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BENEDETTO XVI IN ISRAELE

Incontro utile se saprà arginare i fondamentalismi

Per Ebraismo e Cristianesimo è giunto il momento
di fare i conti con gli estremisti al loro interno

spazio

di Amos Luzzato



Amos Luzzatto
Chirurgo, libero docente
e Primario. È autore di numerose pubblicazioni sull’ebraismo. 
È stato Presidente dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane.

Non è facile dire se il compito che spetta al secondo Pontefice che va in visita ufficiale in Israele sia più semplice o più difficile di quello del suo predecessore. Da un certo punto di vista è più facile: non si tratta più dell’accettazione della legittimità storica di uno Stato ebraico dopo due millenni di un esilio, giudicato generalmente dal mondo cattolico come conseguenza del mancato riconoscimento di Gesù Salvatore. Questo passo è già stato compiuto e non è immaginabile un ripensamento. Dunque, bisogna andare avanti: la prevista visita non potrà essere una copia della prima, ma dovrà avere un’agenda innovativa e conseguente. Si pone immediatamente la domanda: chi sono e che cosa rappresentano in questo momento le parti che, domani, si incontreranno di nuovo? Sono due parti che condividono una caratteristica molto singolare. Entrambe hanno una struttura statuale, piccola per estensione ma legittimata internazionalmente. E questo significa che oltre agli aspetti materiali della statualità, come quello di battere moneta e di possedere trasmissioni ufficiali proprie sull’etere, gli uni e gli altri sono presenti nelle relazioni diplomatiche, nelle regole che presiedono ai rapporti fra Stati diversi. Queste regole devono essere tali da garantirsi l’autonomia da interferenze degli altri nelle proprie decisioni politiche e nel contempo da garantire, per quanto li riguarda, dal fare altrettanto nei confronti di altre autorità statuali. E d’altra parte, l’una e l’altra si ritengono, a ragione, investite almeno moralmente di una aspettativa da parte di masse di persone che non insistono sul loro territorio ma che sono ad esse collegate da una tradizione, da una fede, da una precisa speranza che si rifà alle rispettive origini storiche che alla lunga sono origini comuni a entrambe. Sono verosimilmente proprio queste origini comuni quelle che pongono i principali problemi. Per quanto conti la volontà, che oggi riteniamo essere prevalente, di rafforzare e sviluppare il dialogo fra Cristianesimo ed Ebraismo, sarebbe assurdo scordare che la nascita del primo è conseguenza di uno scisma nel secondo. Mentre non ci illudiamo che l’impatto originario di uno scisma possa essere superato come per miracolo da dichiarazioni di intenti e da disponibilità a incontrarsi con spirito e intenzioni di amicizia, riteniamo che sia necessario, mentre si accetta e si apprezza la simbologia di un gesto, sviluppare anche una analisi razionale. Lo scisma, consistente in atti di fede non condivisi, in strutturazioni comunitarie distinte, in attese escatologiche differenti, prevedeva anche uno spostamento del centro di gravità dalla sua sede originaria di Gerusalemme, dove pure aveva avuto luogo la Passione, a Roma, dove col tempo avrebbe occupato lo stesso spazio politico dell’Impero, di quello stesso Impero che aveva distrutto assieme al Santuario le ultime vestigia di autonomia statuale ebraica. Era inevitabile che la divisione si facesse anche politica, acquisendo i caratteri di un prolungatissimo confronto fra una maggioranza e una minoranza, con tutte le conseguenze psicologiche, giuridiche, culturali e amministrative che non si cancellano in poche generazioni. Il dialogo è certamente benvenuto, ma non è di per se uno strumento per cancellare lo scisma. Può essere tuttavia, se adoperato correttamente, uno strumento che estendendo la conoscenza reciproca permetta di individuare addirittura alcuni obiettivi comuni per i quali lavorare al presente e soprattutto in futuro. La conoscenza reciproca fa trasparire divaricazioni sempre maggiori, non solo nelle forme ma anche nella stessa formazione delle rispettive dottrine. Mentre il mondo cristiano, almeno fino alla Riforma, mostrava una tendenza a potenziare il dogma, quello ebraico insisteva, almeno dai tempi talmudici in poi, sul valore del dibattito; e questo comportava una valorizzazione degli studiosi. Era questa una categoria non esclusiva, non era una casta chiusa, ma al contrario il suo allargamento è sempre stato accolto come una benedizione. Se una gloria del Medioevo cristiano sono stati i Monasteri, dove si studiava, si scriveva al riparo dalle insidie e dalla violenza del mondo esterno, nel mondo ebraico si facevano queste attività nelle Comunità e nelle Sinagoghe.  Quegli “scribi” che condividevano con i “farisei” il disprezzo e la condanna del mondo cristiano, non erano gente di potere, neppure persone protette da muri di cinta, ma persone per lo più povere che faticavano per conservare i documenti di una tradizione che manteneva in vita un intero popolo. Credo personalmente che conoscere meglio gli ebrei nei secoli significhi in particolar modo cercare di capire il fenomeno dei poseqim, dei “decisori”: si trattava di studiosi molto dotti e acuti che avevano acquistato un prestigio nel mondo ebraico per queste loro doti e solo per queste. Al passaggio fra primo e secondo millennio, alcune decisioni in materia di diritto familiare di uno di questi, Gershom di Magonza, detto “luminare della Diaspora”, furono accettate come vincolanti per le Comunità ebraiche d’Europa. C’è una estesa letteratura di “Responsa” di questi saggi che in qualche modo rappresentano i problemi concreti e la vita delle Comunità europee. “Conoscere” gli ebrei meglio, al di là dei miti e delle deformazioni letterarie, vuol dire anche conoscere questa ricca realtà culturale.   