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La “leadership da dietro le quinte” e le sue conseguenze

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di Carlo Jean



Carlo Jean
Generale

Politica delle istituzioni finanziarie internazionali e “risveglio” arabo
Le cause sociopolitiche profonde del “risveglio arabo” sono state ampiamente approfondite dai mezzi d’informazione: aumento del grado d’istruzione; disoccupazione mediamente del 23%, diffusa soprattutto fra i giovani al di sotto dei trent’anni, che costituiscono il 60% delle popolazioni arabe; incapacità dei governi di dar risposta alle aspettative giovanili; maggiore apertura al mondo esterno, con la diffusione di reti del tipo al-Jazeera; maggiore capacità di mobilitazione della protesta con i social network; corruzione, inefficienza e clientelismo – di carattere mafioso-familiare – delle classi dirigenti; e così via. Minore attenzione è stata dedicata all’effetto della liberalizzazione economica. Per lo più in Occidente ci si è limitati ad affermare che l’aumento dei prezzi dei prodotti alimentari è stato la scintilla che ha scatenato le dimostrazioni, trasformatesi in rivolte per la brutale repressione delle forze di sicurezza. Eppure, l’impatto degli aspetti economici – in particolare delle conseguenze delle liberalizzazioni imposte dall’Fmi nei prestiti concessi ai Paesi arabi alla fine del secolo scorso, dovrebbe essere maggiormente approfondito. Non solo per rendersi conto di che cosa sia accaduto, ma anche per non commettere gli stessi errori. La possibilità, dell’Occidente in generale e dell’Europa in particolare, d’influenzare gli esiti finali della “primavera araba”, non solo quelli socio-economici ma anche quelli geopolitici, riguardano proprio il modo con cui saranno gestiti gli aiuti concessi ai nuovi regimi arabi. Occorre tener conto che l’Occidente si è comunque screditato con la politica del “due pesi e due misure” adottata in Africa Settentrionale e Medio Oriente – dove l’Ue e gli Usa hanno contribuito alla cacciata dei presidenti tunisino e libico, sono intervenuti in Libia a fianco degli insorti e hanno auspicato la cacciata del siriano Assad e dello yemenita Saleh. Si sono, invece, astenuti dall’intervenire nelle repressioni del Bahrein dove il Consiglio di Cooperazione del Golfo, a guida saudita, ha represso la rivolta sciita. L’Occidente ha mantenuto, al riguardo, un imbarazzato silenzio, perché teme sia un ulteriore rafforzamento di Teheran, che di uno shock petrolifero, che avrebbe travolto la debole ripresa dell’economia mondiale. L’unica reale speranza di poter influire sull’evoluzione geopolitica del Medio Oriente va riposta nella Turchia. Lo ha dimostrato il trionfale viaggio del suo premier Erdogan in Egitto, Tunisia e Libia, anche se è stato guastato dalle critiche rivolte dalla Fratellanza Musulmana al suo auspicio che in quei Paesi si affermi un regime “islamico-secolare” sul modello dell’Akp, al potere in Turchia. L’Europa dovrebbe appoggiare in ogni modo gli sforzi di Ankara. A parer mio, è l’unica possibilità per contribuire alla stabilizzazione e per evitare la radicalizzazione di una regione tanto importante per l’Ue e non solo per motivi di sicurezza energetica. La “dottrina Obama”, della “leadership from behind” ha ufficializzato il parziale disimpegno degli Usa, almeno dal Maghreb. L’outsourcing dato all’Europa nel campo della sicurezza dell’area trova una difficoltà nel fatto che una politica comune di sicurezza e di difesa non esiste. L’Europa si muove in ordine sparso. Ha bisogno degli Usa più di quanto loro abbiano bisogno di lei. Lascia che gli americani conducano il gioco, mentre gli europei pagano e stanno a guardare. Non bisogna lasciarsi impressionare dalla “marcia trionfale” fatta suonare da Sarkozy il 1° settembre nella riunione a Parigi del “Gruppo degli amici della Libia”. Avrebbe forse voluto far suonare il Te Deum a Notre Dame, ma certamente il leader britannico Cameron, associato al “mercuriale” presidente francese nell’avventura libica, lo ha dissuaso dal farlo. Tornando all’economia, va notato che, a parte i petro-stati che si sono avvantaggiati dopo il 2009 della ripresa dell’economia mondiale, le