Tra i numerosi temi discussi in occasione della presentazione del Rapporto Svimez 2011 sull’economia del Mezzogiorno, particolare rilevanza ha assunto la questione occupazionale giovanile. Nel Mezzogiorno il tasso di occupazione dei giovani tra i 15 e i 34 anni è sceso nel 2010 ad appena il 31,7% (il dato medio del 2009 era del 33,3%; per le donne nel 2010 non raggiunge che il 23,3%), segnando un divario di venticinque punti con il Nord del Paese (56,5%)
. Risulta molto più rispondente alle reali condizioni in cui versano i giovani italiani (e, insieme, molto più preoccupante) sottolineare che tra i 15 e i 34 anni (e, quindi, anche tra i molto qualificati) nel Mezzogiorno lavora meno di un giovane su tre, rispetto a dire, come si fa nel dibattito pubblico, che in Italia un giovane (tra i 15 e i 24 anni, peraltro) su tre risulta disoccupato. Il Rapporto mostra come, nell’ultimo biennio, per le nuove generazioni si siano chiuse le porte di accesso al mercato del lavoro sia al Sud che al Nord: tutto il crollo occupazionale (-14,7% al Sud e -11% al Nord) si concentra tra le classi giovanili (15-34 anni) mentre per le classi da 35 anni e oltre gli occupati rimangono sostanzialmente stabili o crescono.
La condizione di
Neet (non studio e non lavoro), generalmente più diffusa tra i meno istruiti, tende a crescere, nell’ultimo biennio, più rapidamente per i giovani con elevati livelli d’istruzione. Circa il 30% dei laureati meridionali sotto i 34 anni non lavora e, nel contempo, ha abbandonato il sistema formativo, ritenendo inutile un ulteriore aumento del livello di istruzione per l’accesso al mercato del lavoro; nel Nord sono circa 2 su10. Una massa consistente di giovani che vivono il paradosso di essere la parte più avanzata della società meridionale (quella che ha accumulato grazie al processo d’istruzione più strumenti per partecipare alla competizione globale) ma, al tempo stesso, la più penalizzata da un sistema chiuso, ad ascensore sociale bloccato, costretta a dipendere dai trasferimenti di risorse delle generazioni più anziane.
Il crescere della disuguaglianza dei redditi nello scorso decennio nel nostro Paese ha reso, dunque, l’impatto della crisi ancora più acuto e iniquo. È in questo momento a rischio, in alcune aree del Paese, la stessa tenuta sociale. Disoccupazione, esclusione delle donne e dei giovani, difficoltà nel mantenere gli standard di consumo, indebolimento del sistema di
welfare potrebbero innescare tensioni sociali, ancora più incontrollabili in aree già piagate dalla presenza della criminalità organizzata. I dati offrono elementi di conoscenza di cui il governo, nel trovare il difficile equilibrio tra risanamento e crescita, non può non tenere conto.
L’analisi svolta sulla condizione giovanile al Sud consente di comprendere meglio le profonde trasformazioni in atto nella dinamica demografica meridionale. Negli ultimi anni il Sud è entrato in una fase di crisi demografica che si affianca e si intreccia negativamente con quella economica. La maggiore denatalità, la minore incidenza delle emigrazioni dall’estero, gli spostamenti delle componenti più dinamiche e qualificate verso il Nord, sono sempre più legate ai limiti dello sviluppo e producono conseguenze negative sulla crescita della popolazione.
Le previsioni più recenti ci dicono che nei prossimi vent’anni il Mezzogiorno perderà quasi un giovane su quattro, nel Centro-Nord oltre un giovane su cinque sarà straniero.
Se estendiamo ancora l’orizzonte, in valori assoluti, gli attuali 7 milioni di under 30 complessivi delle regioni meridionali si ridurranno sotto i 5 milioni prima della metà del secolo, mentre nel Centro-Nord tale fascia d’età si manterrà sopra gli 11 milioni.
Ma ancor più preoccupante è un ulteriore sorpasso inedito tra Sud e Nord: quello dell’invecchiamento demografico. Per la spirale negativa delle dinamiche demografiche ed economiche che lo stanno caratterizzando, il Mezzogiorno è destinato a diventare una delle aree con il peggior rapporto tra anziani inattivi e popolazione occupata. La quota di ultra settantacinquenni sulla popolazione complessiva passerà al Sud dall’attuale 8,3% al 18,4% nel 2050, superando il Centro-Nord dove raggiungerà il 16,5%.
