Terrorismo, la minaccia viene dall’Al Qaeda
Islamic Maghreb
I mille volti del pericolo fondamentalista: dal traffico di eroina
ai collegamenti con le mafie
di Barbara Contini
Barbara Contini
Senatrice. È membro della Commissione Difesa e della Commissione Politiche dell’Unione europea del Senato. Ha lavorato in aree di crisi, come Kosovo e Bosnia, dove è stata direttrice dell’OSCE.
È stata funzionaria dell’ONU a Tokyo e Governatore civile della provincia di Dhi Qar, Iraq. È stata inviata del Governo in Darfur, dove ha coordinato gli aiuti umanitari.
Medium terraneum, ponte tra le terre, bacino di civiltà con le comuni radici della religione monoteista, il Mediterraneo è stato da sempre luogo di incontro e scontro con conflitti di natura essenzialmente politica anche se spesso giustificati nel nome della religione. Le nuove frontiere del Terzo Millennio, economiche, politiche e sociali, portano oggi alla ricerca complessa ma inevitabile dell’incontro, alla ricchezza comune da riscoprire in quel giacimento antropologico ove si fondono storie millenarie di uomini che hanno costruito e sovrapposto culture ancora da proteggere e fecondare. Sono le culture che hanno dato forma e sostanza alla costruzione dell’Europa, dalle sue origini a quella geopolitica di oggi che ha necessità di affermare una solida identità nel quadro internazionale. Eppure il Mediterraneo ha vissuto un’isolamento politico di mezzo secolo durante la Guerra Fredda, perché i due blocchi contrapposti polarizzavano il mondo. Isolamento proseguito con la fine del bipolarismo e l’apertura degli scenari orientali dell’Europa. Sembrava che l’attenzione dovesse andare per molti anni a seguire prioritariamente quei nuovi assetti e quelle controverse frontiere con lo sguardo del mondo occidentale allungato soprattutto verso Est, all’interno della ex URSS per cercare di comprendere fin dove si potesse estendere. L’Unione europea si rimodellava a sua volta in una dimensione nordica e baltica. Ma il disfacimento cruento della Repubblica Socialista Federale di Yugoslavia, nell’arco di qualche anno riportò in primo piano l’interesse politico verso quel braccio orientale del Mediterraneo, costituito dal bacino Adriatico, comunque centrale per fecondare nuove relazioni e nello stesso tempo per i rischi alla sicurezza, provenienti dalle aree calde dell’Asia. Il teatro balcanico aveva attirato le formazioni terroristiche addestrate nello scontro con i sovietici in Afghanistan e esaltate dalla vittoria conseguita. Al Quaeda si stava strutturando come organizzazione internazionale e riuscì ad insinuarsi nello scontro interetnico tra serbi e bosniaci e nello scisma politico tra serbi e kosovari albanesi, così come affermò nello stesso periodo una presenza in Algeria, squassata per un arco di oltre dieci anni dalla sanguinaria reazione al regime militare in carica, da parte del GIA, braccio armato del Fronte Islamico della Salvezza, il partito radicale vincitore delle elezioni del 1991, ma mai riconosciuto come tale. Certamente lo ignoravano gli stessi mujahiddin che operavano in tali aree, ma le loro azioni costituivano i preliminari dell’attacco alle Twin Towers. Nel bene o nel male dunque, il Mediterraneo, nella sua dimensione geo-strategica e geo-economica rilevante per l’Europa ed il mondo, ritorna nell’ultimo scorcio di secolo alla ribalta: un segnale forte in tale direzione proviene dal Partenariato di Barcellona, stilato nel 1995, nel pieno degli eventi balcanici e nella regione Maghrebina. La portata e l’originalità del partenariato, suggellato tra L’Unione europea e dodici paesi della sponda sud del Mediterraneo, sta nell’aver disegnato il quadro per una stabilità euro-mediterranea sostenuta da tre elementi cardini , la sicurezza, la prosperità ed il dialogo interculturale. Una stabilità omogenea da realizzare tra le due sponde, nonostante i divari tracciati dalla storia. L’Unione europea, che si affaccia nel panorama internazionale come nuovo attore regionale, prepara una