performance economiche anche di Paesi come la Tunisia e l’Egitto sono state eccellenti. Lo dimostrano le valutazioni dell’Fmi. Esse sono derivate dai programmi di aggiustamento strutturale, imposti a molti stati per accedere ai prestiti. Sia Egitto che Tunisia hanno ricevuto valutazioni molto positive nell’Economic Competitiveness Index e sono state indicate come successi della globalizzazione. Certamente ciò deriva dalla maggiore importanza data dal cosiddetto “Washington Consensus” agli aspetti macro della loro economia, anziché a valutazioni più globali. I prestiti internazionali sono sempre stati condizionati a misure di liberalizzazione e alla riduzione dei sussidi statali. Le privatizzazioni sono state selvagge, trasformando molti stati prima paternalistici in patrimoniali, favorendo le clientele politiche e aumentando il già elevato livello di corruzione. La riduzione dei sussidi ha gettato nella povertà masse della popolazione. Non è stata all’origine delle rivolte, ma le ha facilitate. I loro attori – la cosiddetta “avanguardia della rivoluzione” – appartengono, come sempre avviene nella storia, alle classi medio-alte, al popolo di Internet e di Facebook, che si sente legittimato a rappresentare il resto della popolazione. I poveri soffrono più o meno in silenzio. Pensano a sopravvivere. Solo in Tunisia, dove i sindacati hanno un certo peso, e la rivolta si è estesa alle campagne, le cose sono state un po’ diverse. Ma non è detto che lo restino.   

La “primavera araba” fra speranze europee e realtà del mondo arabo

Nel 2011 la storia si è accelerata. Dopo gli insuccessi relativi dell’Occidente in Iraq e in Afghanistan, la fiaccola della democratizzazione e della modernizzazione è stata presa dalle piazze arabe. Imprevedibile è stata l’estensione del fenomeno e, soprattutto, la rapidità del suo “effetto domino”, dalla Tunisia all’Egitto, dallo Yemen alla Siria, alla Libia e al Bahrein. In pratica, diciannove dei ventidue stati della Lega Araba sono stati coinvolti, seppure in modo molto diverso. Il vecchio ordine, che garantiva la stabilità nel Nord Africa e nel Medio Oriente è crollato. Tutti, a partire dai servizi di sicurezza dei regimi, sono stati presi di sorpresa. L’Occidente si è trovato di fronte a un dilemma. Se continuare a privilegiare la stabilità – che consentiva la sicurezza energetica, la collaborazione dei governi arabi nell’antiterrorismo e per il controllo delle crescenti ondate migratorie dall’Africa Subsahariana, gli equilibri politici in Medio Oriente e la sicurezza di Israele – oppure favorire i processi di cambiamento, rapidamente definiti “democratici”. Come in tutti i mutamenti geopolitici, le loro conseguenze ultime sono imprevedibili sia all’interno dei singoli Paesi che per la stabilità di una regione tanto importante per l’Occidente e per l’economia mondiale. All’interno dei singoli Paesi, le rivolte possono provocare profondi cambiamenti di regime, oppure limitarsi a sostituire i leader politici, soprattutto quelli che avevano trasformato il loro potere autoritario in una monarchia familiare. In essi, tutto, anche l’economia, era concentrata nelle mani di un clan ristretto, autoritario, corrotto e inefficiente, spesso brutale. Manteneva il controllo sociale con l’associazione ai benefici del potere e della ricchezza e con potenti forze di sicurezza, che partecipavano ai privilegi anche economici del potere. Il principale pericolo per l’Occidente era l’islam politico radicale, da cui si generava il terrorismo islamico. Ciò rendeva i governi del Nord Africa e del Medio Oriente naturali alleati dell’Occidente. Condividevano con loro il “nemico”. Il terrorismo di matrice islamica, attaccava sia il “satana vicino” che il “satana lontano”. Da ciò, i regimi autoritari e quelli teocratici traevano legittimazione, vantaggi economici e sostegno dall’Occidente. Nell’ambito degli equilibri regionali, la situazione aveva, però, conosciuto progressive modifiche. Centrale era la stabilità del confronto fra Israele e gli stati arabi. L’accordo di pace fra lo stato ebraico e l’Egitto, fatto a Camp David fra Begin e Sadat alla fine degli anni Settanta del secolo scorso, aveva garantito per trent’anni la pace