sud

Cervelli non più in fuga

Quel che manca alle Università del Sud
per diventare un hub culturale

spazio

di Salvo Andò



Salvo Andò
Già deputato per quattro legislature. È stato Ministro della Difesa nel primo governo Amato. È Professore Ordinario di Diritto Costituzionale Italiano e comparato presso l’Università S.Pio V di Roma e Rettore della Libera Università della Sicilia Centrale Kore di Enna presso cui insegna Diritto Pubblico Comparato.
 

Il Processo di Barcellona, avviato con la conferenza del 1995, doveva conseguire tre obiettivi strategici nell’ambito di una rinnovata politica euromediterranea. Anzitutto un obiettivo istituzionale, nel senso che occorreva realizzare istituzioni in grado di promuovere l’identità mediterranea.  Ebbene, questo obiettivo è stato via via ridefinito, e poi abbandonato, nel momento in cui l’Europa ha scelto una politica di prossimità rivolta indistintamente ai paesi confinanti verso Sud e verso Est, mettendo tutti i paesi vicini sullo stesso piano.  La politica economica a favore dei paesi della sponda Sud - il secondo obbiettivo della Dichiarazione di Barcellona - avrebbe dovuto produrre istituzioni finanziarie capaci di promuovere uno sviluppo autofinanziato da parte dei soggetti coinvolti nel processo. Ma la creazione della Banca del Mediterraneo - strumento individuato come strategico per una nuova politica dello sviluppo della Regione - è rimasta scritta sulla carta ed altre iniziative similari non sono mai decollate.  Il terzo obiettivo era quello della coesione socioculturale, del dialogo affidato non a meeting periodici, a summit convocati dai Capi di governo o di Stato, ma ad azioni comuni tendenti a promuovere la ricerca e la formazione del capitale umano, tali da diffondere tra le nuove generazioni uno spirito mediterraneo. Questa parte del processo ha avuto qualche significativa realizzazione, o comunque non ha incontrato veti o disattenzioni paralizzanti come quelle che invece hanno ostacolato il raggiungimento degli altri due obiettivi. Su ciò insomma si può lavorare ancora sapendo che bisogna superare un approccio eurocentrico ai problemi posti dalla cooperazione culturale.    Tenendo conto di ciò, è giusto chiedersi soprattutto quale possa essere il ruolo dell’Italia, e del Sud dell’Italia soprattutto, con riferimento ad una iniziativa volta a qualificare il capitale umano dei paesi in via di sviluppo. Le Regioni meridionali potrebbero rappresentare infatti l’intero sistema paese in modo efficace, come attori delle politiche dello sviluppo che coinvolgono soprattutto i paesi della Sponda Sud del Mediterraneo.  Perché questa prospettiva pare realistica?  Perché nel Mezzogiorno sono sempre vive sensibilità ed attenzioni che portano la nostra gente a capire i bisogni delle popolazioni della Sponda Sud e a non drammatizzare differenze culturali che certo esistono. Dare una mano d’aiuto a chi ne ha bisogno rappresenta un elemento distintivo della “meridionalità”. I nostri nonni e bisnonni hanno vissuto la difficile condizione dell’emigrante, e di ciò non si è perduta la memoria nelle successive generazioni. Sapere convivere con le diversità è ciò che i nostri emigranti, spesso analfabeti, pretendevano dalle comunità nelle quali cercavano di integrarsi. E poi oggi quei paesi hanno problemi che in passato abbiamo avuto anche noi; problemi quindi che siamo in grado di leggere meglio di altri. Il primo di essi è quello di disporre di capitale umano adeguatamente qualificato. Disporre delle professionalità necessarie per lo sviluppo costituisce una difficoltà, peraltro, tutt’altro che risolta nelle regioni del Sud, e soprattutto in Sicilia e in Calabria, ove stenta a decollare un vero e proprio processo di rinnovamento delle istituzioni e delle strutture produttive. Nel sud del Mediterraneo vi sono enormi risorse umane che vanno adeguatamente formate; vi sono molti giovani che possono impegnarsi a favorire uno sviluppo basato su una nuova imprenditorialità, su una cultura del rischio e della responsabilità, per affrancarsi dai condizionamenti esercitati da un’economia di mera sussistenza.   