Dalla Lex Mercatoria a un codice del mercato
Circolazione della ricchezza e circolazione dei diritti,
senza l’integrazione resterà sulla carta
di Vincenzo Ricciuto
Vincenzo Ricciuto
È professore ordinario
di Diritto Civile nell’Università degli Studi di Roma Tor Vergata, dal 1 novembre 2006.
È avvocato cassazionista e componente del Consiglio Superiore
dei Lavori Pubblici.
Un merito - senza escluderne altri - va riconosciuto al Presidente Sarkozy, anche nella sua veste - ormai dimessa - di Presidente di turno dell’Unione Europea: il rilancio del c.d. processo di Barcellona che nella valutazione quasi unanime degli osservatori della sponda nord come di quella sud del Mediterraneo si è rivelato, dopo tredici anni, velleitario, scarsamente realistico, improduttivo di programmi ed iniziative coerenti e conseguenti con l’idea che ne aveva originato la fondazione. Così, la costituzione dell’Unione per il Mediterraneo è apparsa una iniziativa , ed ancor prima un’ idea, tanto auspicata quanto sufficientemente realistica, ancorata, da subito, a proposte concrete elaborate dai Ministri degli Esteri dei quarantatre Stati membri che la compongono. Pur nella prospettiva di un grandioso progetto politico e culturale, quest’area geopolitica di straordinaria ricchezza ed immensa potenzialità non ha, ad oggi, colto nessuna delle opportunità offerte dal fenomeno della globalizzazione, di cui si denunciano i rischi ma non, con altrettanta chiarezza, le occasioni di evoluzione di Paesi che condividono la comune civiltà del mare nostrum. Il documento sottoscritto a Marsiglia il 3 e 4 novembre dello scorso anno segna un passaggio significativo nella prospettiva di costruzione di un’area mediterranea di produzione e di scambio - e non solo economico -, di circolazione della ricchezza, di punto di riferimento per le altre zone del mondo, di modello di sviluppo e di convivenza per l’intero pianeta. Varrebbe, insomma, a riproporsi come (nuova) culla di civiltà nell’era della globalizzazione. L’individuazione di alcune tematiche con cui si è intesi far partire l’Unione per il Mediterraneo ( tra cui il disinquinamento del “nostro” mare, la costruzione di autostrade, terrestri e marine, gli interventi a favore delle piccole e medie imprese, la creazione e l’incentivazione di piani per l’energia solare, l’istituzione di centri di ricerca e di università mediterranee, ecc.) va nella direzione che oggi è imposta non tanto dal dibattito politico o da astratti modelli della riflessione geopolitica quanto dallo scenario che, per quest’area del mondo, ci consegnano i dati della globalizzazione. Non è certo casuale che Sarkozy abbia svolto il suo Discorso sul ‘ Unione del Mediterraneo nell’ottobre 2007 proprio a Tangeri, in Marocco, dove è in costruzione un nuovo porto che nel giro di pochi anni dovrebbe raggiungere gli 8,5 milioni di container l’anno e dove le più grandi compagnie di navigazione del mondo hanno già acquistato i terminali, sul rilievo che la fascia costiera che si estende dal Maghreb al Medio Oriente vede transitare nelle sue acque un terzo del traffico marittimo mondiale, destinato ad aumentare ulteriormente nei prossimi anni. È solo un esempio che esprime un fenomeno di straordinaria valenza economica e sociale, i cui tratti caratterizzanti muovono da precisi dati di studio del mercato globale: l’area che va dal Marocco alla Turchia è, dopo la Cina, la zona del mondo che attrae i maggiori investimenti dall’estero (si parla di 60 miliardi di dollari nel 2006), l’aumento del Pil per quest’area è calcolato da qui a cinque anni intorno al 5,3%, Ed ancora, l’area euro-med (dal Maghreb al medio Oriente) è quella in cui si registra una delle più variegate ed intense presenze di imprese che compongono il mercato globale: accanto ad imprese europee - la cui presenza, appunto, sta proporzionalmente cedendo il campo a quelle di altre parti del mondo - appaiono aziende ed investitori cinesi, indiani, giapponesi, coreani. Si aggiunga, ancora, un altro dato, quello demografico. L’area magrebina-mediorientale avrà, è