in Medio Oriente. Almeno una “pace fredda”, dato che, senza l’Egitto, non è possibile una guerra, così come, senza la Siria non lo è una pace. Per questo motivo, per inciso, Israele è favorevole alla stabilità del regime di Assad, non solo perché unitamente ad Hamas rende una pace impossibile. La Siria (inizialmente anche la Giordania) è stata contraria all’indipendenza della Palestina, che storicamente ha sempre fatto parte della “Grande Siria”; per questo motivo ha rifiutato di applicare la risoluzione 181 dell’Onu del novembre 1947. L’Europa – o, per meglio dire, i singoli stati europei, dato che non esiste una politica comune né dell’Europa né del “quartetto”– per il rilancio del processo di pace in Medio Oriente e per la richiesta dell’Autorità Palestinese di essere riconosciuta come stato. A quest’ultimo proposito, forse un’occasione perduta, anche dall’Italia, è stata quella di non dissociarsi, all’interno dell’Onu, dalla posizione americana. Non avrebbe avuto nessun impatto pratico, ma avrebbe consentito all’Ue un peso geopolitico nelle trattative, dove continua a essere inesistente.  

I mutamenti geopolitici che hanno preceduto la “primavera araba
Prima del “risveglio arabo” – termine che ritengo preferibile a quello di “primavera”, dato che il secondo implica l’inevitabilità di una positiva evoluzione della situazione, il che è tutt’altro che certo – il mondo arabo aveva conosciuto altri mutamenti profondi. Primo, la crescente influenza della Turchia e dell’Iran, le cui relazioni sono ancora oggi caratterizzate dalla collaborazione sulla base della politica dello “zero problems with neighbours”, del premier Erdogan e del suo ministro degli Esteri Davutoglu, che diviene sempre più insostenibile, come dimostra l’accettazione di Ankara di schierare sul suo territorio un’importante componente del sistema antimissili Usa, chiaramente diretto a fronteggiare la minaccia iraniana. Secondo, il contrasto fra sciiti e sunniti, in particolare fra Arabia Saudita e Iran. Terzo, il progressivo disimpegno Usa di Obama, rispetto all’interventismo e al missionarismo democratico dell’amministrazione Bush e, bisogna sottolinearlo, alla maggiore coerenza della sua politica nei confronti della regione. Con il parziale disimpegno degli Usa, impegnati fino al collo in Asia Meridionale e Orientale nel Golfo, le medie potenze regionali europee hanno acquisito, almeno teoricamente, un ruolo centrale per la stabilità delle periferie dell’Europa. Con l’intervento franco-britannico in Libia è stata superata un’epoca di pratico annullamento dell’Europa dal Mediterraneo e dal Medio Oriente, dovuto alle sue divisioni e alla centralità assunta dalla Germania unita, tutta orientata nella sua nuova Ostpolitik verso Mosca. In ultimo, la politica degli Usa di Obama è stata altalenante, inefficiente e contraddittoria. Bei discorsi, ma pochi fatti concreti. Perdita progressiva di prestigio. La percentuale di opinioni favorevoli agli Usa nell’estate 2011 ha raggiunto nel mondo arabo il suo minimo storico. È inferiore al 10%, cioè a quella registrata alla fine della seconda amministrazione Bush. Turchia, Israele e Arabia Saudita non seguono più le direttive di Washington. La confusione e l’indecisione che dominavano alla Casa Bianca e al Dipartimento di stato hanno dato maggior peso teoricamente all’Europa, ma di fatto alla Turchia. Le opinioni negative nei confronti degli Usa si sono intensificate a seguito del “tradimento” di Obama degli amici degli Usa, come Ben Alì, Mubarak e anche Gheddafi. Essi erano stati utilizzati dagli Usa per i loro obiettivi di stabilità, ma poi delegittimati e abbandonati al loro destino, sicuramente per motivi più che legittimi, ma che risultano difficilmente comprensibili al senso dell’onore e della fedeltà alle amicizie che hanno gli arabi. Occorre aggiungere che l’Italia non è stata di meno, violando il trattato di amicizia con la Libia e “arrampicandosi sugli specchi” per giustificarsi. Per fortuna, in questo caso, le imprese sono diverse dal governo. Si stanno muovendo per conto loro. La cosa migliore è lasciarle fare, sostenendole economicamente, ma non interferendo nella loro azione. Si combinerebbero solo pasticci!  

