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di Hans-Gert Pöttering
Hans-Gert Pöttering
Politico tedesco della Cdu (Partito Popolare Europeo), presidente della Fondazione Konrad Adenauer e già presidente del Parlamento europeo
L’eurozona sta indiscutibilmente affrontando quella che può forse considerarsi la sua prova di resistenza più difficile, poiché in alcuni Paesi il debito pubblico ha assunto dimensioni straordinarie e le loro economie hanno perso in competitività. Alcuni dei diciassette stati membri non riescono più a rifinanziarsi autonomamente sui mercati e hanno perciò bisogno degli altri Paesi dell’euro, dell’Unione europea (Ue), nonché del Fondo monetario internazionale (Fmi). Mentre alcuni Paesi dell’eurozona sono estremamente efficienti altri versano in gravi difficoltà. Dopo l’Irlanda e la Grecia ora anche Portogallo, Italia e Spagna si trovano davanti alla sfida di razionalizzare il proprio bilancio e, in particolare, la politica del debito pubblico.
Questa situazione rappresenta per l’Europa una sfida: innanzitutto, essa deve dimostrare che economie politiche del tutto diverse possono confluire a lungo termine e con successo in un’unione monetaria. In secondo luogo, l’Europa deve dimostrare che la solidarietà e la solidità non solo sono parimenti necessarie ma debbono anche armonizzarsi.
Sono compiti difficili ma sia le riforme strutturali e le misure di risparmio nazionali che le decisioni dei capi di stato e di governo del 24-25 marzo 2011, così come i risultati dell’eurovertice del 21 luglio 2011, costituiscono senz’altro una fonte di ottimismo. La riforma del Patto di stabilità e di crescita, la strategia Europa 2020, il meccanismo di stabilità europea e il semestre europeo, quale nuovo strumento di coordinamento delle politiche di bilancio e finanziarie su scala europea, vanno nella giusta direzione perché in tal modo si eliminano i punti deboli della struttura istituzionale europea. Le decisioni prese dimostrano che si vuole mantenere l’affiliazione monetaria comune poiché, senza le misure di salvataggio introdotte, i singoli Paesi sarebbero stati minacciati dal fallimento come stati.
Tutto ciò fermo restando che alcuni Paesi – e, in particolare, la Grecia ma anche il Portogallo, la Spagna e l’Italia – dovranno perseguire un lungo periodo di consolidamento. Ci vuole pazienza. Dopo l’introduzione dell’euro molti osservatori hanno a lungo creduto a un rapido allineamento delle condizioni di vita e di reddito, che si realizza molto lentamente e richiede un approccio rivolto al futuro da parte delle politiche economiche nazionali. Oggi, inoltre, è chiarissimo che l’allineamento può realizzarsi solo se basato su una seria politica di bilancio, fiscale e del debito.
Certamente un inventario prettamente economico finisce per trascurare il carattere profondamente politico di questo progetto davvero unico: portare avanti l’Europa era ed è lo scopo e il mercato interno comune e l’unione monetaria ne rappresentano un importante strumento. I leader cristiano-democratici, a partire da Konrad Adenauer e Alcide De Gasperi, hanno lavorato per raggiungere questo obiettivo. In tutto ciò la storia dell’integrazione europea può essere letta come storia di una sempre maggiore cooperazione economica. Essa ha costantemente rappresentato la forza trainante dell’unificazione europea, di cui ogni tappa è stata legata a grandi difficoltà. L’esperienza ha dimostrato che il superamento di queste difficoltà ha portato ripetutamente a un ulteriore approfondimento. E, cosa ancor più importante, verso una nuova dinamica economica. Per tutti i cittadini della zona euro è quindi la prova concreta che i loro Paesi si stanno unendo. Perciò, oltre al suo significato materiale, la moneta unica rappresenta uno dei principali simboli della volontà politica di cooperare in un mondo globalizzato per assicurare pace, sicurezza e stabilità, nonché il benessere dell’Europa. La politica e l’economia sono settori in cui la fiducia reciproca riveste particolare importanza. Senza voler parlare con sufficienza della crisi nel suo insieme, si potrebbe tuttavia avere una diffusa impressione che ci sia un interesse particolare a rappresentarla come incontrollabile nella sua profondità e immediatezza. Questo ha portato a nuovi superlativi in relazione al concetto di crisi, che hanno danneggiato l’obiettività e la fiducia che ora devono essere faticosamente ricostruite. Anche in questo caso vale il detto: riconquistare la fiducia risulta di norma più difficile che perderla.
Nonostante i problemi di vario tipo, nel decennale dell’introduzione dell’euro dobbiamo guardare avanti. Dobbiamo contestare le ripetute manifestazioni di rifiuto nel frattempo verificatesi nei confronti dell’unione monetaria perché non costituiscono una soluzione praticabile in futuro. Abbiamo bisogno dell’euro perché costituisce il fondamento del futuro benessere in un’Europa unita. La cancelliera federale Angela Merkel ha ripetutamente descritto la motivazione dell’impegno tedesco con parole incisive: «Se affonda l’euro, affonda anche l’Europa».
Inoltre il termine Transferunion (Unione dei trasferimenti) non dovrebbe più fare paura. La solidarietà e la sussidiarietà debbono insieme continuare a rappresentare i principi giuda. Perciò le proposte del presidente del Consiglio dell’Ue, Herman Van Rompuy, di rafforzare in particolare il Patto di stabilità e di crescita vanno nella giusta direzione: l’Europa ha bisogno di guadagnare una nuova cultura della stabilità e sicurezza monetaria. Per molti Paesi ne consegue direttamente l’esigenza di provvedere a interventi anche dolorosi ma altrettanto inevitabili.
Al contempo, occorre fare tutto il possibile per promuovere in questi Paesi l’innovazione e la produttività attraverso programmi di investimento. Dovremmo valutare come arrivarci, utilizzando i programmi strutturali europei nonché riorientando l’utilizzo del bilancio Ue. “L’aiuto all’autoaiuto” deve continuare a restare, in questo senso, l’unità di misura.
Concludendo, avremo bisogno di “più Europa”. Non vedo alcuna alternativa ragionevole a un miglior coordinamento delle politiche economiche e finanziarie per mantenere la stabilità dell’euro. L’esperienza degli ultimi dieci anni dimostra proprio che una politica monetaria unica è difficilmente realizzabile senza una politica economica in armonia. Tra la comunitarizzazione e la cooperazione intergovernativa occorre trovare un effettivo approccio a una politica finanziaria ed economica coordinate. Ciò è stato dimostrato anche dall’ultimo incontro tra la cancelliera Merkel e il presidente Sarkozy a Parigi. Un “governo economico” comune nonché un freno all’indebitamento sono i passi necessari sulla via della stabilizzazione. Si tratta di un obiettivo da non mancare a causa degli egoismi nazionali; pertanto la sua realizzazione dipenderà dalla capacità di convinzione dei rappresentati dell’idea di Europa, che sostengono i benefici dell’eurozona e dell’Europa nel suo complesso in un mondo globalizzato. Tuttavia, anche in questo caso è decisivo poter includere tutti. Affinché ciò possa accadere anche le istituzioni europee e i loro rappresentanti debbono battersi per conquistare la fiducia della gente rispetto alla strada intrapresa.