politica estera e di sicurezza comune, progetta una difesa comune, riconsidera l’importanza del Mediterraneo, e promuove la Conferenza euro-mediterranea di Barcellona nel giugno 1995. Il periodo era denso di aspettative per la definizione del conflitto israelo-palestinese, a seguito degli storici accordi di Oslo di due anni prima e l’Unione confidava negli spazi che stava conquistando a favore della pace in Medio Oriente. Un segnale forte in tale direzione fu dato dalla presenza al tavolo della Conferenza,in Barcellona, dell’Autorità Nazionale Palestinese, con lo status di entità autorizzata a stipulare accordi internazionali. Ad oltre tre lustri di distanza dalla Conferenza, i risultati raggiunti sembrano alquanto modesti rispetto alle aspettative, eventi inaspettati hanno scosso il mondo, il terrorismo internazionale di matrice islamica ha fatto la sua piena irruzione negli Stati Uniti, nel Mediterraneo, in Asia, nel Medio Oriente, le organizzazioni internazionali e gli Stati hanno modificato le politiche, le alleanze e le azioni modellandole prioritariamente alle esigenze di sicurezza. Al Qaeda colpisce negli USA ed in Europa, nella Londra continentale, nella Spagna mediterranea e nel Maghreb. Due guerre lunghe e laceranti ed ancora perduranti in Afghanistan ed in Iraq impegnano i Paesi uniti nel contrasto al fondamentalismo e nello stesso tempo alimentano le contiguità al terrorismo in nome della religione, altri conflitti hanno coinvolto la sponda sud del Mediterraneo in Libano ed a Gaza, il processo di pace in Medio Oriente ha subito una brusca interruzione, soprattutto per la vittoria elettorale di Hamas e la conseguente scissione politica all’interno dell’embrione di Stato palestinese. La ritrovata centralità del Mediterraneo non è comunque venuta meno, al contrario viene oggi considerata l’importanza strategica di un Mediterraneo allargato, che abbracci il mar Rosso fino a lambire il Mar Arabico da una parte e la costa dell’Atlantico dall’altra. L’ingresso della Mauritania nel Partenariato di Barcellona attesta la volontà di ampliare la visione mediterranea. Una siffatta visione che influenzerà la politica internazionale del Mediterraneo nei prossimi anni, comprende inevitabilmente i due aspetti connessi alla prosperità ed alla pace condivisa: la sicurezza ed il contrasto a terrorismo e criminalità transnazionale, la creazione di un’area di libero scambio commerciale e di ambienti favorevoli all’attrazione di investimenti dell’area sud. La presenza del terrorismo internazionale ispirato al fondamentalismo islamico è ancora molto forte nell’intera area sia africana che europea, nessuno si può illudere che il mancato verificarsi di attentati costituisca un segnale di regressione del fenomeno. La formazione terroristica Al Qaeda Islamic Maghreb, che raccoglie l’eredità del Gruppo Salafita per la Predicazione ed il Combattimento, nato in Algeria contro il GIA, con forti presenze diffuse in Marocco, Tunisia e propaggini nei paesi europei, compresa l’ Italia, il pullulare di gruppi anche di piccola consistenza ma non meno perniciosi, in grado di agire da soli, i collegamenti tra terroristi in movimento tra Asia ed Europa, ne stanno a dimostrare la vitalità. Ancora non ben indagato per le intrinseche difficoltà, è il collegamento che affiora sempre più prepotentemente tra terrorismo e criminalità transnazionale. Le strade dei terroristi e dei criminali comuni si incontrano nel traffico di droga, di esseri umani, di armi e negli ultimi tempi, anche di auto rubate. La criminalità organizzata e il terrorismo, attraverso una sorta di complementarietà, trovano sinergie che generano fenomenologie criminose a scala mondiale, ma privileganti il bacino del mediterraneo come uno dei nodi più importanti. I terroristi controllano la produzione della droga soprattutto in Afghanistan e le vie del trasporto, interessanti le aree geografiche di contatto con l’Unione Europea, ossia i paesi che si trovano direttamente ai confini dell’Unione