L’influenza dei nuovi media,
Il risveglio della “piazza araba”, tradizionalmente abulica, fatalistica e facilmente controllabile dalle clientele e dai potenti servizi di sicurezza dei regimi, è stato facilitato dalla rivoluzione digitale e dall’esistenza di media panarabi. È stata importante soprattutto la qatariana rete televisiva al-Jazeera, strumento efficacissimo della Public Diplomacy dell’Emirato e del suo Soft Power centrale per la sicurezza contro ingerenze e interferenze soprattutto saudite e per guadagnare all’emiro il sostegno della “piazza” araba. Essa ha svolto un ruolo essenziale sia per il “contagio” delle rivolte, che per il sostegno internazionale alla “primavera araba”. L’Occidente ha visto avverarsi le sue speranze di democratizzazione dell’islam, dopo il fallimento della sua imposizione con la forza, come Bush jr. aveva tentato di fare specie in Iraq. La mobilitazione delle masse di giovani più preparati dai loro predecessori ha avuto dimensioni e rapidità inaspettati per la diffusione dei social network, soprattutto in Tunisia ed Egitto, ma anche in Siria. Non lo ha avuto in Libia dove hanno giocato altri fattori, specie la rivalità fra la Cirenaica e la Tripolitania e la rete della Senussia, collegata in modo alquanto misterioso con quanto rimane del Fronte islamico libico combattente, i cui esponenti occupano un crescente numero di posizioni-chiave nel regime post-Gheddafi. La flessibilità dei network, derivante dalla loro struttura a rete, ha avuto la meglio sulla rigidità delle organizzazioni verticali delle forze di sicurezza. Le ha battute sul tempo e ha impedito di prevenire che le dimostrazioni si trasformassero in rivolte. Non bisogna però sopravvalutare l’importanza dei nuovi media. Anche le precedenti rivolte – da quella khomeinista a quelle del 1989 nell’Est europeo e alle “rivoluzioni colorate” in Serbia, Libano, Georgia, Ucraina e Kirghizistan – avevano tutte utilizzato i media di volta in volta disponibili – dai registratori a nastro, ai fax, a internet, agli sms, rispettivamente. Ma una cosa sono le rivolte, altra le rivoluzioni. Un fatto sono i cambiamenti dei vertici dello stato, tutt’altro è la modifica dei rapporti di potere politico ed economico, cioè i cambiamenti di regime. Mentre è relativamente facile abbattere un governo, molto più difficile è costituirne uno nuovo. L’entusiasmo delle opinioni pubbliche occidentali è stato provocato dai media. Per accrescere l’audience, essi tendono ad adattare i fatti alle preferenze e alle speranze dei loro utilizzatori. Inneggiare alla “quarta ondata della democratizzazione” – quella dell’islam, a cui non credevano né Samuel Huntington né Bernard Lewis – è stato “politicamente corretto”. Avanzare dubbi sulle sue conseguenze negative – cioè la sostituzione di regimi laici e filo-occidentali democrazie illiberali, con nuove autocrazie e regimi islamici, tendenzialmente contrari all’Occidente e a Israele – sollevava una raffica di critiche. Guastava la “festa”. All’inizio dell’autunno si è giunti a un punto di svolta. La trasformazione di una rivolta in rivoluzione non è fatta dai media, ma sempre dai fucili. Nella storia, gli iniziatori delle rivolte non sono generalmente coloro che alla fine prendono il potere. Non lo sono stati in Francia i girondini, distrutti dai giacobini; in Russia i menscevichi, sopraffatti dai bolscevichi; in Iran i liberali, che avevano pensato di utilizzare gli Ayatollah per abbattere lo Shah, ma che sono stati cacciati dai khomeinisti. L’Occidente deve guardare realisticamente ai fatti, non autoingannarsi dalla propria retorica, che lo porta a ignorare le notizie spiacevoli e quelle che non corrispondono alle sue speranze e preconcetti.  

