Eskaton e realismo politico: gli strumenti del dialogo
da Paolo VI ai giorni nostri
Quarantacinque anni fa la creazione del Segretariato
per i non Cristiani
di Giovanni Cubeddu
Giovanni Cubeddu
Vicedirettore di 30 Giorni. Mensile internazionale diretto da Giulio Andreotti.
“O Cristo, nostro unico Mediatore, Tu ci sei necessario… o Fratello primogenito del genere umano, per ritrovare le ragioni vere della fraternità fra gli uomini, i fondamenti della giustizia, i tesori della carità, il bene sommo della pace”. È un brano della preghiera con cui l’Arcivescovo Giovanni Battista Montini chiude la sua prima lettera pastorale “Cristo è tutto per noi”, nella Quaresima del 1955. Nel loro lirismo e nella loro concretezza di contenuto (fraternità, giustizia, carità, pace…) già questi brevi cenni indicano quale fosse nell’animo del futuro papa Paolo VI la sostanza del cammino indilazionabile della Chiesa verso il mondo e quale l’unica sorgente possibile di tale abbraccio: la fede in Gesù, la cattolicità della Sua Chiesa. E il dialogo tra le religioni era naturalmente compreso in tale abbraccio. Per Montini arcivescovo “l’idea di Cristo” - che non è nostalgia platonica ma contemplatio Christi, è il Gesù vivo del “vieni e vedi”, è il medico, come dice sant’Ambrogio, in cui l’uomo malato ripone tutta la sua fiducia, e “se temi la morte, è vita” - “proietta raggi di luce anche al di là dell’ovile che Gli è intorno raccolto”. E tali raggi indicano anche il realismo, necessario alla Chiesa per riconoscere la libertà - non anti istituzionale ma pre-istituzionale… - del Signore nel toccare i cuori di chi Lui vuole e di farsi aiutare anche da “chi non Lo conosce”. La consacrazione del termine dialogo ad indicare un “nuovo atteggiamento verso le religioni non cristiane” avviene nell’enciclica del 1964 Ecclesiam Suam, ove troviamo la celebre distinzione dei “tre cerchi”, i campi ove la Chiesa svolge la sua missione (primo cerchio: tutto ciò che è umano, secondo i credenti in Dio, terzo i cristiani fratelli separati). Dello stesso anno (che è anche quello del viaggio del papa in Terra Santa) è l’istituzione del Secretariatus pro non Christianis, progenitore dell’attuale Pontificio consiglio per il dialogo interreligioso. Paolo VI decide di annunciarne la costituzione il giorno di Pentecoste. Lo fa di fronte alla platea dei giovani dei seminari romani, ai quali toto corde desidera offrire l’immagine di un dialogo come testimonianza di fede cattolica: “togliere alla Chiesa la sua qualifica di cattolica significa alterare il suo volto, quale il Signore volle ed amò…Figli carissimi, comprendete che cosa vuol dire essere cattolici? … Comprendete come nessuno meglio di voi può andare incontro alle aspirazioni universalistiche del mondo moderno, e nessuno meglio di voi può offrirgli l’esempio ed il segreto del sentimento dell’amore all’uomo perchè uomo? Perchè figlio di Dio?” Segue l’incitazione del papa a guardare ciò che la Chiesa opera, sapendo che “l’urgenza di rispondere a questo dovere di cattolicità soffia con impeto nelle vele della Chiesa”:… “Guardate” ripete il papa “l’apostolato del Clero e dei Laici… le Missioni… il Concilio ecumenico… la sollecitudine che spinge la Chiesa a venire a leale e rispettoso dialogo con tutte le anime… lo studio che la Chiesa pone per riavvicinarsi ai fratelli cristiani ancora da noi separati… lo sforzo che la Chiesa fa per accostare, anche con semplici contatti umani, gli appartenenti ad altre religioni…”. Solo al termine della sua omelia, certo ormai che le ragioni del dialogo fossero nuovamente penetrate negli animi dei presenti, il papa annuncia l’istituzione del Segretariato. Per chiudere così: “Nessun pellegrino, per lontano che sia, religiosamente e geograficamente, il Paese donde viene, sarà più del tutto forestiero in questa Roma, fedele ancor oggi al programma storico che la fede cattolica le conserva di «patria communis»”. E non ci poteva essere dubbio che Paolo VI, a chi più tardi reclamerà il criterio di reciprocità per poter autorizzare l’erezione della Moschea di Roma, rispondesse che la Chiesa non si abbassa a tanto. Il dibattito sulla revisione dell’atteggiamento della Chiesa a proposito del popolo ebraico, voluto da papa Roncalli e portato a termine da Paolo VI, aveva spinto papa Montini a desiderare una nuova espressione della Chiesa anche a proposito delle altre religioni, in particolare l’Islam. Nasce da qui la dichiarazione Nostra Aetate cui dal 1965 universalmente ci si riferisce come al testo cardine del dialogo religioso. La