stato calcolato, tra meno di vent’anni, una popolazione intorno ai 325 milioni di abitanti, laddove l’area dell’Europa mediterranea si arresterà a 200 milioni di abitanti , così come a fronte della nostra elevata età media si opporrà una popolazione di giovani. I dati e le considerazioni che si sono più sopra svolte muovono dal dibattito sorto sotto la spinta della costituzione dell’Unione per il Mediterraneo; dibattito che vede ad oggi l’affermarsi di analisi, ricostruzioni, rilevazioni politiche, economiche, sociali, religiose: opzioni tutte di sicura ed anche fondamentale rilevanza per valutare con serio realismo le possibilità di riuscita del grandioso progetto costruito intorno all’Unione per il Mediterraneo e che tuttavia rischiano di trascurare una delle chiavi di lettura sempre più centrali per misurare la fattibilità e gli effetti - in termini di rischio e opportunità - del processo appena descritto. Il tema è quello del diritto, dunque di principi e regole degli ordinamenti statali coinvolti, delle libertà e delle tutele degli individui, della condizione delle donne, della concorrenza e dell’accesso al mercato per le imprese, della trasparenza ed efficienza delle amministrazioni pubbliche, dei diritti di associazione, del funzionamento e delle garanzie del sistema giudiziario. Si badi: qui non si allude ai fenomeni del fondamentalismo fanatico e della violenza terroristica, fenomeni gravissimi e che certo condizionano - anzi, impediscono, talvolta - ogni analisi lucida sulle prospettive di relazione con quei Paesi. E tuttavia non può non sottolinearsi che contro questi fenomeni così gravi si deve cogliere l’affermarsi di ceti medi, intellettualmente e socialmente sensibili ed interessati ad un rapporto positivo con i Paesi europei, dove si assiste all’incremento costante di giovani marocchini, tunisini, algerini, libici, ecc. nelle sedi universitarie, nei corsi di dottorato, nei master, ecc., aperti ai nostri valori e rispettosi dei principi fondamentali che hanno da sempre caratterizzato l’Europa occidentale e cristiana. E così, sul tema delle libertà e dei diritti pubblici, saranno, lungo un percorso più rapido di quanto si immagini, la stessa formazione di una società civile e di un ceto intellettuale ( nei saperi scientifici, letterari, ecc.) così come la forza e la velocità della circolazione della ricchezza imposta dal fenomeno della globalizzazione a dettare i tempi e le forme dell’organizzazione delle Istituzioni economiche e politiche, le strutture del mercato, i meccanismi di funzionamento delle amministrazioni pubbliche, il tema del lavoro, le tutele dei lavoratori, la condizione delle donne. Ma a questo punto si impone un’avvertenza. Si è detto - ed è in buona parte così - che il libero commercio finisce per sostituire lo spostamento delle persone, sicchè se si garantisce che le merci possano circolare senza vincoli particolari, varrà questa condizione più che il grado di libertà dei soggetti a consentire il funzionamento dell’economia globale, rimanendo questa sostanzialmente indifferente al tema dei principi degli ordinamenti giuridici. Insomma, l’economia globalizzata potrebbe fare a meno, di fatto, dell’evoluzione dei diritti pubblici e delle Istituzioni politiche. Ma questa conclusione non coglie la verità dei fenomeni, soprattutto dove trascura di considerare che la libertà dei soggetti non si realizza o manifesta solo nel momento pubblico degli individui (la libertà di voto, la scelta del governo, ecc.,) ma anche nella loro dimensione privata, come persone , soggetti produttori o consumatori del mercato, produttori e consumatori di merci, utilizzatori di quei beni e dunque garantiti nel caso di lesione della loro salute, nello status professionale e, naturalmente, nei diritti individuali (la privacy, la reputazione, ecc.). Insomma, soprattutto nell’era della globalizzazione diritti e libertà pubbliche sono intimamente connesse con il tema dei diritti e delle libertà private, gli uni e gli altri reciprocamente fondativi degli ordinamenti democratici. E così , proprio perché i temi dell’economia e della ricchezza, del funzionamento del mercato e della sua regolazione, diventano fattori di promozione dell’evoluzione politica delle libertà e delle Istituzioni politiche, non si può non cogliere in seno al processo che ha portato alla costituzione dell’Unione per il Mediterraneo l’opportunità di disciplinare i meccanismi dei contratti e delle regole dello scambio, dell’autonomia negoziale di individui ed imprese, la condizione delle persone, le tutele giudiziali ed extragiudiziali nei casi di patologia dello scambio economico e delle relazioni tra gli individui. Si badi: la disciplina di questi fenomeni , oggi, è sempre più affidata al diritto extrastatuale, a regole sorte senza e fuori dalle leggi statali, discipline sorte nel diritto degli arbitrati internazionali, riconducibili alla nuova lex mercatoria , ad un diritto consuetudinario che vive ed opera al di fuori delle tradizionali fonti statuali ed ordinamentali del diritto. Valga la seguente esperienza personale. Nel settembre 2007, a Roma, sono stato invitato a svolgere una relazione al Med-Mid Forum, 1° Convegno dell’Associazione Avvocati dei Paesi del Mediterraneo e del Medio Oriente, organizzato dall’European Court of Arbitration, e promosso sul tema della disciplina negoziale degli scambi e della costruzione della figura contrattuale, dei suoi elementi, della sua patologia nell’esperienza delle relazioni economico-giuridiche tra i Paesi dell’Europa mediterranea e del Maghreb e del Medio oriente, con la prospettiva della costruzione di una comune definizione del diritto delle obbligazioni contrattuali e della disciplina dei fenomeni negoziali e delle tutele nel mercato mediterraneo. Ebbene, in tutte le oltre cento relazioni svolte nessuno dei relatori (francesi, spagnoli, tunisini, marocchini, libici, turchi, algerini, ecc.) ha, mai una volta, citato una qualche disciplina o norma di diritto civile e commerciale europeo dettata da direttive o altre fonti statuali europee, da fonti legislative della Comunità europea o dai codici civili dell’Europa continentale e mediterranea. Il riferimento esclusivo di ogni relatore è stato quello della lex mercatoria -ossia delle prassi e dei modelli contrattuali inventati dalle imprese nelle loro relazioni sul mercato - o del diritto affermatosi nei lodi degli arbitrati internazionali, dei Principi Unidroit - fonte di cognizione dei principi propri della lex mercatoria - fenomeni, gli uni e gli altri sorti fuori dalla produzione statuale del diritto. Questo significa che nelle odierne relazioni economiche con i Paesi della sponda sud del Mediterraneo e del medio oriente il diritto che governa un tale imponente fenomeno economico è solo quello delle prassi commerciali, creato dagli operatori del mercato , al di fuori della cultura giuridica e politica (in senso lato) degli ordinamenti coinvolti, con il rischio, davvero serio ed urgente, che l’evoluzione delle relazioni sociali, culturali, politiche rimanga sullo sfondo, a margine dei processi della globalizzazione e con buona pace dell’affermarsi di principi e valori di una nuova civiltà del mediterraneo e, attraverso essa ,del mondo intero. Qui occorre davvero che l’Unione del Mediterraneo proceda alla definizione di un diritto dei contratti e delle obbligazioni comuni, di un codice delle regole delle attività negoziali e delle tutele per i cittadini-consumatori e imprese, di una disciplina del mercato e della concorrenza, dell’ambiente, della salute, ecc. L’evoluzione del grado di serietà dell’Unione per il Mediterraneo, le prospettive di una area geopolitica cruciale per lo sviluppo ed i processi di pace nel mondo, per i fenomeni sociali di grande impatto sulla storia civile degli ordinamenti contemporanei (si pensi ai fenomeni migratori), si misura proprio sul terreno del diritto, e proprio nel momento in cui una cattiva concezione della globalizzazione rischia di garantire le merci e non gli individui, la produzione e la circolazione delle prime e non le idee, i principi, le libertà dei secondi.