Natura del “risveglio arabo”: post-americano, post-islamico, post-coloniale

L’Occidente è stato entusiasta perché le rivolte non sono state antiamericane né antiisraeliane. Sul loro scoppio non ha influito il radicalismo islamico, con la parziale eccezione della Cirenaica, dove i primi combattimenti e gli assalti ai depositi di armi sono stati condotti da gruppi islamici. A parer mio, tale entusiasmo è stato eccessivo e ingenuo. Gli islamici hanno adottato all’inizio un’estrema cautela, mantenendo il più basso profilo possibile. Non sapevano come si sarebbero messe le cose. Erano stati fortemente indeboliti dalle repressioni dei regimi autoritari. Non intendevano sollevare timori in Occidente, del cui sostegno economico hanno estremo bisogno. La crisi economica incombe, con la fuga di capitali, il disinvestimento delle partecipazioni estere, il collasso del turismo e anche la riduzione delle rimesse degli emigranti, dovuta non al “risveglio” ma alla crisi mondiale e all’aumento della xenofobia europea. Erano anche influenzati – come già accennato – dal ricordo di quanto era avvenuto al Fis algerino dopo la sua vittoria elettorale e la repressione militare. I fucili, anche in questo caso, avevano avuto la meglio sulla fatwa e sui sermoni del venerdì. Questo non significa che la “primavera araba” non possa ancora tradursi nell’islamizzazione del Nord Africa, dell’Egitto e della Siria. L’arte della dissimulazione, esaltata dallo stesso Corano, è stata praticata dalle élite islamiche fino a quando non sono riuscite a impossessarsi dei posti del potere. Lo si è visto con il sufismo turco, base della forza e del consenso dell’Akp di Gul e di Erdogan e, prima ancora, da Turgut Ozal. I suoi collegamenti con la Fratellanza Musulmana, diffusa in tutto il Maghreb e nel Mashrek, costituiscono forse l’unica realistica speranza che, a seguito dei sommovimenti nel mondo arabo, il potere non venga preso dal salafismo. Non da quello internazionale di radici wahhabiti ma da quello nazionale, che gode di crescenti consensi, soprattutto in Egitto, e che minaccia “da destra” la Fratellanza Musulmana. Lo stato, istituzione sconosciuta nell’islam e introdotta in esso dai seguiti della colonizzazione ma anche base dello sviluppo, modernizzazione e stabilità è, infatti, ormai una realtà irreversibile. Ha creato potenti interessi alla sua conservazione. Califfato e unità dell’Ummah sono limitati ormai ai fantasiosi progetti turchi e iraniani, che mascherano i programmi veri dei due Paesi. È finito il mito dell’unità araba, che aveva dominato nel periodo post-coloniale, e anche il secolarismo del partito Ba’ath. È ironico pensare a quanto l’Occidente abbia contrastato negli anni Sessanta e Settanta la secolarizzazione dell’islam, dato che molti stati arabi – dall’Algeria all’Egitto, dall’Iraq alla Siria – erano divenuti filosovietici. Lo aveva fatto sostenendo i movimenti islamici. Hamas, branca della Fratellanza Musulmana, era stata creata anche con il sostegno di Israele e degli Usa, per contrastare la crescente forza di al-Fatah, creatura del secolarismo arabo e del panarabismo. Esso ha costituito uno dei motivi, sin dalla risoluzione dell’Onu 181 del novembre 1947, del rifiuto arabo di riconoscere uno stato palestinese. È alquanto discutibile la posizione degli Usa e di Israele all’Onu per contrastare il riconoscimento dello stato palestinese. Indebolire le forze più moderate rispetto a quelle islamiste, al Fatah rispetto ad Hamas rende impraticabile una pace e la costituzione di uno stato palestinese. La sua assenza finirebbe per