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editoriali

Intanto l’Italia ha novanta testate nucleari (alleate)….

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di Lucio Martino



Lucio Martino
Esperto del Cemiss (Centro Studi del Ministero della Difesa)

Secondo fonti ufficiali statunitensi, divulgate dall’organizzazione conosciuta come Wikileaks, il numero delle armi nucleari sotto la responsabilità dell’Alleanza Atlantica è dell’ordine delle centottanta unità. Venti sono in Germania, mentre le altre sono distribuite sul territorio di Belgio, Olanda, Italia e Turchia. L’Italia sembra ospitarne il maggior numero, circa novanta, e sembra il Paese destinato a ospitarle tutte nel caso in cui si arrivi al consolidamento dell’intero arsenale in un’unica base.   Oltre che a un ruolo tattico e di teatro, lo schieramento in Europa delle bombe nucleari a caduta libera, denominate B61, rispondeva in origine all’esigenza di creare uno spazio comune di pianificazione strategica. Nonostante il passare degli anni, gli elementi fondamentali della politica nucleare dell’Alleanza Atlantica sembrano esser rimasti sostanzialmente gli stessi, continuando a comprendere l’eventuale ricorso alle armi nucleari, anche come risposta a un attacco convenzionale, e continuando a disporne lo schieramento anche sul territorio di Paesi privi di una tale capacità nazionale.   L’Alleanza Atlantica del giorno d’oggi sembra in realtà propendere per un notevole livello d’indeterminatezza in merito al futuro della propria dimensione nucleare. Il disarmo nucleare è sempre confermato come un traguardo d’assoluta preminenza, ma il consenso su i passi da intraprendere è lontano, mentre è sempre più forte e diffusa la percezione di come i tempi siano ormai maturi per un meccanismo di sicurezza più sostenibile. Intanto, alcuni Paesi sembrano andare in direzione di uno svuotamento di fatto delle proprie capacità nucleari condivise non rinnovando adeguatamente le proprie componenti aeree d’attacco.   Anche al fine di delimitare gli spazi di manovra dei singoli governi, da ultimo l’Alleanza Atlantica ha ribadito nella reciprocità e nella collegialità i principi sui quali costruire qualsiasi iniziativa in merito alla dimensione e al ruolo del proprio dispositivo nucleare. L’applicazione di questi due principi ha condotto almeno al lancio di un paio di promettenti iniziative multilaterali, quali la Defence and Deterrence Posture Review e il Destruction Control and Disarmament Committee, le cui decisioni potrebbero condizionare l’evoluzione dell’intero processo globale di disarmo e di non proliferazione, oltre che incidere profondamente sulle relazioni tra i principali partner transatlantici. Molto dipenderà dalla determinazione con la quale l’amministrazione Obama affronterà le contraddizioni intrinseche all’odierna dimensione nucleare dell’Alleanza.   Tra queste, la prima è riconducibile all’idea che le armi nucleari schierate in Europa rafforzino la sicurezza collettiva agendo da deterrente. L’alone di mistero che le avvolge sembra però ridurne tanto l’impatto strategico quanto il gradimento agli occhi delle odierne opinioni pubbliche. La seconda è che, per quanto l’Alleanza continui a pianificarne l’uso, anche attraverso il lancio di periodiche esercitazioni, nelle presenti e prevedibili circostanze è quasi impossibile concepire credibilmente una situazione nella quale gli stati membri possano convergere sulla necessità di un impiego delle capacità nucleari alleate. La terza è identificabile in una persistente convinzione che la condivisione degli oneri e delle procedure legate al dispiegamento in Europa delle armi nucleari accresca il grado di coesione dell’Alleanza. Eppure, la distanza che separa Germania, Belgio, Olanda, Norvegia e Lussemburgo, favorevoli al completo ritiro di tali armi dal proprio territorio, da un’altra piccola serie d’alleati orientali sempre più preoccupati da un progressivo annacquamento delle previste garanzie di sicurezza sembra quasi dimostrare il contrario.   Intanto, per ovviare all’inevitabile processo d’invecchiamento del proprio arsenale nucleare, gli Stati Uniti sono alle prese con un programma di rivitalizzazione delle B61, che sembra andare oltre la semplice estensione della vita operativa di un’arma i cui esemplari più recenti sono stati costruiti più di venti anni fa. Attraverso la sostituzione del detonatore, del nucleo di plutonio e di un inedito abbinamento a un sistema di guida satellitare analogo a quello usato a partire dalla guerra per il Kosovo del 1999, il Dipartimento della Difesa intende, infatti, raggiungere altri due obiettivi: il consolidamento delle quattro versioni della B61 in un solo modello denominato B61-12 e una precisione d’attacco priva di precedenti, tale da permetterne l’abbinamento a una carica esplosiva dalla potenza molto bassa anche per colpire obiettivi protetti, ed eventualmente sotterranei, con un’efficacia ancora più alta di quanto finora possibile ricorrendo alla più potente, e mai schierata in Europa, versione strategica B61-7.   L’abbinamento della B61-12 a una nuova generazione di velivoli d’attacco dall’elevata capacità di penetrazione sembra, poi, aumentare notevolmente il numero di obiettivi raggiungibili dai sistemi nucleari basati in Europa, fino a includerne alcuni tradizionalmente riservati alle capacità d’attacco strategico statunitense. L’eventuale arrivo oltreoceano delle B61-12 e dei caccia F-35A, cablati per il loro trasporto, potrebbe finire così con l’estendere lo spettro di utilizzo delle armi nucleari alleate invece che con il ridurlo.   L’impressione è che, con buona pace delle grandi visioni politiche ufficiali, la logica che ispira i programmi d’estensione della vita operativa delle B61, ma anche i programmi in tutto e per tutto paralleli diretti a protrarre nel tempo lo schieramento delle testate strategiche W76 e W78, sembra riconducibile al desiderio di compensare le riduzioni del numero delle armi nucleari, e dell’eventuale numero dei Paesi disposti a ospitarle, con una maggiore versatilità e capacità. Inoltre, dato che anche le testate nucleari tattiche W80-0 che hanno equipaggiato i missili da crociera Tomahawk sono già in corso di ritiro, l’avvento delle B61-12 sembra mettere gli Stati Uniti nella particolare condizione di non aver più nulla da porre sul tavolo delle trattative nell’ambito di un negoziato sulle testate nucleari tattiche con la Federazione Russa, da sempre identificato come indispensabile per qualsiasi nuovo processo di disarmo in grado di coinvolgere anche le altre potenze nucleari.