Una forte ansia di rinnovamento della società e dell’economia in particolare si avverte in alcuni paesi del Nord Africa. Si tratta di società certo complesse, le cui trasformazioni non si possono analizzare usando chiavi di lettura occidentali. Anche i fenomeni di re islamizzazione non possono essere sbrigativamente reinterpretati come “volontà di Medio Evo”.  La verità è che l’approccio alla modernità avviene in queste realtà in un quadro di conservazione di alcuni valori fondamentali.  Qualcosa insomma si muove già da tempo, in diversi paesi della sponda sud del Mediterraneo, e non soltanto nei palazzi del potere. L’opinione pubblica comincia ad avere un peso significativo in questi paesi, ad essere più esigente. Si può parlare forse di un riformismo islamico che sta incidendo sullo stesso processo di formazione delle elites. C’è una forte domanda di sviluppo; ma di uno sviluppo che sia rispettoso delle identità. E c’è la disponibilità a favorire il cambiamento non soltanto confidando negli aiuti che vengono dall’estero. Del resto, nessuno dei paesi che stanno dando vita al miracolo economico asiatico è stato guidato dall’esterno lungo le vie che portano verso lo sviluppo. Si tratta di paesi che hanno saputo fare da sé puntando molto su scuola e ricerca. E questi nuovi protagonisti dell’economia mondiale stanno impegnandosi molto nell’Africa adesso. Essi vedono nell’Africa, soprattutto nel Nord Africa, il nuovo possibile protagonista di cambiamenti epocali destinati ad incidere non solo sulle condizioni di vita di centinaia di milioni di persone finora condannate al sottosviluppo, ma anche su quelle dei popoli dei paesi mediterranei della sponda Sud. È per questa ragione che la Cina si occupa dell’Africa organizzando una presenza sempre più diffusa in un’area che ad essa è culturalmente estranea e con la quale non c’è nessuna tradizione di comunicazione umana. Il sud d’Italia può utilizzare un patrimonio di conoscenze e di affinità culturali con i paesi della Sponda Sud che si è formato nel corso dei secoli. Si tratta di saper valorizzare relazioni antiche; relazioni plurimillenarie. È questa una grande opportunità che l’intero paese Italia deve sapere cogliere. In passato tra le popolazioni delle due sponde vi sono stati rapporti di amicizia, di fiducia. In particolare, la Sicilia è stata un luogo di incontro tra le civiltà mediterranee capace di mediare tra le etiche del Nord e del Sud. Si potrebbero citare tante occasioni di incontro e cooperazione.  Oggi nel trapanese vive pacificamente una comunità multietnica, assolutamente coesa nonostante le differenze religiose e le diverse tradizioni culturali. I matrimoni misti hanno prodotto una società tollerante e particolarmente aperta ai nuovi cittadini che altrove sono visti come una sciagura. Già più di cento anni fa i Panteschi, gli abitanti dell’isola di Pantelleria, prestavano il loro denaro al Bey di Tunisi e non alle banche italiane; e il governo tunisino accoglieva con sentimenti di amicizia le migliaia di siciliani che andavano a Tunisi per impiantare piccole industrie e per diffondere una cultura artigianale che poi si è radicata in quella realtà sociale.  I rapporti degli italiani con la Libia sono rapporti antichi. Rapporti certo compromessi dalla svolta politica avvenuta con l’avvento di Gheddafi. Ma è facile ripristinare rapporti amichevoli con quel paese. Rimediare, come già si sta facendo, all’errore colonialista. Si tratta di sapere presentare il sistema Italia in questa area facendo leva sui buoni rapporti antichi, così come hanno saputo fare le nostre regioni del Nord-Est negli anni ‘80, aprendosi ai paesi mitteleuropei e incoraggiandone con ogni mezzo la crescita economica.  Cosa possiamo fare per favorire lo sviluppo dei paesi della sponda meridionale della Regione mediterranea? Gli aiuti destinati a fronteggiare tante emergenze umanitarie sono necessari, ma non bastano. Dobbiamo operare affinché formazione e ricerca possano essere gestite in loco nel migliore dei modi. Le Università meridionali sono in grado di svolgere, in questo senso, un ruolo davvero rilevante. Il nostro sistema di formazione universitaria viene di solito rappresentato, dai mass media, come incapace di ingaggiare sfide così impegnative. Si tratta di una rappresentazione talvolta ingenerosa, ma che purtroppo pare essere sempre più diffusa. I dati riferiti dai giornali molte volte sono dati sbagliati o male interpretati, magari perché chi scrive in una università non ha mai messo piede e parla solo per sentito dire. Si lamenta, per esempio, contemporaneamente la scarsa qualità dell’insegnamento e della ricerca, nonché la “fuga dei cervelli”, cioè di migliaia di giovani che vengono reclutati da università straniere.  