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Libano, il laboratorio di una convivenza all’avanguardia

Le elezioni politiche, il ruolo di Hezbollah e i doveri della Comunità Internazionale

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di Massimo D’Alema



Massimo D’Alema
Giornalista professionista. È deputato in carica e presidente della Fondazione di cultura politica Italianieuropei. 
È stato Presidente del Consiglio dei Ministri e Ministro degli Esteri

Un importante ciclo politico ed elettorale segna, nel corso del 2009, quell’area cruciale del mondo nota come “Medio Oriente allargato”. Sono elezioni che non riguardano solo l’assetto politico interno. I loro risultati sono destinati ad avere effetti significativi sugli equilibri regionali e sulle crisi drammatiche che costellano il tormentato spazio geopolitico che si estende dal Sahara all’Hindukush. Il che significa sugli equilibri mondiali e sulla nostra stessa sicurezza. Dopo le elezioni provinciali in Iraq e le elezioni politiche in Israele, nelle prossime settimane e mesi si rinnoverà il Parlamento in Libano e vi saranno elezioni presidenziali in Iran e in Afghanistan. 

In questo quadro, la vicenda del Libano acquista un valore paradigmatico in quanto rende evidenti le implicazioni internazionali del processo politico interno a quel Paese. 

Il Libano è anche un paese particolarmente vicino all’Italia. Non solo per i legami storici, culturali e religiosi, ma per l’iniziativa che l’Italia assunse nell’estate del 2006 per porre fine al conflitto israelo-libanese e avviare un processo di stabilizzazione che coinvolgesse l’Unione Europea e le Nazioni Unite. Da quel momento - con il comando della missione Unifil II e il dispiegamento del più consistente contingente italiano operante in una missione internazionale - il nostro Paese ha assunto una particolare responsabilità per la sicurezza e per il futuro della democrazia libanese. La missione Unifil II è considerata oggi, per riconoscimento pressoché unanime, una delle più riuscite operazioni di peace-keeping delle Nazioni Unite e certamente essa ha contribuito ad influenzare positivamente il processo politico libanese, nel senso di incoraggiare la stabilità e prevenire - sin qui - rischi di esasperazioni dei conflitti interni.

Il Paese ha risolto, nel maggio del 2008, una grave situazione di stallo istituzionale con l’elezione alla massima carica dello Stato di Michel Sleiman, un uomo delle istituzioni (già a capo dell’esercito libanese) che ha ottenuto il consenso delle principali componenti della peculiare “democrazia consociativa” di stampo confessionale che garantisce l’equilibrio fra cristiano-maroniti, drusi, sunniti e sciiti nella composita società libanese. L’accordo raggiunto è anche il frutto delle pressioni della diplomazia araba, in particolare, del Segretario generale della Lega Araba Amr Moussa e dell’emiro del Qatar, il quale ha favorito il raggiungimento a Doha di un’intesa organica e articolata, che tra l’altro prevedeva la formazione di un governo di unità nazionale - poi costituitosi - e l’avvio di un dialogo per la riconciliazione tra le diverse componenti del Paese. 

Sono fortemente convinto che questo esito sia stato favorito, come ho sottolineato, dal ruolo stabilizzatore svolto dalla missione Unifil II, in un’area, a sud del fiume Litani, in cui vi è una forte presenza delle comunità sciite e del movimento Hezbollah. Un’area che è stata a due riprese oggetto di vaste campagne militari israeliane nel 1982 e nel 2006. Si deve certamente anche alla presenza di Unifil II nel Libano meridionale e alla intelligente ed efficace gestione della missione se la recente drammatica crisi di Gaza non ha portato all’apertura di un secondo fronte, con il rischio di un devastante conflitto regionale su vasta scala. Oltre a rivelarsi sin dall’inizio e a rafforzarsi progressivamente sotto il profilo del peace-keeping, Unifil II ha svolto, inoltre, un’altra missione estremamente delicata, divenendo in qualche misura essa stessa un “fattore consensuale” nel panorama politico libanese. Non è un caso - ritengo - che proprio il generale Sleiman, che ha strettamente collaborato con Unifil II, coordinando con la missione internazionale le azioni e le iniziative dell’esercito libanese, e che ha saputo prontamente rispondere, nell’estate del 2007, al tentativo dei fondamentalisti di Fatah Al Islam di assumere il controllo del campo di rifugiati palestinesi di Nahr Al-Bared, sia emerso come l’uomo capace, anche per il suo prestigio internazionale, di sbloccare una situazione che rischiava di far precipitare il Paese nuovamente in una contrapposizione frontale interna. A questo esito ha certamente concorso anche l’azione diplomatica internazionale, in particolare quella svolta dalla Francia, che ha raccolto il testimone dal nostro Paese a partire dalla primavera del 2007.

