Tempo di scelte: qualità, formazione e infrastutture
Ripartire dalle cooperazioni strategiche per rimuovere gli ostacoli verso l’Unione Euromediterranea
Carlo Romano intervista Luca Cordero di Montezemolo
Luca Cordero di Montezemolo
Avvocato. È Presidente di Ferrari S.p.A. di cui è stato anche Amministratore Delegato, Presidente di FIAT S.p.A, Fiera Internazionale di Bologna, Luiss (Libera Università Internazionale degli Studi Sociali) e NTV (Nuovo Trasporto Viaggiatori). È stato Presidente di Confindustria e della Fieg.
Presidente Montezemolo, quali sono le difficoltà più rilevanti da superare e quali passi restano da compiere per la realizzazione di un’area di libero scambio Euromediterranea prevista dal processo di Barcellona?
Ritiene ancora plausibile la scadenza del 2010 confermata lo scorso luglio dal presidente Sarkozy?
Guardando al processo di partenariato euromediterraneo occorre essere realistici senza perdere di vista le prospettive di lungo periodo di un percorso che rimane straordinariamente innovativo. Tale realismo deve spingerci a guardare con una buona dose di scetticismo alla possibilità che la scadenza del 2010 venga rispettata, nonostante il nuovo impulso venuto dal presidente francese con la sua idea di “Unione euromediterranea”. Una bella idea, alla quale finora non hanno fatto seguito sviluppi concreti di qualche rilevanza. Persino la scelta di Barcellona come sede del segretariato dell’Unione euromediterranea non è apparsa molto felice, mentre avrebbe potuto esserlo quella del Cairo o di Alessandria o comunque di una città non europea. La Francia ha ripreso un energico e meritorio ruolo di iniziativa, che tra l’altro rischia di mettere in risalto una qualche lentezza da parte italiana. Tuttavia il nuovo ruolo francese non sarà sufficiente a recuperare entro il 2010 l’enorme ritardo accumulato nella costruzione di istituzioni economiche comuni all’area del Mediterraneo meridionale, se per istituzioni comuni intendiamo quanto meno la drastica riduzione dei dazi e delle barriere doganali. D’altra parte le difficoltà del processo di convergenza economica e commerciale non riguardano solo le relazioni tra Europa e paesi della riva sud ma anche le relazioni tra quegli stessi paesi. All’interno di quell’area permangono infatti enormi ostacoli alla piena circolazione delle merci e delle persone, così come restano purtroppo attivi i focolai di tensione tra l’Algeria e il Marocco e tra la Libia e il Ciad. Sullo sfondo, l’assenza di una vera prospettiva di soluzione al conflitto israelo-palestinese continua a rappresentare il fattore più rilevante di freno anche per il processo di Barcellona. Non si può infatti dimenticare che le basi del partenariato euromediterraneo furono poste nel 1995, quando lo scenario mediorientale sembrava promettere ben altro nel clima di speranza creato dagli accordi di Oslo. Da allora la radicalizzazione del fondamentalismo islamico e la nuova debolezza di alcuni grandi player dell’area, tra cui l’Egitto, hanno certamente contribuito a rallentare il processo di Barcellona. Vi sono segnali incoraggianti di vitalità civile ed economica in Marocco e Tunisia, ma questo non può ancora bastare. Naturalmente la definizione di un percorso di pacificazione israelo-palestinese, verso il quale oggi è lecito nutrire qualche speranza guardando anche alla nuova amministrazione statunitense, avrebbe effetti di enorme rilievo per il partenariato euromediterraneo. Un miglioramento nei rapporti tra i paesi del Nord Africa e Israele porterebbe con sé conseguenze immediate ed enormemente positive anche sul piano economico, con grandi benefici di carattere tecnologico e commerciale. Infine, non posso evitare di immaginare che tra i miglioramenti da apportare ai meccanismi del partenariato euromediterraneo vi possa essere l’introduzione di sistemi più efficaci di monitoraggio sull’uso delle risorse comunitarie. Percorrendo la strada dell’integrazione con l’Unione europea i paesi dell’Europa orientale hanno accettato alti livelli di supervisione sui propri sistemi legislativi e giuridici. Anche se in misura minore, i paesi del Nord Africa dovrebbero finalmente rendersi disponibili ad aprire le porte a forme di monitoraggio sulle forme del loro Stato di Diritto. Così come l’Unione europea dovrebbe necessariamente scegliere di concentrare i grandi obiettivi del processo euromediterraneo su alcune cooperazioni strategiche il cui buon esito è fondamentale: penso naturalmente alla crescita nella qualità delle infrastrutture e del capitale umano.
