L’Europa timida tra i fuochi dell’instabilità
Dal Maghreb al Medio Oriente, fotografia di un’area tormentata
di Guido Lenzi
Guido Lenzi
Funzionario diplomatico dal 1964, ha rivestito incarichi presso sedi bilaterali come Algeri, Londra e Mosca e alla Direzione Affari Politici del Ministero degli Esteri. È stato Consigliere Diplomatico del Ministro degli Interni per due legislature.
E l’Europa?
“Non tutti i popoli del Mediterraneo sono diventati mediterranei”, dice il croato Predrag Matvejevic (nel suo “Breviario Mediterraneo”). Evidente è infatti che, specie nel corso dell’ultimo secolo, molti di loro si sono ritratti, rinnegando la secolare comune tradizione. Dopo la Grande Guerra, alla caduta dell’Impero Ottomano, nella ‘Palestina’ di Lawrence d’Arabia, i protettorati inglese e francese instaurarono delle strutture statuali ignote all’antica Arabia felix, dalle tradizioni tribali e nomadiche. Nel secondo dopoguerra, la crisi di rigetto dello Stato di Israele, e una serie di colpi di Stato militari, spesso cruenti, hanno alterato gli equilibri regionali. L’avvento di regimi repubblicani ispirati ad un inedito socialismo arabo (nasseriano o baathista), ed i ripetuti tentativi di instaurare un panarabismo laicizzante hanno ulteriormente dilaniato quelle identità nazionali. Una situazione ulteriormente radicalizzata dal confronto Est-Ovest, che nella regione ha imperversato. Il collasso dell’Unione Sovietica e della Federazione jugoslava hanno infine moltiplicato e diversificato i focolai di crisi in un mare interno che è stato per millenni, e dovrebbe tornare ad essere, la ‘casa comune’ dei paesi rivieraschi. L’intero suo perimetro è oggi lacerato da numerose faglie: nel Medio Oriente (suddiviso a sua volta nelle interconnesse componenti israelo-palestinese, siro-libanese e siro-israeliana, e iraniana), nel Maghreb (incrinato dal contenzioso algero-marocchino), nonché nei Balcani e nel Caucaso. Ne risulta un esteso vuoto strategico, che si traduce in stallo politico, stagnazione economica e nel risultante generale isolamento dalle prospettive della globalizzazione. Nel puzzle mediorientale, in particolare, le situazioni critiche vanno ormai affrontate simultaneamente, pur nella diversità delle specifiche diverse componenti. Indispensabile è comunque il concorso di più estese convergenze e solidarietà, principalmente dai paesi arabi limitrofi e dall’Iran, ma anche dai principali protagonisti del sistema internazionale (Europa e Russia soprattutto, oltre agli Stati Uniti), in funzione di imposizione oltre che di garanzia esterna. Non diversamente da quel che avvenne, nell’immediato dopoguerra, in un’Europa devastata (donde la ricorrente invocazione di un novello ‘Piano Marshall’ anche per il Medio Oriente). Le disfunzionalità Tanto gli europei quanto gli arabi rischiano altrimenti l’emarginazione e l’irrilevanza, con le relative ripercussioni negative anche di ordine economico. Per definirsi e progredire, l’Europa unita non può fare a meno dei suoi partner arabi, così come questi ultimi debbono poter beneficiare di un più intenso ed organico interscambio economico, sociale e politico, con l’Europa. (I paesi dell’Africa settentrionale dovrebbero inoltre fungere da cerniera fra l’Europa e l’Africa, nella loro posizione di membri dell’Unione Africana). La penuria di comunicazioni e di interscambi reciproci, e pertanto di reali comuni interessi socio-economici, svuota infatti di significato ogni professione di solidarietà sub-regionale e determina la persistente inconsistenza della Lega Araba. Il bandolo della matassa va pertanto cercato nell’apertura di un più vasto spazio di libera circolazione inter-arabo, parallelamente al processo di integrazione europeo, premessa indispensabile per quella Zona di libero scambio euro-mediterranea idealmente prevista dall’ancor farraginoso ‘processo di Barcellona’. Una situazione