Ma tutto questo appartiene al Medio Evo e ai suoi epigoni. Nei tempi moderni tanto il Cristianesimo quanto l’Ebraismo hanno dovuto confrontarsi con l’Illuminismo e con la rivoluzione che ne è derivata per il pensiero, la scienza, la vita sociale. A suo tempo, fui meravigliato di leggere nell’opera di un amico degli ebrei la frase secondo la quale, nell’Occidente del XIX secolo “la secolarizzazione e l’assimilazione prevalevano”. Questo giudizio partiva dal presupposto che una comunità “religiosa” come quella ebraica fosse colpita dall’esodo dei non-credenti che si “assimilavano” alla società laica che li inglobava de-ebraizzandoli. Ma le cose non stavano così, perchè molto raramente la società li inglobava; perché gli ebrei sono sempre stati composti da un intreccio di elementi di fede e di secolarità di tipo nazionale (lingua, costumi, memoria condivisa) e le nazioni moderne, fattesi Stati, il più delle volte li respingevano. Fu così che dalla “secolarizzazione” nel mondo ebraico nacque il Sionismo, non solamente l’assimilazione. A questo punto, quella che abbiamo definito “l’aspettativa di masse che non insistono sul territorio statuale” specifico del mondo cattolico e di quello ebraico si diversificano profondamente. In Israele, dove il Papa progetta di recarsi, vige da più di mezzo secolo la “Legge del ritorno” che, come tutte le leggi di tutti gli Stati, probabilmente dovrà essere riveduta. Ma cerchiamo di capire: il concetto che la informa è che, per quegli ebrei che non riescono a sviluppare nelle terre di residenza le loro peculiari caratteristiche nazionali e che intendono conservarle, sarà sempre possibile essere accettati in Israele dove una nazionalità ebraica, con i meriti e con i difetti che a questo termine si associano ovunque nel mondo, è ormai una realtà stabilizzata.  Per la Chiesa questo problema non si pone affatto. “Conoscersi” meglio per poter collaborare significa anche questo.   Collaborare, appunto.  Con quali obiettivi? Se è vero che il mondo “globalizzato” sta creando le premesse per il proprio annichilimento, credo che al mondo cristiano come a quello ebraico, proprio in quanto a loro guardano pur sempre con speranza genti disperse su tutto il pianeta, spetti di operare perché questa catastrofe sia scongiurata.  Che cosa alimenta questo pericolo? Certamente lo alimenta una economia selvaggia, che privilegia la soddisfazione del profitto alla soddisfazione dei bisogni elementari della grande maggioranza delle donne e degli uomini della Terra; certamente lo alimenta il traffico della droga e quello delle armi, oltre alla produzione  di armi sempre più potenti e sofisticate; certamente lo alimenta una diffusa insofferenza nei confronti del diverso da sé. E questo è un problema attuale per i Governi e per gli organismi internazionali. Sta però crescendo, in tutto il mondo, un fenomeno che ha a che fare con il dialogo fra ebrei e cristiani, con lo stesso viaggio programmato di Benedetto XVI. Si chiama generalmente fondamentalismo. Attenzione, però, a non identificarlo con l’Islam. Questo non significa che non ci sia un fondamentalismo islamico; certo che esiste e che si sta espandendo. Ma non è certamente l’unico. Ci sono fondamentalisti cristiani. Ci sono fondamentalisti ebrei. Come dice la stessa parola, è fondamentalismo il convincimento di essere in possesso della verità globale e definitiva, salvifica in un mondo a venire, alla fine dei tempi o in un Universo ultraterrestre, fondata su una Rivelazione divina elargita attraverso un testo scritto a coloro che, ispirati, hanno dato vita a determinate comunità di Fede. Tutti gli altri sarebbero condannati da Dio. Su questa base, anche la violenza contro la persona, contro la libertà dell’esplicazione della sua volontà (anche se non lesiva della volontà degli altri), contro la stessa libertà di essere diversi gli uni dagli altri, può trasformarsi in un atto meritorio agli occhi di un estremista.   Credo personalmente che la corretta risposta all’intolleranza sia che per una persona che crede in Dio e che crede nell’unità della specie umana che discende dallo stesso unico padre, il fondamentalismo rappresenta oggi un pericolo esistenziale. In mancanza di questo, il viaggio finirebbe con l’essere un ennesimo viaggio diplomatico, anche se di tutto rispetto, che si limiterebbe a esortare i violenti ad abbandonare i fieri propositi; che è una esortazione giusta ma impotente. Si rischierebbe di assistere alla riproposizione del vecchio e blasfemo Gott mit uns, mentre nel contempo si affilano le armi. Noi speriamo invece di poter assistere a una vera e propria dichiarazione di principi, concordata e impegnativa per le parti che si incontrano: condanna delle chiusure reciproche e di tutti gli estremismi in nome delle rispettive fedi, da cui deriva necessariamente un atteggiamento almeno umano, ma possibilmente solidale e collaborativo fra quelle popolazioni che oggi una vertenza politica conduce lungo il percorso di un odio senza fine. Ecco dunque l’obiettivo che stavamo cercando di definire. La soluzione non sarà raggiunta, certamente, con il viaggio programmato dal Pontefice, ma potrebbe essere annunciata.