Ittica, quando la crisi rappresenta un’occasione
Ma deluse dall’Ue, le aziende del settore guardano all’Italia per lo sviluppo del settore
di Luigi Giannini
Luigi Giannini
Dottore Commercialista. È direttore generale di Federpesca e Vicepresidente di EUROPECHE, nonché membro del Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro.
La situazione congiunturale degli ultimi mesi, particolarmente critica nei settori finanziario e manifatturiero, ha reso evidente ai più la valenza insostituibile delle produzioni primarie, meno intaccate dalla ridotta capacità di spesa delle famiglie. Ma soprattutto meno volatili rispetto alle attività finanziarie pure, ed alle stesse attività manifatturiere destinate a coprire consumi anche importanti, ma sostanzialmente rinviabili a tempi migliori.
Il recupero di valore delle attività economiche più solide e tradizionali è avvenuto in un momento tra i più difficili per l’agricoltura e la pesca italiane, segnate com’erano dal destino delle attività mature avviate quindi ad un declino inesorabile.
La competizione giocata sui mercati interni da prodotti importati da ogni dove del globo terraqueo aveva avuto per effetto la mortificazione della produzione agricola e ittica e la conseguente depressione degli imprenditori che vi erano applicati. Questo fino a qualche mese fa, proprio quando nessuno o pochi avrebbero scommesso sulla possibilità di nuove prospettive per i settori primari, questi si sono rivelati all’improvviso solidi ancoraggi per il sistema-paese, ormai già alla ricerca di una chiave di interpretazione del proprio futuro “post-industriale”.
La pesca italiana ha sofferto negli ultimi dieci anni per causa di una serie di fattori diversi. Tra questi, una scarsa se non inesistente spinta alla internazionalizzazione del settore nella principale direttrice di sviluppo, quella mediterranea. Le linee di indirizzo della Politica Comune della Pesca, in realtà, hanno puntualmente ignorato la centralità della pesca italiana nel Mediterraneo, e le prospettive che potevano collegarsi all’avvio di un partenariato mutualmente proficuo tra i principali attori dell’economia ittica, comunitaria e non, all’interno del Bacino. Eppure, sin dal 1994, non erano mancate le sollecitazioni da parte del Governo italiano affinché la Commissione europea producesse sforzi concreti e convinti per coinvolgere i Paesi rivieraschi del Mediterraneo nell’ambito delle sue attività esterne volte a conseguire opportunità di accesso alle risorse per le flotte pescherecce comunitarie.
Le uniche iniziative realizzate in ambito mediterraneo - poche società miste tra imprese italiane e tunisine - sono nate in un quadro di totale indifferenza delle istituzioni e soprattutto in assenza di una strategia europea complessiva a sostegno di momenti che segnavano indubbiamente un passo avanti decisivo, rispetto alle vicende conflittuali che avevano caratterizzato sino allora le relazioni con la sponda meridionale del Mare Nostrum. Eppure, con il valido sostegno di una rappresentanza diplomatica particolarmente attenta al contenuto politico di quanto stava accadendo, si sono determinati risultati molto significativi che hanno poi continuato ad imporsi al di là e al di sopra delle iniziative imprenditoriali in sé.
I casi di contenzioso per sconfinamenti in acque tunisine o semplicemente nella Zona di ripopolamento istituita unilateralmente a ridosso delle stesse acque territoriali e che occupa gran parte del Canale di Sicilia, il cosiddetto Mammellone, sono calati drasticamente sino ad azzerarsi negli ultimi tre anni. Ciò malgrado l’esito non particolarmente felice delle esperienze di partenariato privato intanto avviate. Ma questo può accadere, e accade più facilmente se non viene dato seguito agli impegni di cooperazione tecnica ed economica sottoscritti a livello politico.
Il tempo trascorso non ha minimamente intaccato la validità di una strategia mediterranea per la pesca italiana, ancor più attuale in uno scenario in rapida evoluzione. In quindici anni il contributo della produzione nazionale alla domanda di prodotti ittici pescati si è ridotto dal 50% al 32%, in conseguenza alla contrazione della flotta italiana determinata dai Programmi di Orientamento Pluriennale e dai Livelli di Riferimento imposti dalle scelte di Bruxelles. Dall’altra parte i Paesi rivieraschi del Mediterraneo, inclusi quelli in lento/rapido avvicinamento all’atmosfera comunitaria, si vanno correlativamente attrezzando per rimpiazzare gli spazi lasciati dalle flotte comunitarie e, prima tra queste, da quella italiana.
L’opportunità, il mercato, è ovviamente nell’Europa comunitaria, resa attraente anche per il tasso di cambio dell’Euro, altamente remunerativo per qualsiasi produttore proveniente da qualsiasi Paese mediterraneo.
Il peso relativo delle capacità di pesca nel Mediterraneo si è quindi spostato, e il processo è tuttora in corso, verso i Paesi terzi che attingono comunque a risorse sostanzialmente condivise, spesso perché altamente migratorie.
Il tutto nella sostanziale indifferenza dell’eurocrazia per gli effetti che ciò determina a carico dell’economia ittica euromediterranea.
Nella condizione di dipendenza dalle importazioni che intervengono puntualmente a coprire un fabbisogno reale, perché subire passivamente la penetrazione commerciale da Paesi lontanissimi, nei quali risulta molto improbabile, e comunque oneroso e complicato, il coinvolgimento di interessi nazionali?
Perché invece non valorizzare il patrimonio di uomini e mezzi, esperienze tecniche e conoscenza del mercato, proprio dell’imprenditoria italiana della pesca nello spazio mediterraneo, perseguendo una integrazione quasi scontata con Paesi ed economie unite, piuttosto che divise, dallo stesso mare?
Eppure le principali politiche di cooperazione, inclusa quella sulla regolazione dei flussi migratori verso l’Europa e del contrasto all’immigrazione clandestina, puntano a determinare condizioni di sviluppo interno e di partenariato tra le due sponde del Mediterraneo che si fondano sulle attività economiche tipiche e caratterizzanti l’origine mediterranea, tra le quali non può disconoscersi la pesca e le attività a questa connesse.
C’è spazio in questo per favorire attività di impresa e di occupazione per tanti. Applicare politiche estese e condivise - perché di interesse comune - per la gestione responsabile e la conservazione delle risorse viventi del mare. Più in generale per la salvaguardia dell’ambiente marino e la biodiversità, unica e irripetibile nelle acque mediterranee. Per attirare uomini e imprese allo sviluppo della attività costiere che includono la pesca ma che si estendono alle mille occasioni di crescita e di prosperità che il mare e la dimensione marittima offrono. In primo piano, tra queste, il turismo, il diporto e gli sport nautici, il trasporto marittimo e la logistica.
Difficile, salvo recuperi in extremis, far conto sull’iniziativa europea che pure ha recentemente accelerato sul fronte dell’unicità della dimensione marittima e delle potenzialità di un cluster sinora così disatteso.
Molto meglio, più rapido e concreto, puntare sull’iniziativa politica italiana - già evidente, convinta e tangibile in quella direzione, capace di dare futuro alla pesca mediterranea ed una risposta ai consumatori italiani di un alimento prezioso e insostituibile.