precaria, della quale le pressioni migratorie rappresentano per ora il sintomo ma potrebbero diventare l’utile filo di Arianna.Le esigenze di fondo riguardano infatti la ‘sicurezza umana’, quella cui si rivolge appunto il ‘partenariato mediterraneo’ dell’UE, piuttosto che le componenti militari proprie del ‘dialogo’ avviato dalla NATO. L’Unione per il Mediterraneo impostata dalla Presidenza francese dell’UE si propone di rimediarvi inizialmente mediante una più concreta ed incisiva collaborazione fra i paesi del Mediterraneo occidentale. Prioritaria sarà la creazione di infrastrutture stradali, ferroviarie, portuali, marittime, e di altri canali di interscambio umano, commerciale, finanziario; premesse indispensabili per altri progetti energetici, ambientali e di sostegno alle piccole e medie imprese, con capitali anche privati. Iniziative tutte in compartecipazione euro-araba, destinate a sollecitare l’emergere di società civili meglio in grado di rispondere agi auspicati stimoli governativi di carattere anche legislativo ed amministrativo. Una impostazione ‘dal basso’, che corrisponde alle raccomandazioni degli “Arab Human Development Reports” periodicamente pubblicati dall’UNDP dell’ONU. Diversa è la situazione nel Mediterraneo orientale, in quel ‘Vicino Oriente’ dove, salvo in Egitto, non esiste una consolidata tradizione statuale e dove strutture e mentalità tribali alimentano molteplici faziosità. L’ultimo atto della tragedia mediorientale, infatti, oltre a confermare -se mai ve ne fosse stato bisogno- gli effetti perversi ed inconcludenti degli odierni asimmetrici conflitti, ha evidenziato soprattutto, inequivocabilmente, le tante indifferenze, le omissioni di cui è colpevole la comunità internazionale, e l’inconcludenza del ‘quartetto’ comprendente Stati Uniti, Russia, Unione Europea e Nazioni Unite. All’ennesima distrazione occidentale per le “urgenze” irakena e afgana si è infatti aggiunta la persistente paralisi delle capitali arabe. Una situazione che ha privato le parti in conflitto delle indispensabili pressioni (e rassicurazioni) esterne, lasciando faccia a faccia Israele all’immediata vigilia di una tornata elettorale e un’Autorità Palestinese gravemente spaccata fra posizioni apparentemente inconciliabili. Bisogna pertanto squarciare il velo delle tante ambiguità regionali, attuali o potenziali. La crisi a Gaza ha dimostrato anche all’osservatore distratto (o fazioso) la persistente indispensabilità di un più incisivo coinvolgimento internazionale tanto a livello negoziale quanto sul terreno, in un confronto che, da “israelo-arabo” qual’è stato per oltre mezzo secolo, è ormai confinato al rapporto “israelo-palestinese”. I piani di soluzione, con il crescente attivo contributo arabo, non sono mancati, da Camp David, a Oslo, a Madrid, a Taba, a Beirut, ad Annapolis, suscitando ricorrenti rinnovate speranze di compromesso e riconciliazione. Ma l’aperto incoraggiamento iraniano ai movimenti ribelli di Hamas ed Hezbollah ne ha impedito la maturazione, perpetuando il “fronte del rifiuto” all’esistenza stessa di Israele. Palese, in proposito, è ormai la necessità di ricorrere a quelle interferenze esterne che i Paesi arabi, nei loro stessi rapporti reciproci, continuano invece a ritenere lesive dell’anacronistico dogma della sovranità territoriale. L’Europa Nelle attuali condizioni mondiali in accelerata evoluzione, in presenza di un mondo non più diviso in campi ideologicamente contrapposti, bensì finalmente “piatto” e trasparente, globalizzato e interconnesso, bisogna scongiurare lo strisciante senso di impotenza, rassegnazione, e conseguente indifferenza politica, nei confronti di una regione rimasta ai margini della Storia. L’Occidente deve tornare a pesare sulle controparti, mentre gli Stati Arabi dovranno dipanare il groviglio di presunti malintesi e condizionamenti politici. In primis, intervenire