riproposizione della svolta della Nostra Aetate nella Lumen Gentium, costituzione conciliare dogmatica - e perciò squisitamente religiosa - ¬non doveva lasciar alcun dubbio che la Chiesa voleva assolutamente evitare strumentalizzazioni politiche riguardo alle vicende di Terra Santa. Così recita Nostra Aetate nel secondo paragrafo, dedicato alle credenze non cristiane: “La Chiesa cattolica nulla rigetta di quanto è vero e santo in queste religioni… Considera con sincero rispetto quei modi di agire e di vivere, quei precetti e quelle dottrine che, quantunque in molti punti differiscano da quanto essa stessa crede e propone, tuttavia non raramente riflettono un raggio di quella verità che illumina tutti gli uomini”. È dalla fede in Gesù, ripete Paolo VI, che sgorga il dialogo, con quella naturalezza e delicatezza che, nel tempo e magari anche nel silenzio, attrae l’interlocutore perché lo accoglie a partire dai suoi “valori” (che qui nulla hanno di idealistico. “L’idealismo trascorre il suo tempo a fondare la morale, la conoscenza e l’arte” direbbe Gilson, “come se quello che l’uomo deve fare non fosse già inscritto nella sua natura… fondare i valori: ecco l’assillo dell’idealista, per il realista una passione inutile”). La Chiesa cattolica, sostiene infatti Nostra Aetate, “esorta i suoi figli affinché, con prudenza e carità, per mezzo del dialogo e della collaborazione con i seguaci delle altre religioni, sempre rendendo testimonianza alla fede e alla vita cristiana, riconoscano, conservino e facciano progredire i valori spirituali, morali e socio-culturali che si trovano in essi”. Il dialogo contemporaneo con l’islam viene specificamente rifondato in un apposito, basilare paragrafo: “La Chiesa guarda anche con stima i musulmani che adorano l’unico Dio, vivente e sussistente, misericordioso e onnipotente, creatore del cielo e della terra, che ha parlato agli uomini. Essi cercano di sottomettersi con tutto il cuore ai decreti di Dio anche nascosti, come vi si è sottomesso anche Abramo… Se, nel corso dei secoli, non pochi dissensi e inimicizie sono sorte tra cristiani e musulmani, il sacro Concilio esorta tutti a dimenticare il passato e a esercitare sinceramente la mutua comprensione, nonché a difendere e promuovere insieme per tutti gli uomini la giustizia sociale, i valori morali, la pace e la libertà”). Quanto Nostra Aetate dedica, di seguito, alla “religione ebraica” è la pietra miliare che ha reso e rende possibile il progredire delle relazioni della Chiesa con il popolo ebraico (“scrutando il mistero della Chiesa” è il sapiente incipit del paragrafo, che suggerisce il rinvio del compiersi della missione verso gli ebrei al piano escatologico). “La Chiesa di Cristo infatti riconosce che gli inizi della sua fede e della sua elezione si trovano già, secondo il mistero divino della salvezza, nei patriarchi, in Mosè e nei profeti”. Il richiamo all’eskaton e l’applicazione al dialogo con gli ebrei di un criterio di realismo politico (che include una moratoria formale alla declamazione della richiesta della loro conversione da parte cristiana) possono trovare fondamento sia nella teologia paolina che nelle definizioni conciliari e sono patrimonio utile anche - e soprattutto - oggi. L’enunciazione del Credo del popolo di Dio del giugno del 1968 è l’atto del magistero di Paolo VI che chiude l’anno della fede e che intende rispondere al momento storico segnato da quella “crisi del concetto di verità” evidenziato da Maritain nel suo Le paysan del la Garonne del 1966. Il testo del Credo è una “solenne professione di fede”. Anche nel seguente inciso: “Noi crediamo che la Chiesa è necessaria alla salvezza… Ma il disegno divino della salvezza abbraccia tutti gli uomini: e coloro che, senza propria colpa, ignorano il Vangelo di Cristo e la sua Chiesa, ma cercano sinceramente Dio e sotto l’influsso della sua grazia si sforzano di compiere la sua volontà riconosciuta nei dettami della loro coscienza, anch’essi, in un numero che Dio solo conosce, possono conseguire la salvezza”. Le poche e parzialissime citazioni qui offerte hanno avuto il solo desiderio di riprendere e diffondere alcuni temi fondamentali per il “dialogo”, la cui etimologia rimanda non solo al mutuo confronto quanto all’uso della ragione, che la grazia di Dio soccorre. E nella raccolta di scritti autografi di Montini su Agostino (Edizioni 30Giorni, 2008, Sant’Agostino negli appunti inediti di Paolo VI) si ritrovano passi come questo: “La cosa principale e sommamente necessaria è pregare per comprendere”.