sommergere Israele, data la “rivolta della culla araba”, cioè l’aumento della popolazione non ebraica in Israele. È stata un’occasione perduta non solo dagli Usa, ma dall’Europa. È la fine della Dichiarazione di Venezia del 1980 e del Processo di Oslo. Ma, se l’islamismo radicale ha poco influito sulla “primavera araba”, altrettanto ridotto o, addirittura, nullo è stato l’impatto dell’Agenda for Democratization di Bush e dei neoconservatori americani. Hanno influito, al riguardo, le indecisioni e contraddizioni di Obama, il suo ingenuo entusiasmo per le dimostrazioni dei “giovani democratici”, il prevalere alla Casa Bianca degli idealisti sugli “orientalisti” che consigliavano una maggiore cautela e una più attenta riflessione su quanto stava avvenendo e sulle sue conseguenze geopolitiche che si sarebbero determinate sull’intero “Grande Medio Oriente”. Il futuro è incerto. Le tendenze al mutamento, cioè alla democratizzazione e modernizzazione secondo il “modello turco” o quello “indonesiano”, si contrappongono non solo a quelle dell’islamizzazione corrispondente alle tendenze dell’“islam profondo” ma anche a quelle della restaurazione, cioè del mantenimento dello status quo ante, di cui sono paladini l’Arabia Saudita e il Consiglio di Cooperazione del Golfo. Esse sono condivise anche dall’Algeria (che, ci si augura, non venga destabilizzata dall’imprevedibile Sarkozy, dato che “si oppone agli intendimenti geopolitici francesi) e, con riforme più o meno cosmetiche, anche dal Marocco e dalla Giordania. La stessa Arabia Saudita ha previsto il voto alle donne a cui, peraltro, è vietato guidare la macchina ma non un aereo.  

Le possibili conseguenze del “risveglio arabo
[1] È impossibile prevedere il futuro, soprattutto in un contesto interno e regionale tanto ingarbugliato. Però bisogna tentare di farlo, per non rassegnarsi all’impotenza e non limitarsi a vedere cosa decidono gli altri. Le possibili conseguenze finali del “risveglio arabo” e del crescente attivismo della Fratellanza Musulmana da un lato e dei nazionalisti salafiti dall’altro, sono diverse da Paese a Paese e sono influenzate dalla situazione sociale ed economica di ciascuno. A parer mio, le “riforme dall’alto” – come quelle giordana e marocchina – produrranno risultati più profondi di quelle dal basso, che rischiano di vedere la radicalizzazione dello scontro fra secolaristi e islamisti e, al loro interno, fra i variegati gruppi, le varie tribù e clan e le contrapposte personalità carismatiche che li rappresentano. Gli sbocchi potrebbero essere diversi. Primo, la costituzione di regimi che realizzino una maggiore rappresentatività delle varie forze, gruppi e clan presenti nelle società, con l’estenuazione degli istituti della democrazia coranica, cioè con Consigli Consultivi tipo Shura, Majlis e Jirga. Secondo, l’affermazione di regimi autoritari sostenuti dalle forze armate e appoggiati da una parte dell’islam politico. Terzo, guerre tribali e claniche prolungate, simili a quelle dell’Iraq, dello Yemen e, al limite, della Somalia. Quest’ultima soluzione – che è la più preoccupante per l’Europa – è quella più probabile nei “Paesi-tribù”, come Libia e Siria. Ogni generalizzazione è indebita: dipende dalla storia, dalla geografia, dall’economia, dalla cultura e anche dal tipo di struttura sociale e religiosa di ciascun popolo. Comunque, gli equilibri geopolitici esistenti da trent’anni nell’intero mondo arabo verranno modificati. L’Europa non potrà far finta di nulla. Non potrà chiudersi in uno splendido isolamento e ridursi a una “grande