più incisivamente per sanare la spaccatura interna all’Autorità Nazionale Palestinese. Nell’ormai diffuso aperto riconoscimento che Teheran è ormai l’unico regime ad alimentare il “fronte del rifiuto”, nel perseguimento di un’egemonia che lo sciismo persiano non parrebbe poter imporre al sunnismo arabo altrove predominante. È nel Presidente Obama, novello “redentore”, in cui oggi si confida, non soltanto per dissipare le preclusioni che le asprezze dell’Amministrazione Bush ha suscitato, ma anche per operare la necessaria più estesa chiamata a raccolta internazionale, specie in ambito sub-regionale. Anche in questo caso, però, l’anello mancante pare essere quello dell’Unione europea. Pur rimanendo il deus ex machina della faccenda, gli Stati Uniti non possono imporre una soluzione senza il concorso altrui, fra i quali i paesi circonvicini e l’Unione Europea, in una più razionale ripartizione dei compiti. Mentre l’America tutela le esigenze di sicurezza di Israele, all’Europa può spettare il compito di assistere l’Autorità Palestinese, e ad ambedue quello di sollecitare il coagularsi di una convergenza di intenti a livello regionale. Nel Mediterraneo, da millenni, l’Europa ha trovato la linfa della sua composita civiltà. È all’Europa, la cui imparzialità di intenti (dalla dichiarazione di Venezia di trent’anni fa) non può lasciar adito a dubbi, che continua pertanto a spettare il compito di tagliare il nodo gordiano delle inconcludenti imputazioni incrociate e delle tante ambiguità. È in Medio Oriente che la presunta ‘forza tranquilla’ dell’UE deve temprarsi, in una più coerente e continua funzione trainante verso una soluzione equa e duratura che possa estrarre la situazione palestinese dal suo cronico punto morto, a beneficio degli stessi più generali assetti internazionali globali. Dopo la fine della Guerra fredda che tutto aveva congelato, l’Europa deve riproporsi come partner efficace ed affidabile, per la stessa credibilità della sua politica estera e di sicurezza comune (la PESC). Allargatasi a dismisura, l’UE è ormai addossata a due fasce di instabilità: ad Est e a Sud-est deve vedersela con le residue situazioni critiche conseguenti alla dissoluzione dell’URSS e della Federazione jugoslava; e a Sud e Sud-est, dove gli analoghi effetti della dissoluzione dell’Impero ottomano e quelli della decolonizzazione non si sono ancora ricomposti. Dai Balcani al Caucaso, dal Maghreb al Medio Oriente (allargato), l’intero Mediterraneo richiede l’affermarsi della generale convergente determinazione necessaria per passare dalla staticità delle predominanti considerazioni di sicurezza ai dinamismi della politica, e pertanto dalla repressione alla riconciliazione, dalla miseria morale e materiale ad una più civile coabitazione, alla ricostruzione degli animi e delle condizioni socio-economiche in una regione rimasta martoriata come nessun’altra in questo dopoguerra. La ‘sicurezza umana’ È il tessuto umano che va ricomposto, mediante più frequenti scambi studenteschi e professionali, programmi educativi e di formazione professionale, comuni studi e ricerche storico-politiche, oltre alla valorizzazione di personalità storiche condivise che possano colpire l’immaginazione popolare, come Sant’Agostino, Ibn Khaldoun, Federico II, persino Sheherazade, meglio dei più impegnativi Avicenna e Maimonide. In un mondo plurale quale quello che va prendendo forma, i popoli mediterranei accomunati da una cultura diversificata, berbera, fenicia, ebraica, greca, romana, araba, ottomana ed infine europea, non dovrebbero aver difficoltà a ritrovarsi e collocarsi in un più utile reciproco rapporto. Un impegno che, in Italia, dovrebbe poter coinvolgere soprattutto le regioni meridionali ed insulari, le prime a poter beneficiare di una reintegrazione del ‘mare di mezzo’, in una più fertile interrelazione fra le tante sue diversità.