Malgrado Camp David, la pace in Medio Oriente non è, lo sappiamo tutti, che un’umile fiammella: appena appena le grandi mani dell’ America potranno ripararla dai venti che la minacciano. La pace non è, a dire il vero, che una speranza contro ogni speranza, secondo le parole di San Paolo che La Pira amava citare: può finire sepolta nelle sabbie del Sinai, scaraventata nei dirupi del Golan, e fuor di metafora, troncata da qualche pallottola destinata a un uomo. Coloro che sanno tutto sul Medio Oriente numerano ragionatamente gli ostacoli e i trabocchetti, che sono più dei datteri di una palma.
Eppure la gente comune sente che c’è una grossa probabilità che gli esperti abbiano torto, che i realisti alla Kissinger si sbaglino, e che le pallottole dei dittatori e dei cospiratori non colgano il segno anche se - dio guardi - colpiscono qualcuno. Che cosa ispira questa fede innocente? Forse l’aver visto, sui giornali o alla televisione, i volti dei tredici giorni di battaglia a Camp David.
Tutti e tre avevano i tratti segnati, più che dalla stanchezza, dalla lotta interiore che avevano dovuto combattere: Carter contro il dubbio che talvolta doveva roderlo se egli avesse agito per il meglio mettendo sulla bilancia della pace o della guerra tutto il proprio prestigio e il nome stesso dell’America; Sadat, accusato e vilipeso da buona parte del mondo arabo, abbandonato perfino da taluno dei suoi, visitato dallo spettro della domanda se egli non osasse troppo o troppo presto;
Begin, pure avendo la parte più facile perché chi ha il possesso ha vinto metà della causa, nel suo interiore dibattito fra l’ossequio al LIBRO dei NUMERI che segna i confini d’ ISRAELE e il timore che presto o tardi ISRAELE sia sommerso da un raz de marèe arabo .
Grazie a quale forza interna questi tre uomini, mortali e fallibili come tutti noi, hanno saputo superare assilli e terrori? Guardandoli seduti così vicino l’uno all’altro a quel corto tavolo della CASA BIANCA, viene subito fatto di notare che ciascuno di essi appartiene a uno dei tre “popoli del LIBRO”, cioè a una della tre religioni che adorano un Dio unico e nessun altro Dio al cospetto di lui. Ma se invece di soffermarsi a questa somiglianza, dovuta all’esser nati rispettivamente cristiano, musulmano, e israelita e quindi a un fattore occasionale, si rivà alla loro storia personale , subito ci si accorge che c’è qualcosa di molto più profondo che sorregge tutti e tre in mezzo alla bufera. Si tratta di tre persone che credono in Dio.
Credere vuol dire rimettere la propria fiducia in Dio e ricevere di ritorno da lui la fiducia nella propria missione. Sadar, nato in una famiglia del delta che viveva al limite della sussistenza, racconta nel libro di memorie come la fede nel suo Dio, al quale si era rimesso nella lunga prigionia sotto Faruk, gli abbia dato un’incrollabile fiducia, quella che più tardi lo sosterrà sulla via di Gerusalemme e di Camp David.
Che cosa trasformò il figlio dei poveri ebrei di Vilno, ai confini polacchi con la Russia e la Litania, nel capo di una banda di terroristi antinglesi e trenta anni dopo nel capo del popolo israeliano se non la fede nel suo Dio geloso? Il battista Carter ha parlato per tutti e tre, quando iniziando la sua dichiarazione alla Casa Bianca ha detto: «La prima cosa di cui abbiamo convenuto a Camp David è stata di domandare alla gente di tutto il mondo di pregare per noi».
Non so quanti milioni abbiano pregato: l’ha fatto forse per tutti Papa Giovanni Paolo. Né sicuramente era facile ai tre reclusi di Camp David respirare il profumo d’incenso che si dice abbiano le preci che salgono al trono dell’Altissimo. Ma neanche era necessario, perché i tre sentivano la propria preghiera riempire l’animo di ciascuno di loro, e dare a essi la forza di compiere quello che noi di religione laica chiamiamo il dovere. Perché è vero quanto Machiavelli scrisse, e cioè che con i paternostri non si mantengono le repubblica;ma ci sono paternostri e paternostri, e quelli italiani sono raramente delle preghiere. Quasi tutti noi guardiamo con elegante distacco e benevola commiserazione a coloro che credono che i miracoli possono talvolta avvenire, e la fama di Carter ne ha sofferto molto in Italia e in Europa.
E invece proprio qui si può identificare, a mio parere, la ragione del declino dell’Europa occidentale, nella quale non vi è più nessuno, o quasi nessuno, che creda, con tutto il suo essere e fino all’effusione del proprio sangue, in Dio, o nella scienza, nel progresso, nella classe operaia, nel partito unico, nella patria, nell’Europa, o anche soltanto in se stesso. La lezione di Camp David dovrebbe farci riflettere.