Alle radici del Cristianesimo, incontro “ai fratelli maggiori”
Da Giovanni Paolo II a Benedetto XVI, il filo del dialogo è più solido delle incomprensioni
di Andrea Riccardi
Andrea Riccardi
Fondatore e Presidente della Comunità Sant’Egidio. È docente di Storia del Cristianesimo all’Università Roma 3.
Il dialogo interreligioso ha avuto con Giovanni Paolo II un’accelerazione forte e creativa, nel solco delle decisioni conciliari, particolarmente della dichiarazione Nostra Aetate. In questo ha giocato anche la sensibilità personale di Wojtyla, che aveva antiche amicizie personali con ebrei ed era stato testimone della Shoah. Negli anni precedenti l’occupazione tedesca della Polonia, Wojtyla aveva vissuto la coabitazione ebraico-polacca. La persecuzione nazista aveva mandato violentemente in frantumi quel mondo ed aveva lasciato in lui impressioni incancellabili. La sua storia e la memoria personale della Shoah lo spingevano ad un’attenzione particolare verso l’ebraismo. Più in generale, Giovanni Paolo II è stato l’artefice di una grande apertura, molto creativa, verso le altre religioni. Vi sono, accanto ai discorsi e ai documenti, alcune immagini del suo pontificato rivelatrici dell’importanza che il papa polacco attribuiva al dialogo interreligioso: l’incontro con i giovani musulmani a Casablanca nel 1985, la visita alla sinagoga di Roma il 13 aprile 1986 e l’abbraccio con il rabbino Elio Toaff, la preghiera con i rappresentanti di tutte le grandi religioni mondiali ad Assisi, il 27 ottobre 1986, il viaggio in Terra Santa nel marzo 2000, la visita alla moschea di Damasco il 6 maggio 2001. Tra questi diversi avvenimenti va sottolineato l’incontro di Assisi nel 1986, nel clima della guerra fredda, quando il papa convocò i leader delle religioni mondiali a pregare “gli uni accanto agli altri” per la pace. Era un evento inedito, destinato a divenire forse “l’ icona” religiosa più popolare del Novecento. Il viaggio in Terra Santa, voluto dal papa al centro del Grande Giubileo del 2000, ha avuto un doppio significato: è stato un pellegrinaggio ai luoghi delle origini del cristianesimo e una visita alle comunità cristiane che lì vivono, ma al tempo stesso ha portato un messaggio di vicinanza al cuore d’Israele, senza contraddire la tradizionale attenzione del Vaticano alla causa palestinese. Papa Wojtyla era già malato, ma considerava quel viaggio, da tanto desiderato, come un momento alto del suo pontificato. André Chouraqui, che era a Gerusalemme in quei giorni, ha scritto da testimone: «La sua mano tremava d’emozione quando posò la sua lettera tra le pietre del muro occidentale, la sua emozione era al culmine durante la visita a Yad Vashem, dove onorò con la sua presenza e la sua preghiera la memoria dei sei milioni di ebrei vittime del nazismo. Papa Giovanni Paolo II è senza dubbio il più grande artefice della riconciliazione tra la cristianità e Israele»1. A Yad Vashem il papa ha ricordato l’orrore della Shoah e ha salutato un’ebrea polacca in lacrime: era bambina quando, nel 1945, Wojtyla la soccorse all’uscita del lager2. Dopo aver ricordato che «l’antisemitismo è un grande peccato contro l’umanità», lasciò una preghiera in una fessura tra le pietre del Muro del Pianto: «Siamo profondamente addolorati per il comportamento di quelli che nel corso della storia hanno causato sofferenze a questi tuoi figli, e nel chiedere il tuo perdono, desideriamo impegnarci ad una sincera fratellanza con il popolo del Patto». Il «popolo del patto», per Wojtyla, non ha perso la primogenitura: gli ebrei restano i «fratelli maggiori», come egli stesso li definì durante la sua visita alla sinagoga di Roma. Dopo il viaggio del papa in Terra Santa sono stato in Israele e ho potuto constatare il grande impatto della sua personalità sugli israeliani e sull’opinione pubblica: Giovanni Paolo II era divenuto l’immagine del cristianesimo, di un cristianesimo amico. Il suo pellegrinaggio in Terra Santa è stato anche un capolavoro di diplomazia, perché il papa ha parlato a tutti, conoscendo la storia e la sensibilità dei suoi diversi interlocutori senza farsi schiacciare su una posizione o sull’altra: ha portato un messaggio di amicizia agli ebrei - tra l’altro, era stato lui a volere il riconoscimento dello Stato d’Israele da parte del Vaticano, nel 1993 - ha visitato i cristiani (decidendo, al suo ritorno a Roma, di nominare un vescovo per i cattolici di origine ebraica in Israele, mons. Jean-Baptiste Gourion, di ascendenza ebraica), non ha trascurato i palestinesi. Del resto, come potei constatare in un colloquio con Giovanni Paolo II, alla fine di agosto, dopo il viaggio, il papa era rimasto molto toccato, dalla visita dei Luoghi Santi, dagli incontri. Mi disse, con un senso profondo dell’evento: “Lì, è successo qualcosa!”. La sua attenzione ai «mondi altri», alle religioni e a popoli diversi, si è concretizzata in un dialogo aperto e schietto, volto a trovare vie di riconciliazione e di pace nelle situazioni di conflitto. In un certo senso, il dialogo ha assunto con Wojtyla una valenza geopolitica, perché il papa polacco credeva nel ruolo storico delle religioni, che possono operare insieme per la pace e per la riconciliazione tra i popoli3. Egli ha invitato tutti i credenti ad essere uniti sui grandi temi globali, nella preghiera e attraverso un’azione comune di ripudio della violenza e di pacificazione. In tal senso il dialogo interreligioso non è oggi accessorio per la Chiesa, ma è un aspetto fondamentale della sua missione riconciliatrice. La decisione di Benedetto XVI di recarsi in Terra Santa nel maggio di quest’anno indica la volontà di proseguire sulla strada del dialogo con gli ebrei, intento già espresso solennemente dal papa durante la sua visita alla sinagoga di Colonia nell’agosto 2005. Certo non mancano le incomprensioni e le battute d’arresto in un percorso delicato. Nonostante ciò, la via del dialogo interreligioso e dell’azione pacificatrice è prioritaria per la Chiesa. Come ha recentemente affermato il rabbino capo di Roma, Riccardo Di Segni, «il dialogo ebraico-cristiano è un processo difficile e necessario, che deve andare avanti malgrado le difficoltà». Questo processo ha bisogno di incontri, di chiarificazioni e approfondimenti, ma anche di gesti. Quale gesto più significativo della visita del papa in Terra santa, dove le radici ebraiche e quelle cristiane si intrecciano e allo stesso tempo divergono?