Ma questi cervelli che godono di tanta credibilità a livello internazionale, dove si sono formati, se non in Italia? Comunque è certo che il sistema universitario è in crisi perché sottofinanziato, ma non solo per questo. E tuttavia, le difficoltà del presente possono costituire un’opportunità per realizzare riforme, e anche autoriforme, tali da promuovere un reale rinnovamento del sistema, che deve trovare al proprio interno nuove motivazioni e recuperare un prestigio da tempo apparso compromesso. Non basta competere con l’Europa e con i sistemi universitari di paesi che puntano, più di quanto non faccia l’Italia, sull’alta formazione e la ricerca. Occorre coinvolgere l’Università italiana nella progettazione e realizzazione di grandi infrastrutture che interessano la regione mediterranea, nonché nelle iniziative a difesa dell’ambiente (l’Africa in questo senso è una grande risorsa per tutto il pianeta), e nelle ricerche sulle nuove fonti di energia che interessano la Regione mediterranea, mobilitando potenzialità finora non utilizzate. Occuparsi del Mediterraneo, delle prospettive che la nuova centralità mediterranea consente in un contesto geopolitico non più dominato dagli interessi euro atlantici può stimolare formazione e ricerca a dirigersi verso nuovi obbiettivi. Il Mezzogiorno vuole assolvere a questo ruolo di protagonista nell’ambito dei processi di sviluppo che interessano i paesi mediterranei, almeno quelli che si sono già avviati, con forze proprie, sulla via di uno sviluppo fondato anche sul dialogo con l’Occidente? Oggi si spende poco e male nel Mezzogiorno per qualificare le risorse umane; e si spende poco soprattutto per attrezzare il Mezzogiorno in direzione di una presenza significativa delle sue università e delle sue imprese nell’area Mediterranea. È un fatto che gli studenti nei paesi della sponda Sud, quando possono essere mantenuti a studiare all’estero dalle famiglie, non valutano adeguatamente le opportunità offerte dalla Sicilia e dalle altre regioni meridionali. Preferiscono andare a studiare in altri paesi europei. Ma anche gli studenti di più modeste condizioni economiche preferiscono concorrere a borse di studio che consentono loro di vivere in Inghilterra, in Francia, e adesso anche in Spagna. Perché ?  Perché la Sicilia non ha mai pensato di candidarsi ad essere un vero e proprio “hub mediterraneo della conoscenza”; non ha mai pensato di sviluppare rapporti con i paesi rivieraschi del Sud che andassero al di là della collaborazione nel settore delle risorse energetiche. Ed anche in questo campo la collaborazione non è mai andata oltre l’approvvigionamento delle materie prime alle condizioni più vantaggiose. Non si è legata la dipendenza energetica nostra alla dipendenza tecnologica dei paesi che ci vendono gas e petrolio. Si pone finalmente, da questo punto di vista, un problema di democrazia energetica. Cioè non basta pagare le forniture, ma bisogna investire in tecnologie che consentono di potere cogestire con quei governi l’attività di ricerca. Occorre farsi carico, sul piano delle iniziative dedicate ai paesi della sponda Sud, della domanda di sviluppo espressa, attraverso una domanda di cultura soprattutto, da parte delle popolazioni giovanili che manifestano nei confronti dell’Europa quella fiducia che non hanno nei confronti degli Stati Uniti. I giovani si candidano a diventare classe dirigente autorevole, indipendente, onesta e aperta all’Occidente, a condizione che ci sia un Occidente diverso. Mettere a disposizione i risultati della ricerca, offrire esperienze didattiche valide per una università di massa significa presentarsi con un volto che non è quello predatore dell’Occidente, su cui ha fatto la propria fortuna l’estremismo