Ricordiamoci di Jacques Delors
di Lamberto Dini
Lamberto Dini
Senatore, presidente della Commissione Esteri
Il completamento del mercato unico pose una sfida al processo di integrazione europea. Apparve chiaro che occorreva fare un salto di qualità, per dare una prospettiva forte e irreversibile alle conquiste dei padri fondatori.
Si scelse di procedere quindi alla creazione di una moneta unica, con la consapevolezza tuttavia che non si trattava solo di creare uno scudo alle distorsioni indotte nel mercato unico dalle fluttuazioni delle varie monete nazionali, ma anche di costruire, grazie a questo passo, una più forte integrazione delle politiche economiche e fiscali.
Nello spirito e nelle intenzioni di chi procedette alla costruzione dell’euro v’era la consapevolezza che la moneta andava affiancata da una forte integrazione delle politiche economiche nazionali: si decise, infatti, di dare vita non a una semplice unione monetaria, ma a un’unione economica e monetaria.
La dimensione tecnica prevalente nei negoziati che portarono al Trattato di Maastricht fece, sin dall’inizio, procedere speditamente il processo di integrazione monetaria: i banchieri centrali, che ebbero un ruolo decisivo in questa materia, parlavano in fondo la stessa lingua e a molti politici apparve che il fatto solo di aver costruito una moneta unica avrebbe indotto, quasi naturalmente, senza difficoltà il processo di integrazione delle politiche economiche.
Che così non fosse lo vedemmo da subito in occasione delle prime revisioni dei trattati successivi a Maastricht. Né ad Amsterdam né a Nizza, né purtroppo con il processo che portò alla costruzione del Trattato costituzionale, si riuscirono a fare significativi passi in avanti. Ho partecipato ai lavori delle conferenze intergovernative dei primi due trattati e poi ai lavori della Convenzione europea. Con chiarezza insieme ad altri ponemmo la questione, nell’apposito gruppo di lavoro sulla governance economica, della necessità di procedere a una più efficace integrazione delle politiche economiche e fiscali. Non ci riuscimmo. Si riuscì nel Trattato costituzionale, con disposizioni che il Trattato di Lisbona non ha cambiato, a rafforzare la procedura di accertamento dei disavanzi eccessivi attribuendo alla Commissione un ruolo più marcato e vincolante nella fase preventiva dei meccanismi previsti per assicurare la tenuta del patto di stabilità.
Proprio grazie a queste previsioni la Commissione europea è riuscita a presentare nei mesi scorsi un articolato pacchetto di proposte normative volte a marcare un deciso salto di qualità nella governance economica europea, proposte sulle quali si attende a giorni una decisione definitiva del legislatore europeo.
Queste carenze strutturali nella costruzione europea non hanno rilevato gravi problematicità sino all’esplosione della crisi finanziaria ed economica partita negli Stati Uniti con il crollo delle grandi banche d’affari.
È stata la crisi proiettatasi sull’economia reale, e cioè la grave recessione degli anni 2008-2009, la causa di quell’espansione rispetto al Pil dei debiti sovrani di molti Paesi che sono oggi sotto attacco da parte dei mercati. Debiti sovrani importanti, come quello italiano, nell’area euro, erano stati giudicati perfettamente sostenibili. La loro crescita, a fronte dell’assenza di forti strumenti di governo dell’Unione, li ha fatti diventare oggetto di attacchi speculativi.
È proprio la grave crisi che stiamo vivendo a imporre con decisione un salto di qualità nel processo di integrazione. Già oggi vediamo la Banca centrale operare come un vero e proprio organo federale interpretando con ampiezza quel mandato, fissato tuttavia nei trattati, di garantire la stabilità dei prezzi.
Ma sono proprio i limiti fissati all’azione della Banca centrale a imporre scelte più organiche, che incidano direttamente sulle politiche economiche nazionali.
Il pacchetto di proposte normative presentate dalla Commissione europea sfrutta ogni possibilità presente nei trattati vigenti.
La cancelliera Merkel e anche altri premier di Paesi europei parlano, con sempre maggiore insistenza, della necessità di rivedere i trattati per introdurre in essi un vero e proprio governo economico dell’Unione. D’altro canto, al di là di future revisioni dei trattati, gli stati appartenenti all’area euro hanno preso l’impegno, con il cosiddetto Patto euro plus del marzo scorso, di assicurare più rigorose politiche di bilancio prevedendo anche l’iscrizione a livello costituzionale di regole chiare circa il pareggio strutturale dei bilanci pubblici nazionali.
È oggi chiaro che il destino del processo di integrazione e della stessa tenuta del mercato unico – che ne è la principale acquisizione – risiede nella soluzione di questi nodi strutturali, nella capacità cioè di fare un salto di qualità costruendo un vero e proprio governo economico dell’Unione.
Fissato a livello nazionale il principio del pareggio di bilancio, mantenendo il principio che affida all’indipendenza della Banca centrale la tenuta della stabilità della moneta unica, si porrà e si pone già oggi inevitabilmente a livello europeo la questione di come garantire crescita e competitività.
Si dovranno trovare nuove forme per promuovere gli investimenti privati, anche nel settore delle infrastrutture, ma si deve anche riprendere e sviluppare quell’idea, già avanzata da Jacques Delors, di costruire forme di indebitamento a livello europeo per finanziare quei progetti volti a garantire la competitività delle economie europee, di fronte alle sfide poste dalla globalizzazione.