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VISTO DA ISRAELE

Riconsiderare l’intera politica di vicinato. A partite da Israele

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di Oded Eran



Oded Eran
Direttore dell’Istituto di studi per la Sicurezza nazionale, Tel Aviv; già ambasciatore di Israele presso l’Ue

Il voto europeo alle Nazioni Unite sulla domanda di adesione palestinese all’Onu chiude un processo trentennale, iniziato nel 1980 con la Dichiarazione di Venezia. A quel tempo l’Unione europea, prima ancora di eventi e sviluppi successivi quali gli accordi di Oslo sul conflitto israelo-palestinese, fece propria l’idea di una patria palestinese sostenendo in modo eufemistico la sua natura di stato autonomo. La Dichiarazione di Venezia accompagnò il deterioramento dei rapporti tra Europa e Israele, iniziato già nel 1967 con l’embargo francese sulle armi e proseguito con quello britannico del 1973. Entrambi ebbero luogo in due momenti vitali, quando Israele faceva fronte a un attacco combinato di un’alleanza araba. Questi tre eventi sono rimasti profondamente radicati nella percezione israeliana dell’Europa e, in parte, spiegano la diffidenza israeliana verso l’Europa. I tentativi dell’Unione europea di porsi come attore di primo piano nel processo di pace arabo-israeliano hanno incontrato la forte opposizione israeliana. È stata unicamente la pressione creata dall’assenza di alternative che ha spinto Israele ad accettare un intervento europeo, sebbene limitato, come nel caso del dispiegamento di unità militari di diversi Paesi europei in Libano dopo la seconda guerra del Libano nel 2006 e la risoluzione Onu su una missione Unifil più forte o il dispiegamento di forze militari sul confine tra Gaza ed Egitto quando Israele si ritirò dalla Striscia di Gaza. Tuttavia, nonostante la sua percezione negativa in Israele, l’Europa offre in pratica l’unica alternativa di associazione che trascenda dei rapporti meramente commerciali. Non c’è dubbio che gli Stati Uniti offrano a Israele un’impressione di maggiore sicurezza che l’Europa non vuole o non può dare. L’Estremo Oriente offre mercati lucrativi e in espansione. Ma è in Europa che Israele può trovare il suo retroterra culturale, scientifico ed economico. Affinché questa possibilità diventi realtà, sia Israele sia l’Europa devono prendere decisioni strategiche che hanno finora evitato. Da parte europea vi è la necessità di riconsiderare l’intera politica di vicinato, una revisione necessaria non solo per via d’Israele. Gli strumenti che l’Europa ha adottato finora non sono riusciti a raggiungere i loro ambiziosi obiettivi. Il Processo di Barcellona del 1995, la politica europea di vicinato del 2004 e l’Unione per il Mediterraneo del 2008 non sono state percepite dai Paesi del Sud del Mediterraneo come una risposta soddisfacente alle proprie richieste. I tre meccanismi citati sono percepiti come un tentativo di allontanarli dall’Europa piuttosto che avvicinarli. In tal modo, l’avvicinamento non è riuscito ad aumentare la capacità dell’Europa di influenzare la regione sviluppando una cultura politica. La “primavera araba” non è scoppiata a causa del coinvolgimento o delle pressioni europee, ma l’Europa può contribuire nel lungo termine offrendo un pacchetto differenziato ai propri vicini del Sud-Est. Il nuovo modello di relazioni dovrebbe basarsi su uno schema che preveda che gli stati confinanti possano partecipare alla definizione delle politiche europee che riguardano i propri interessi. Il grado di partecipazione al processo decisionale dipenderà dalla volontà degli stati vicini di far proprio l’acquis comunitario. Più ampie sono l’accettazione e l’applicazione di questa linea, più le relazioni tra l’Ue e il singolo Paese si svilupperanno. La partecipazione attiva nella definizione della legislazione comunitaria, che incide direttamente sui propri interessi e preoccupazioni, darà ai Paesi vicini quel senso di appartenenza che gli attuali meccanismi non sono stati in grado di offrire.  