islamico con le sue predicazioni antioccidentali. L’Europa può essere “l’altro Occidente”; e il Mezzogiorno d’Italia può essere l’avamposto di questa Europa che promuove una nuova politica dello sviluppo nella regione mediterranea, consapevole che la tranquillità dell’Europa non può dipendere solo dai presidi militari pensati per impedire gli sbarchi degli emigranti, né dalle misure volte a garantire l’ordine pubblico minacciato da immigrati clandestini. Solo lo sviluppo, e quindi l’accesso all’istruzione, al lavoro, nonché ad un vero sistema di welfare, certo meno costoso di quello dei paesi ricchi, può garantire nella regione relazioni pacifiche, prevenendo le emergenze umanitarie che creano instabilità politica.  È questa l’unica “ingerenza democratica” che può davvero cambiare le cose, consentendo tra l’altro quelle libertà della ricerca e della scienza che sono presidio di tutte le altre libertà. È questa la strada più efficace per abbattere il muro dei pregiudizi antioccidentali abilmente usati dai regimi politici per avere il consenso di popolazioni che sono tra le più povere della terra. Si tratta di fare scelte coraggiose che possono portare il Mezzogiorno, ma soprattutto la Sicilia, ad affermare un proprio ruolo politico nel Mediterraneo che in qualche modo integri quello svolto dall’Europa. Non dobbiamo portare la nostra cultura nelle “loro” università, ma gestire in comune - Università della sponda Nord ed Università della sponda Sud - iniziative nel campo della formazione e della ricerca. Una offerta di collaborazione tutta incentrata sul prestigio e sulle capacità espresse dalle istituzioni culturali europee sarà inevitabilmente rifiutata. L’errore fatto con il Processo di Barcellona non deve ripetersi. Bisogna dare non tanto ciò che da noi è ormai superfluo (penso a tecnologie, macchinari e strutture che non utilizziamo più), ma ciò che ci viene richiesto.  Bisogna sapere analizzare insomma la domanda. Dal ‘95 - l’anno della Dichiarazione di Barcellona - ad oggi sono cambiate molte cose nel mondo. La questione del rispetto delle identità culturali, dopo la caduta delle Torri Gemelle, è una questione che non può essere aggirata. Non può esserlo dall’Europa. Non si può predicare poi il verbo democratico e cacciare gli immigrati, illegali e no. Tutto ciò fa notizia, e sollecita l’opinione pubblica anche di paesi retti da regimi autoritari, oscurantisti, a prendere posizione, a scendere in piazza. Le televisioni del mondo arabo costituiscono da questo punto di vista un ulteriore elemento di unità culturale della nazione islamica. Di fronte a questo scenario, la cultura può legare le popolazioni delle due sponde a condizione che essa si muova lungo le due direttrici Nord-Sud, Sud-Nord, e non a senso unico.  La colonizzazione culturale dei paesi in via di sviluppo, nostri dirimpettai, infatti, non è più praticabile; uomini e donne di questi paesi vogliono uno sviluppo che significhi più benessere per tutti, ma vogliono anche libertà che siano adeguate a valori condivisi nei loro territori. Occorre ripensare, insomma, alla politica della cooperazione culturale. Occorre soprattutto che nella regione emergano classi dirigenti che non siano schiave di miti come quello della superiorità culturale dell’Occidente, da una parte, e della inestinguibile rapacità dell’Occidente, dall’altro; che siano determinate a conoscersi per promuovere formazione e ricerca, ma anche per collaborare attraverso modelli comuni di infrastrutture e imprese.  È questa una scommessa che conviene fare alle nostre regioni del Mezzogiorno. L’Africa non è solo un problema per l’Europa, e soprattutto per l’Italia; è anche un’opportunità. E lo è per le nostre Università che, se imboccheranno i percorsi qui auspicati, avranno nuovi destinatari dei saperi che le Università creano e diffondono. Tutto ciò è possibile a condizione di sapere interrogarsi su ciò che si può fare non per l’Africa, ma con l’Africa; e di sapere dare risposte che tengono conto della domanda politica che ci rivolgono governi ed opinioni pubbliche dei paesi della sponda sud. Questa domanda politica sollecita un confronto alla pari, e non una “offerta” di dominio da parte dell’Occidente.