Non siamo noi i modelli del cambiamento in atto
di Enrico Letta
Enrico Letta
Vicesegretario nazionale del Pd
Una riflessione sul futuro geopolitico del Mediterraneo, e sul ruolo che l’Italia può svolgere al suo interno, non può che partire dalla Libia. E ciò soprattutto perché la realtà è che l’Italia, negli anni precedenti alla sua deposizione, ha costituito la testa di ponte dell’Occidente nelle relazioni con il regime di Gheddafi. Direi di più: la normalizzazione dei rapporti bilaterali Italia-Libia prima della “primavera araba” è stata forse l’iniziativa più innovativa della nostra politica estera degli ultimi anni. Un’azione condivisa dai governi di colore politico diverso e che ha portato il Paese a raggiungere risultati comunque rilevanti.
Non vi è contraddizione nel riconoscere la verità di queste affermazioni e, al contempo, nel guardare con sollievo alla caduta di Gheddafi. Non vi è neanche, a mio avviso, il familiare olezzo di Realpolitik. La memoria dei trascorsi coloniali del nostro Paese ha, infatti, sottinteso il dovere morale, oltre che politico, di cercare la piena normalizzazione dei rapporti con la Libia, quale che fosse il governo in carica. Questo non per fuorvianti sensi di colpa collettivi riconducibili alla stagione sciagurata del colonialismo nostrano. Al contrario, la normalizzazione nasce proprio dall’esigenza di guardare oltre, consapevoli del passato comune che ci lega e delle opportunità reciproche di sviluppo che ne derivano.
Allo stesso modo, credo si debba rivendicare la coerenza tra la politica di normalizzazione e il sostegno che il nostro Paese ha apportato alla risoluzione 1973 del Consiglio di Sicurezza, e alla missione aerea della Nato che ne è stata la naturale conseguenza. Chi taccia la comunità internazionale di ipocrisia, oppure di intromissione negli affari interni di uno stato sovrano per avanzare i propri interessi, ignora o dimentica le colonne di blindati a pochi chilometri da Bengasi, pronte a eseguire l’ordine del colonnello di «disinfestare la Libia casa per casa». Così come chi aveva accusato la Nato di non aver fatto abbastanza è stato sonoramente smentito dagli sviluppi delle ultime settimane. È poi figlio di uno sbrigativo cinismo il ragionamento secondo cui l’interventismo occidentale non avrebbe nulla a che vedere con doveri di tipo morale; altrimenti, afferma la vulgata, si dovrebbe agire in Libia come in Birmania o in Somalia. A rigor di logica, quindi, il dovere morale di intervenire dovrebbe prescindere da qualsiasi considerazione di tipo operativo o consequenziale. È una posizione che può portare soltanto in due direzioni: da un lato, a un’insopportabile indifferenza verso le sofferenze altrui; dall’altro, a un perpetuo avventurismo, i cui esiti sono, vista la storia degli ultimi dieci anni, purtroppo immaginabili.
Veniamo, dunque, agli sconvolgimenti dell’area arabo-mediterranea e alle conseguenze per l’equilibrio geopolitico e la politica estera italiana. La cacciata dei regimi autoritari, e soprattutto cleptocratici di Ben Ali, di Mubarak e oggi di Gheddafi, raccoglie in sé il potenziale di scardinare i meccanismi repressivi e corporativi che hanno fino a oggi negato alle loro popolazioni, e soprattutto ai giovani protagonisti della protesta, la possibilità di esprimere al meglio le proprie potenzialità. Credo che le ragioni della protesta siano ampiamente riconducibili a questo senso di delusione, di smarrimento, di frustrazione rispetto alla mancanza di opportunità.
Qui sento di dover muovere una prima autocritica rispetto alla condotta dell’Occidente e della comunità internazionale. Per anni, le statistiche e le classifiche delle istituzioni multilaterali ci hanno illuso sulle reali condizioni di questi Paesi. Abbiamo deciso che i tassi di crescita sostenuti, la stabilizzazione delle valute e la progressiva privatizzazione delle attività economiche più rilevanti fossero indici di convergenza e di buon governo. E abbiamo sperato che preludessero a un’inevitabile apertura politica. Abbiamo, invece, ignorato che l’apparente arricchimento di società non democratiche potesse nascondere nuove prevaricazioni, nuovi monopoli, la vittoria delle logiche di nomenklatura. Al massimo abbiamo lasciato che ce ne parlasse il romanzo di turno, come Palazzo Yacoubian. Mai ci saremmo aspettati quello che è effettivamente avvenuto. Come ha evidenziato Chris Patten, dovremmo avere il buon gusto di evitare di considerarci i modelli o, addirittura, gli ispiratori dei cambiamenti in atto.