In pratica, se ad esempio un certo Paese vicino dell’Ue fosse disposto ad accettare il patto dell'acquis comunitario rilevante per l’ambiente mediterraneo, allora i suoi rappresentanti che si occuperebbero di questi problemi sarebbero, a loro volta, in condizione di partecipare alle varie discussioni dei comitati comunitari che si occupano di queste questioni. Potrebbero anche non avere potere di voto, ma comunque presentare proposte ed esprimere il proprio parere in merito. Per ovvie ragioni, quest’approccio dovrebbe essere testato e applicato gradualmente, ma vale la pena tentare questo esperimento.  L’approccio modulare qui suggerito, seppur non modellato su ogni singolo Paese, sarebbe il più adatto ad attuare il principio di differenziabilità già adottato dall’Ue. Secondo tale principio, l’Unione europea ha riconosciuto che i Paesi vicini possono sviluppare individualmente piuttosto che collettivamente le proprie relazioni con l’Ue in base ai propri desideri e capacità. Questo nuovo approccio permetterà a Israele e all’Ue di migliorare le proprie relazioni. Israele ha già fatto propri diversi standard europei durante il processo d’integrazione all’Ocse. Sarà, quindi, possibile avvicinare le norme principali e pertinenti della sua legislazione a quella europea. Da parte sua, Israele deve decidere in quale direzione sviluppare le sue relazioni con l’Ue. Tanto la storia lontana quanto quella recente rende difficile prendere questa decisione, che rimane però necessaria. Quando la polvere creata dalla “primavera araba” si poserà, una soluzione al conflitto israelo-siriano potrebbe diventare più vicina. Nonostante i dibattiti e le risoluzioni alle Nazioni Unite sulla questione palestinese, il momento in cui israeliani e palestinesi dovranno risolvere le proprie differenze faccia a faccia attraverso i negoziati è atteso da tempo. A quel punto, Israele potrà far leva sugli accordi con i suoi vicini per migliorare il suo equilibrio politico, economico e di sicurezza e, a tal fine, avvicinerà principalmente gli Stati Uniti e l’Europa. Da parte sua, l’Ue sta già affrontando la necessità di rivedere la propria politica in Medio Oriente. La decisione presa nel maggio 2011 dalle istituzioni comunitarie specializzate in politica estera si rivelerà inadeguata, se davvero la “primavera araba” apporterà profondi cambiamenti nei sistemi politici arabi. La necessità di trovare una soluzione più completa, soprattutto nei confronti dei Paesi vicini maggiormente in condizione e desiderosi di stringere relazioni più profonde e strette con l’Europa, sarà accentuata da una decisione reciproca turco-europea di cercare un rapporto alternativo alla piena adesione turca. Il processo di pacificazione e stabilizzazione del Medio Oriente richiede il coinvolgimento internazionale in tutte le sue fasi. Il nuovo equilibrio politico, militare ed economico globale dimostra che nessun singolo Paese o associazione di Paesi è in grado di farsi carico da solo dell’onere di spingere avanti il Medio Oriente. Le potenze come gli Stati Uniti, l’Ue, la Russia e le potenze economiche asiatiche dovranno prendere parte a questo grande sforzo. Il processo comporterebbe il dispiegamento di forze militari, team di esperti, osservatori e consulenti e la creazione di fondi internazionali per trasferire persone, promuovere la cooperazione economica regionale, creare posti di lavoro e definire accordi di sicurezza d’intesa con le parti in conflitto. Affinché questo sforzo abbia successo, sia Israele sia l’Europa dovranno trovare il modo di stabilire un clima di fiducia reciproca e di cooperare così come non è mai stato tentato o provato prima. Offrire a Israele un nuovo status nelle sue relazioni con l’Europa non sarà solo un adempimento della Dichiarazione di Essen del 1994 sul conferimento a Israele di uno “status privilegiato”, ma un elemento importante in un nuovo approccio europeo nei confronti dei suoi Paesi vicini.  Tutto ciò porta alla conclusione che, nonostante i tempi difficili in Europa e Medio Oriente, è arrivato il momento di iniziare a rivedere vecchi e inefficaci approcci e posizioni e di creare nuove strategie.