Non bisogna tuttavia sottovalutare i persistenti elementi di potenziale destabilizzazione rispetto alla situazione di frozen instability che si è raggiunta nel 2006 lungo la frontiera con Israele e nel 2008 sul piano interno. Per questo le elezioni politiche saranno un test cruciale. La democrazia libanese può progredire - questa è la mia convinzione - verso un graduale consolidamento. È anche compito della comunità internazionale fare in modo che la prospettiva contraria, quella della disgregazione e del precipitare verso un nuovo conflitto civile e religioso risulti impensabile e impraticabile.

La nuova legge elettorale approvata dal Parlamento libanese nel settembre scorso, come parte di un processo di concordia nazionale sostituisce quella in vigore dal 1960 e affronta il nodo complesso e delicato della revisione delle circoscrizioni elettorali. Nel caso del Libano, democrazia e demografia non coincidono. Del resto, gli equilibri della democrazia “confessionalista”, frutto di un’intesa che risale al Patto nazionale del 1943 e all’accordo di Taif del 1989, rimangono tuttora validi, anche se oggetto di accesa discussione pubblica. I due temi di fondo, quello della reale capacità rappresentativa dei meccanismi elettorali e quello delle garanzie volte ad assicurare l’equilibrio tra diverse componenti, senza prevaricazioni nei confronti di alcuna delle comunità religiose presenti nel Paese, continueranno a costituire il nucleo del confronto politico in Libano. È evidente che tale equilibrio non può essere forzato dalla adozione del criterio meccanico “one man, one vote” e che deve continuare a sussistere un complesso sistema di garanzie in grado di tenere insieme il Paese e il sistema politico Credo, tuttavia, che vi sia piena consapevolezza, tra le diverse forze politiche e religiose del Libano, della necessità di salvaguardare stabilità e concordia nazionale. Il rischio vero è che tale problematica divenga tema di un complesso gioco di influenze esterne. Le due coalizioni che tuttora si confrontano in Libano (il “Campo del 14 marzo”, filooccidentale, ed il “Campo dell’8 marzo”, filo siriano) sono evidentemente entrambi raggruppamenti politici forti di collegamenti internazionali che finiscono per condizionarne le scelte. 

In questo quadro, un caso particolare è rappresentato dal movimento Hezbollah, per il carattere composito di questa realtà al tempo stesso religiosa, politica e militare. Nessuno può negare il collegamento stretto di Hezbollah con Damasco e con Teheran. Tuttavia, nello stesso tempo, tale movimento ha anche un forte radicamento e un largo consenso nella società libanese, di cui rappresenta largamente la numerosa comunità sciita. Una delle questioni più importanti appare dunque proprio il processo di nazionalizzazione di Hezbollah, cioè il suo divenire a pieno titolo una forza politica espressione degli interessi nazionali libanesi. La smilitarizzazione di Hezbollah, nel senso della deposizione delle armi e/o, più ragionevolmente, di un riassorbimento delle milizie nelle forze armate libanesi regolari, non può che essere un processo affidato alla responsabilità dei libanesi, poiché esso presuppone la riconciliazione, il consolidamento dei tratti propriamente nazionali della democrazia libanese, il pieno controllo del territorio da parte delle istituzioni pubbliche del Paese. D’altro canto, la questione delle milizie non riguarda solo Hezbollah, poiché, per ragioni storiche, sono vari i raggruppamenti politici libanesi che dispongono di milizie armate. 

Lo scenario complessivo del Libano è, dunque, quello di un Paese dove si è aperto, faticosamente, un processo positivo, ancorchè carico di incognite e bisognoso di un sostegno internazionale per vincere le sfide della stabilizzazione e del rafforzamento democratico. Ma pure con tutte queste difficolta’, il Libano rappresenta un esempio di grande valore in una regione nella quale la radicalizzazione politica e la violenza rischiano di essere alimentate dal fondamentalismo religioso. L’esistenza di un Paese nel quale convivono diverse comunità religiose, diverse culture, diverse etnie costituisce una straordinaria prova. Il Libano è, dunque, un laboratorio politico ed istituzionale dove si sperimentano le difficili condizioni di una “democrazia di minoranze”. Il presupposto affinchè questo delicato equilibrio sopravviva e si consolidi sta appunto nel rispetto reciproco, nelle garanzie per ciascuno e nello spirito di collaborazione e di concordia nazionale. Tra derive islamiste e regimi arabi di stampo postnasseriano e postbaathista, alla frontiera dello stato ebraico, il Libano è tuttora - malgrado le tragedie passate di scontri fratricidi - un’esperienza originale, nella quale laicità delle istituzioni e riconoscimento delle componenti religiose si intersecano in un precario equilibrio, che tuttavia è l’unico possibile e soprattutto l’unico che ha dimostrato di essere, nel Paese dei cedri, una realistica alternativa alla guerra civile.

Per queste ragioni, sono convinto che noi europei dobbiamo sentire il Libano - il quale, oltretutto, è l’unico Paese del Medio Oriente dove un’importante minoranza cristiana esercita un ruolo essenziale nella vita pubblica e istituzionale - come un Paese vicino, che ha bisogno della nostra simpatia, del nostro aiuto e del nostro sostegno.