o si affacciano sul bacino del Mediterraneo, principalmente Balcani, Turchia, Medio Oriente, Nord Africa in tutta l’area del Maghreb. In molte zone di questi paesi, le organizzazioni terroristiche sono diffuse, saldamente radicate sul territorio e nonostante spesso frammentate, costituiscono una estesa ed efficientissima rete logistica che consente il trasporto e la consegna del prodotto su scala industriale. I dati circa l’effettivo volume di denaro connesso con il traffico di droga sono difficili da stimare con esattezza, soprattutto su base internazionale, quindi possono risultare diseguali a seconda delle organizzazioni che ne stilano i rapporti, tuttavia le cifre sono sempre enormi. Secondo le cifre indicate dal Dipartimento Centrale dei Servizi Antidroga del nostro Ministero dell’Interno, si rileva che nel 2007 i proventi del traffico di droga riferiti alle quattro principali associazioni malavitose italiane è di 59 miliardi di Euro, una cifra decine di volte superiore al bilancio di un Corpo di Polizia. L’Italia risulta infatti essere, insieme al Regno Unito, il maggiore consumatore di eroina in Europa, gli esperti del Viminale prevedono ulteriori incrementi di arrivi di grandi quantità di droga soprattutto dall’Afghanistan. È inevitabile di conseguenza per le organizzazioni che riescono ad elevare profitti così consistenti creare e mantenere potere al proprio interno e penetrazione sul territorio nazionale. Difficilmente la collaborazione tra terrorismo e criminalità è diretta, spesso avviene tramite intermediazioni o fiancheggiamenti. La criminalità organizzata, al contrario dei gruppi terroristici che perseguono obiettivi politici, evita o cerca di limitare al massimo il coinvolgimento mediatico, l’attenzione dell’opinione pubblica e delle autorità, con lo scopo di preservare l’ambiente in cui poter praticare le varie attività di lucro. Le stesse organizzazioni terroristiche non hanno convenienza ad entrare direttamente sul mercato della criminalità, per l’aumento esponenziale dei rischi o per la eventuale competizione con le organizzazioni criminali stesse, foriera di dinamiche controproducenti. Le attività terroristiche e quelle della criminalità transnazionale ripropongono il Mediterraneo anche nella prospettiva di frontiera esterna all’Unione europea, oggetto di una politica di vicinanza e nello stesso tempo di controllo rafforzato, un controllo che deve riuscire a coinvolgere fattivamente e coordinatamente forze di polizia di entrambe le sponde Quelli tracciati sono solo alcuni degli scenari che si frappongono alla sicurezza nell’area mediterranea e richiedono anche iniziative di cooperazione non solo multilaterale ma anche bilaterale sempre più stretta tra paesi dell’ Unione europea e paesi partner della sponda mediterranea: l’Italia con il recente Accordo bilaterale italo-libico ha dimostrato di voler percorrere tale strada. La crisi economica mondiale, con il rischio di un pericoloso ritorno al protezionismo da parte degli Stati più economicamente avanzati, potrebbe compromettere seriamente il partenariato economico e finanziario tra le due sponde del Mediterraneo, impedire l’ambita creazione di un’unica area di libero scambio e bloccare il processo di dialogo e cooperazione, indispensabile per garantire sicurezza e pace nella regione nel prossimo decennio. Un processo, avviato a Barcellona, rallentato dagli eventi tragici di inizio secolo, ma ripreso a piccole tappe, anche grazie alla provocazione del Presidente francese Nicolas Sarkozy , nel momento in cui nel luglio 2008 lancia un quadro rafforzato della cooperazione multilaterale, attraverso L’Unione per il Mediterraneo. Orizzonte 2020 è il piano d’azione comune tra Unione europea e Stati partner per il disinquinamento e la tutela dell’ecosistema del Mediterraneo, definito in occasione del decennale del partenariato di Barcellona e la denominazione, nonostante le nebulosità e le incertezza dei prossimi anni, ci appare comunque un segnale di buon auspicio.