Il risultato di questi cambiamenti rischia, quindi, di essere un vero e proprio “tsunami” demografico: da un’area giovane e ricca di menti e di braccia il Mezzogiorno si trasformerà, nel corso del prossimo quarantennio, in un’area spopolata, anziana, ed economicamente sempre più dipendente dal resto del Paese. Tuttavia, crediamo che una fuoriuscita dalla crisi e una ripresa della crescita e dello sviluppo non sia per il Mezzogiorno affatto impossibile. Si rendono, però, indispensabili azioni compensative, che possono essere di due tipi. Per un verso, vanno sperimentate misure in grado di ridurre l’impatto sociale della crisi nel breve termine con forme di sostegno ai redditi o almeno ponendo grande attenzione ai rischi di tagli alle prestazioni sociali (evitando gli effetti perversi di tagli indiscriminati); per l’altro verso, pur nell’indubbia difficoltà di muoversi in tale direzione, politiche di rigore selettive (Spending Review) devono garantire la salvaguardia di spazi per un rilancio della spesa in conto capitale destinata allo sviluppo.
In questa delicata fase storica, l’uscita dalla crisi e il rilancio dello sviluppo del Paese sono intimamente connessi alle sorti delle ampie risorse sottoutilizzate nel Mezzogiorno. Tale area può quindi assurgere al ruolo di volano per l’intera economia italiana, ma dev’essere collegata a un orizzonte strategico che abbia una sua rilevanza non solo nazionale. Quest’orizzonte strategico non può che essere il Mediterraneo.
Occorre lanciare un progetto nazionale per il Mezzogiorno del 2020, nell’Europa e nel Mediterraneo. In questo senso, appare particolarmente urgente una grande iniziativa di carattere sovranazionale, che fissi l’orizzonte strategico dell’integrazione euromediterranea. Di fronte al nuovo quadro che si sta formando, gli strumenti istituzionali messi in campo fin qui appaiono del tutto inadeguati: la stessa proposta di Unione euromediterranea è superata, almeno nei termini in cui era stata immaginata sinora. È, quindi, più che mai opportuno definire un quadro d’azione che – lungi dall’esaurirsi in un più o meno consolatorio disegno di un progetto “a parte” – metta a fuoco il contributo fondamentale che il Sud può avere oggi per avviare concretamente il rilancio del Sistema Italia nel contesto internazionale e mediterraneo. Secondo la Svimez, per rilanciare il Mezzogiorno e il Paese è più che mai urgente la realizzazione di grandi infrastrutture di trasporti, per colmare i deficit infrastrutturali dello sviluppo logistico, potenziando i nodi di scambio e intermodali. Inoltre, a un compiuto sistema dei trasporti va aggiunta una strategia di sviluppo basata su piattaforme logistiche “di filiera” a larga scala, nelle quali offrire servizi completi di cui necessitano le attività produttive e distributive per affrontare il mercato globale. Un’altra strada da battere per il rilancio del Sud è lo sviluppo della geotermia, utilizzata in Italia attualmente solo in Toscana. Le aree italiane con la maggiore ricchezza geotermica si trovano proprio nel Mezzogiorno, lungo il Tirreno meridionale, in Campania, Sicilia, in un’enorme area off shore che va dalle coste campane alle Eolie.
L’energia geotermica presenta il più alto potenziale di sviluppo (pari a livello mondiale a circa tre volte più del solare e dieci volte più dell’eolico) e può offrire una produzione continua e costante e una elevata versatilità di dimensione di impianto. Il “che fare”, quindi, soprattutto in questa difficile fase economica e finanziaria, rinvia all’assoluta necessità di una visione “alta” di politica economica, a partire dagli ambiti che abbiamo ritenuto di individuare. È in questo quadro che si impone il rafforzamento delle “istituzioni per lo sviluppo”, a partire, da un lato, dal necessario coordinamento dei poteri pubblici, centrali e periferici e, dall’altro, dalla ripresa di una programmazione analiticamente fondata e di respiro che renda coerente l’interesse pubblico allo sviluppo con gli interessi e le strategie di gruppi grandi aziendali, piccoli, nazionali o internazionali.