Come cambiare volto alla Sicilia in tre mosse
Un nuovo assetto istituzionale governato “dal basso”,
senza province e con una Regione più snella
di Vito Riggio
Vito Riggio
È presidente dell’Ente nazionale per l’aviazione civile (Enac).
È stato deputato nella X e XI legislatura e sottosegretario alla Presidenza del Consiglio dei Ministri, nonché consigliere del CNEL.
Un federalismo del sud Italia come occasione di rilancio, evitando le spire del localismo. Questa può essere la sede per aprire una seria discussione sulla memoria e la storia attualizzate, sulle radici dello sviluppo istituzionale in cui ciascuna area possa portare il frutto delle competenze, delle tradizioni, dei saperi accumulati che già oggi fanno diversa e più ricca l’economia del bacino del Mediterraneo. Le costituzioni sono sottoposte a sollecitazioni sempre maggiori. Lo dimostrano non solo le recenti vicissitudini interne, ma anche lo stallo nel quale è rimasta da anni la costituzione europea. Sarà che oggi le vere costituzioni sono le amministrazioni, e quindi è buona ogni costituzione purché sia sostenuta da un’amministrazione che consenta di governare bene, al di là delle previsioni ideologiche e delle aspettative contenute negli enunciati costituzionali. Viene meno l’idea francese della costituzione come strumento chiave del cambiamento. Trionfa infatti l’idea anglosassone e liberale che il cambiamento vada governato con l’innesto prudente del nuovo su un tronco consolidato. Prendiamo il caso della Sicilia. Il governo della Regione deve essere esercitato a servizio esclusivo dell’interesse pubblico. Ben diversa risulta - e quindi incostituzionale - gran parte della vita reale della Regione e degli enti locali siciliani, piegata com’è l’amministrazione, per intrinseca necessità del sistema di scelta dei governanti, alla logica della preferenza accordata in cambio di favori individuali. Senza programmi di lungo termine e di portata efficace. Ma anche senza il respiro delle libertà: dalla violenza, dall’insicurezza, dalla disoccupazione, dalla dipendenza ricercata della servitù volontaria. Scomparsi i grandi partiti di massa che hanno avuto un grande ruolo nel trentennio dell’affluenza, dei mitici anni finiti alla fine del secolo, l’associazionismo deve poter contare su un governo forte e capace di scegliere senza restare in balia di interessi parcellizzati che si contendono risorse pubbliche ridotte al lumicino. La Sicilia che Borghese definì meno che nazione e più che regione, non può essere governata con il sistema francese e piemontese delle province. Nove province, tutte o quasi in asfissia per avere sulla carta la responsabilità dello sviluppo e non avendone i mezzi o perché schiacciate dal comune metropolitano o perché svuotate dall’emigrazione e dallo sconforto economico. I nostri padri e Sturzo in testa, avevano visto giusto nell’invocarne la soppressione e sostituirla con liberi consorzi. Il mondo si è fatto accessibile e ovunque è ormai possibile investire. Se un progetto non regge per anni e si continua a immaginare di cambiare senza consolidare, la partita è persa. A due passi dalla Sicilia Malta, la Libia e il Libano stanno già costruendo le loro risorse finanziarie per costruire logistica di qualità, reti di accesso e transito concentrando e non disperdendo. Un solo grande aeroporto, un porto ad alti fondali come base per la distribuzione in tutto il Sud Europa in competizione con Barcellona, ferrovie veloci e sicure. Da noi cento città, altrettanti piccoli porti e una richiesta sempre crescente di aeroporti, uno per campanile. Mi ero già ingegnato in passato a immaginare un assetto diverso del governo locale in Sicilia, preso da una sorta di roussoviana rêverie da camminatore solitario. Per cinquanta anni lo Statuto è rimasto una lettera morta. Ma oggi il tempo si è fatto breve e la competizione incalza. Per la Sicilia potremmo ipotizzare una tripartizione, con due grandi aree metropolitane con poteri veri di governo e lo sviluppo di un’Autorità per le aree interne. Si tratterebbe - mutatis mutandis - di riprendere la tripartizione araba di Val di Mazzara, di Noto e Demone, adattandola ai tempi attuali ed alle modificazioni fisiche e demografiche intervenute. Auspico una Sicilia in cui la Regione facesse solo programmazione e l’ambito di governo effettivo fosse dislocato in basso, senza per questo essere così polverizzato da risultare inservibile. Potrebbe essere questo un modello da approfondire e esportare in tutto il Sud Italia, per disporre di un’aria vasta in cui tecnica, agricoltura e turismo culturale si integrassero attorno a infrastrutture logistiche di respiro europeo, come quelle finalmente realizzate in questi ultimi anni negli aeroporti del Mezzogiorno. In un’area come il sud Italia nella quale l’azione di governo locale non risultasse parcellizzata e quindi svilita e inefficace, si potrebbe immaginare un’attività concreta di accompagnamento allo sviluppo più integrata dei programmi territoriali spesso afflitti da nanismo e dalle procedure burocratizzate di una amministrazione centrale delle regioni condizionata da equivoci da corte vicereale. Se un nuovo assetto, della Sicilia così come del Sud Italia, potesse rispondere positivamente a questi problemi sarebbe strumento utile per i cittadini. Diversamente, messe da parte le rêverie, diventa drammaticamente urgente lavorare sulla formazione di una classe dirigente meglio attrezzata alla competizione europea e mediterranea.