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ECONOMIE E DIRITTI

Eurafrica, prima che sia troppo tardi

Mentre lo tsunami della crisi paralizza l’Ue, la Cina avanza nel continente a due passi da noi

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di Massimo Pini



Massimo Pini
Giornalista. Ha fondato e presieduto la casa editrice Sugarco. 
È stato membro del CdA della RAI. È Vicepresidente di Fondiaria Sai.

La drammaticità e complessità della crisi finanziaria globale impone l’ obbligo di rivedere tutte le convinzioni stratificate, nonché di adottare una visione geo-politica che dopo la caduta del Muro di Berlino sembrava uscita definitivamente dalle mode dei circoli politici, economici e finanziari. In questo quadro, assume tutta una nuova rilevanza la questione del Mediterraneo, il “mare interno” tra Africa, Medio Oriente ed Europa, già centro strategico del mondo fino alla scoperta dell’ America e alla nascita del colonialismo. I primi atti di politica estera del nuovo governo statunitense si sono invece rivolti all’ Asia, alle potenze che oggi sono Cina e India, senza dimenticare il Brasile. Si direbbe che l’ Europa, questa costruzione monetaria che non dispone però né di una politica estera né di una politica di difesa, corra il rischio di essere considerata non tanto per il suo passato e le illustri tradizioni, quanto per il peso e il ruolo di co-protagonista nelle difficili circostanze a cui ci ha portato quella che il Papa ha definito l’ “idolatria del denaro”. Il fatto è che un ‘Europa priva di anima, né confederazione né federazione, si trova oggi alle prese con la necessità di raccogliere capitali per colmare il vuoto tra l’ economia reale e quella cartacea: ciò potrebbe comportare per ogni Stato di questa strana costruzione europea la tentazione di risolvere nel proprio ambito territoriale la soluzione di problemi che da finanziari ed economici diverranno, di necessità, sociali. Per tutto il secolo scorso, il legame tra gli Stati Uniti e l’ Europa è stato considerato prioritario: quella che è stata alla fine l’Alleanza Atlantica è nata dalla condivisione, attraverso due guerre sanguinose e una “guerra fredda”, dei valori di democrazia e libera iniziativa, temperata dalle socialdemocrazie. Ma con il trionfo della “scuola di Chicago” e della teoria del Washington Consensus, l’ economia cartacea ha sopraffatto le economie reali: per certi aspetti, la sconfitta dell’ Unione Sovietica ha rappresentato una catastrofe, perché ha liberato gli “spiriti animali” del peggiore turbocapitalismo (la definizione è di Edward Luttwak). Le critiche alla scuola di Milton Friedman e ai nefasti effetti dei “Chicago Boys” nelle economie emergenti, il ruolo di costoro nella vicenda delle privatizzazioni, non hanno bisogno di essere sottolineati: basterà il dato uscito di recente , dal quale risulta che gli Stati dell’Occidente hanno buttato nella fornace della crisi finanziaria più di quanto hanno incassato dalle privatizzazioni negli ultimi cinquant’anni. Ciò significa da una parte che il ruolo degli Stati - e del potere politico - non può più essere delegittimato come è avvenuto negli ultimi decenni, a beneficio della nuova prassi del “laissez faire”; dall’altra che i peggiori difetti della finanza pubblica sono ben poca cosa di fronte ai rischi delle manipolazioni private. I sospetti nei confronti dei “fondi sovrani”, vale a dire quei fondi costituiti da paesi con abbondante risparmio e strutturati in modo pubblico, hanno lasciato il posto, scoppiata la crisi finanziaria, agli auspici perché questi fondi intervengano nelle situazioni di crisi industriale. Mentre prima si studiavano misure per sterilizzare i fondi sovrani, in seguito si sono allargate le braccia, disposti a tutto pur di incamerare soldi liquidi. Ma non sarà questo tipo di atteggiamento a risolvere in modo stabile i problemi finanziari. Nell’area del mediterraneo orbitano paesi con differenti livelli di sviluppo e diversi regimi politici: ciò che conta però sono le possibilità di integrazione che si potranno ottenere con scambi non solo e non tanto finanziari, quanto di civiltà, di costumi e di cooperazione tecnica. Se l’ economia rimetterà i piedi per terra, uscendo una buona volta da quella colossale casa da gioco d’azzardo in cui è degenerata la finanza, i rapporti fra i popoli rivieraschi del Mediterraneo ritorneranno, come tanti secoli fa, ad essere strumento di una civiltà comune e di una comune , e reale, ricchezza. Non bisogna poi dimenticare che l’Africa dispone di un grande potenziale economico, al quale avvicinarsi con spirito alieno da ogni forma di neo-colonialismo: sarebbe bene che l’Unione europea, se è in grado di farlo, si ponesse il problema prima che la penetrazione cinese sia compiuta. La visione geo-politica, che deve sostituirsi a quella ristretta del calcolo finanziario, è in condizione di prevedere quelli che sono i processi di decadenza delle civiltà, così difficili da cogliere nei micro-spostamenti quotidiani del potere e della influenza, ma comunque inarrestabili. Quando Costantinopoli cadde nelle mani dei turchi, la notizia che si diffuse lentamente in Occidente, provocò il panico: eppure l’impero romano d’Oriente era già in crisi e decadenza da secoli. La fondazione Medidea, che ha già al suo attivo delle importanti manifestazioni, è nata per contribuire a questa nuova visione del mondo, partendo proprio dall’area cruciale del Mediterraneo. Non si tratta di operare solo perché risorse finanziarie o materie prime e commodities energetiche siano trasferite all’Italia: si tratta di favorire l’integrazione culturale tra differenti visioni del mondo, che se restassero separate farebbero risorgere, inevitabilmente, i nazionalismi e le guerre di civiltà. Gli accordi italo-libici, recentemente sottoscritti dal Parlamento italiano e dal Congresso libico, sono il migliore esempio di come ci si debba muovere in questa cruciale fase di cooperazione e, auspichiamo, di sviluppo.