Non è detto, peraltro, che la “primavera araba” ci conduca verso gli approdi democratici finora auspicati. Anzi, come rilevava un recente editoriale di Limes, non solo le rivoluzioni non finiscono mai come cominciano, ma raramente le finisce chi le ha cominciate. È del pari incerta, però, la possibilità che si avverino i worst-case scenario di cui è colma la stampa (lo scenario di un cosiddetto “inverno arabo”): nessun cambiamento in Siria, una restaurazione di fatto sotto l’egida della nomenklatura militare in Egitto, la guerra civile e la possibile spartizione della Libia. Senza parlare degli “unknown unknowns” di rumsfeldiana memoria, ovvero delle variabili interne alle dinamiche politiche arabe di cui gli osservatori occidentali ignorano l’esistenza stessa. Evitando di scadere in esercizi di aleatoria futurologia, occorre quindi capire quali siano le problematiche geopolitiche principali su cui è possibile riflettere da oggi, per individuare gli aspetti critici e le opportunità con cui la politica estera italiana dovrà confrontarsi nei mesi e negli anni a venire.
In primo luogo, l’equilibrio di potenza nel Grande Medio Oriente, e in particolare i destini della paziente opera di bilanciamento che alcuni Paesi arabi hanno messo in moto per contrastare le tendenze egemoniche dell’Iran. L’Egitto di Mubarak era il pivot di questa alleanza a geometria variabile, come punto di raccordo imprescindibile tra Israele e Arabia Saudita, e con gli Stati Uniti in un ruolo di coordinamento. La rivoluzione araba minaccia di danneggiare irreparabilmente ognuno di questi rapporti: tra Israele ed Egitto si sono già consumate le prime velenose schermaglie; tra Egitto e Arabia Saudita rischiano di riaffiorare le antiche rivalità nasseriane; e il forte coinvolgimento dell’amministrazione Obama nella cacciata di Mubarak ha portato il regime saudita a esprimere pubblicamente la sua irritazione. Quale che sia l’esito dei cambiamenti in atto, sembra che l’opera di contenimento regionale delle ambizioni iraniane abbia bisogno di una nuova regia. Occorre inoltre salvaguardare a tutti i costi la pace tra Egitto e Israele, stretta nella morsa delle pressioni popolari, delle chiusure israeliane, e degli sviluppi politici in Palestina. È fondamentale che l’Ue riesca a trovare la quadra sul dossier che l’Assemblea generale dell’Onu affronterà a settembre in merito alla dichiarazione unilaterale di statualità della Palestina.
Alle dinamiche mediorientali in senso lato si aggiungono poi le conseguenze per l’area mediterranea. Questa dimensione riguarda certamente più da vicino la politica estera italiana. Eppure, quando si affronta il dossier mediterraneo, si cade spesso nel tranello della ricerca di un ruolo da protagonista geograficamente predeterminato e politicamente imperativo. Credo che per noi le priorità siano altre. In primo luogo, quella di sostenere concretamente le legittime aspirazioni democratiche dei nostri vicini, consapevoli anche del fatto che questa è la strada maestra per salvaguardare i nostri interessi nazionali nella regione.
Allo stesso tempo, però, la politica estera italiana è chiamata a considerare i risvolti della “primavera araba” nel contesto europeo. L’iniziativa dell’Unione per il Mediterraneo non ha, fino a questo momento, dato i frutti sperati; questo può essere il momento giusto per riempirla di contenuti e farne un veicolo di aiuti materiali per la ricostruzione nei Paesi toccati dalla violenza e di sostegno al radicamento di istituzioni forti nei Paesi che si avviano alla democrazia.
Sulla stessa scorta, dobbiamo premere in sede europea per una discussione a tutto campo sul dossier immigrazione, che pochi mesi fa rischiava di compromettere i rapporti con la Francia e di inficiare la libertà di movimento garantita dalle regole di Schengen. Partiamo dal recente giudizio della Commissione europea e riconosciamo che rispettare la lettera, e non lo spirito, degli accordi presi può essere un piano inclinato verso la disgregazione. Ne è un esempio lampante, del resto, la crisi del Patto di stabilità. L’Italia deve farsi portatrice di un’iniziativa europea per mettere in sicurezza le regole di Schengen e condurci in tempi brevi verso una vera politica comune sull’asilo. Ne vale non solo la gestione equilibrata dei flussi migratori ma anche il sostegno dell’opinione pubblica al processo d’integrazione, di cui le frontiere libere sono una delle conquiste più tangibili.