I paesi del Mediterraneo del Nord Africa e in parte anche quelli della sponda asiatica secondo le previsioni del Fmi risentiranno in misura decisamente inferiore della crisi economica globale in atto: ritiene che le imprese italiane, specie quelle operanti nel settore manifatturiero, possano o debbano guardare anche a questa area o la sfida della globalizzazione si vince puntando sempre più con decisione soltanto sui mercati dell’Est Asiatico?
In altre parole l’integrazione Euromediterranea per le aziende del nostro Paese può rappresentare uno sbocco utile ad accelerare l’uscita dalla crisi e in che misura? Sono assolutamente convinto che le imprese italiane debbano guardare con ancora maggior convinzione all’integrazione euromediterranea, soprattutto in questo difficile passaggio e soprattutto per quanto riguarda il manifatturiero. Alle conseguenze delle turbolenze che colpiscono l’Europa orientale, potenzialmente molto rilevanti, le nostre imprese possono rispondere integrando verso sud la propria vocazione all’internazionalizzazione. E dunque accentuando i rapporti già molto solidi con alcune realtà economiche dei paesi del Nord Africa. Naturalmente in sede comunitaria, e dunque anche per quello che riguarda il partenariato euromediterraneo, potrà essere fatto valere l’argomento della necessità di contributi europei a quelle imprese colpite dalla crisi in Europa orientale e disposte ad investire nei paesi della sponda meridionale del Mediterraneo.
Il Sud Italia in particolare potrebbe trovare nel Mediterraneo gli spunti per accelerare il proprio sviluppo. Quali sono gli elementi che rallentano o frenano quella che dovrebbe essere una naturale inclinazione per l’internazionalizzazione dell’economia meridionale verso il nord Africa e l’Asia mediorientale? Il problema fondamentale è certamente la differenza che corre tra la solida determinazione della nostra imprenditoria meridionale e la qualità delle classi dirigenti politiche. Una differenza che ha provocato un gap enorme tra le potenzialità economiche e la dotazione di risorse sia materiali che immateriali di cui dispone il nostro Mezzogiorno. Le carenze infrastrutturali al sud hanno ormai raggiunti livelli insostenibili, con gravi conseguenze anche e soprattutto sulla nostra iniziativa economica verso i paesi del Nord Africa. È ormai evidente che l’immagine del Meridione italiano come “portaerei logistica” proiettata nel Mediterraneo rischia di rimanere uno slogan retorico vuotato di significato, se le nostre classi dirigenti pubbliche e politiche non si assumeranno fino in fondo le proprie responsabilità.
L’accordo siglato la scorsa estate tra il governo italiano e la Libia ha rilanciato i rapporti economici tra i due Stati. Si è aperta la strada non solo per nuove occasioni di business in Libia per le aziende del nostro Paesi, ma anche per una maggiore presenza dei capitali libici nell’azionariato di alcune delle più importanti imprese italiane. Come valuta questa apertura? Negli ultimi anni il tentativo di normalizzare le nostre relazioni con la Libia è stato perseguito da vari governi italiani di diverso colore politico, per ragioni del tutto comprensibili. Da una parte la necessità di coinvolgere le autorità libiche nel controllo dei flussi di emigrazione in movimento verso l’Italia da quelle coste. Dall’altra la nuova disponibilità mostrata dal Colonnello Gheddafi ad un maggior livello di responsabile integrazione multilaterale, e dunque all’archiviazione di ogni tentazione di destabilizzazione geopolitica, anche dinanzi ai rischi che il nuovo islamismo fondamentalista presenta per la stessa Libia. Questo scenario è naturalmente più favorevole agli interessi economici del nostro paese così come ad una crescita del coinvolgimento di capitali libici nella nostra economia, e deve dunque essere accolto positivamente. D’altra parte l’entità dell’impegno economico garantito dall’Italia per le infrastrutture libiche è di grande rilevanza e c’è da attendersi che ad esso corrisponda un miglioramento reale e stabile nelle relazioni tra i nostri due paesi.