Svizzera”. Nel nuovo mondo delle potenze emergenti e del multipolarismo farebbe la fine degli staterelli italiani del XVI secolo nei confronti degli stati moderni europei. La crisi dei debiti sovrani e dell’euro distrae troppo l’Europa da quelli che saranno le sue necessità future, in termini sia di Soft che di Hard Power. L’intervento in Libia ha posto in luce non solo le divisioni politiche dell’Europa e i limiti delle sue capacità militari, ma il fatto che essa non può più contare come un tempo sul sostegno degli Usa. In Libia, la “leadership from behind” degli Usa è stata più una foglia di fico che una realtà. Nella fase iniziale del conflitto, quella della soppressione delle difese aeree, l’intervento americano è stato determinante. Nelle fasi successive lo è stato il supporto americano – dall’Intelligence al rifornimento in volo – soprattutto quello logistico di munizionamento di precisione. Dopo poco più di due mesi di bombardamento, gli europei stavano esaurendo le loro scorte. Paradossale, se non addirittura buffo, è il fatto che nell’Ue – praticamente assente in quanto tale nel corso dell’intero conflitto – il dibattito non sia centrato sull’adeguamento delle capacità operative e logistiche, ma sulla controversa questione della costituzione di un comando operativo europeo, che dovrebbe rendere l’Europa autonoma dalla Nato, quindi da “mamma America”, specie in un periodo di riduzione dei bilanci militari europei.  

Fattori d’influenza sulla “primavera araba”: dinastie, religione e forze armate

Nel corso del “risveglio arabo” gli stati-dinastie (soprattutto quelli i cui sovrani esercitano anche un’influenza religiosa, in quanto, più o meno direttamente, discendenti dal Profeta) hanno “tenuto meglio” di quelli autoritari. Le dinastie del Golfo, ma anche la monarchia in Marocco e in Giordania, hanno dimostrato di possedere una maggiore legittimità, che ha loro consentito di assorbire il dissenso sociale molto più facilmente degli stati autoritari. Hanno, poi, influito le divisioni religiose ed etniche. Le prime fra sunniti e sciiti e fra musulmani e copti; le seconde fra arabi e berberi e fra arabi e curdi. Inoltre, come si è accennato, la situazione è stata diversa fra gli stati produttori di petrolio, che hanno a disposizione immense riserve finanziarie e i “deserti minerari”, in cui le risorse naturali sono marginali nell’economia. Nei primi, i regimi esistenti sono ricorsi a generose elargizioni finanziarie, per assorbire il dissenso e mantenere lo status quo. Si tratta, in un certo senso, della conferma della cosiddetta “maledizione del petrolio”. Essa consiste nel fatto che i governi, non avendo bisogno di imporre tasse, non devono rispondere ai cittadini del loro impiego, quindi non adottano riforme e possono opporsi a ogni controllo democratico. Se in Europa ha vigore il “no taxation without representation”, in molti Paesi arabi lo ha il “no representation without taxation”. Il fenomeno, per inciso, si manifesta anche in Russia, dove la preminenza dell’export di commodities è sostenuto dai siloviki, antimodernizzatori, che ne hanno conquistato il monopolio consolidando così il loro potere. Il metodo non ha funzionato in Libia, anche se Gheddafi è riuscito a mantenere il sostegno di parte delle tribù mediante elargizione di fondi. Il fattore determinante degli esiti delle rivolte è stato l’atteggiamento delle forze di sicurezza, in particolare delle forze armate regolari, formate sulla coscrizione e, quindi, speculari alle varie tendenze esistenti nella società. In taluni casi, come in Egitto e in Tunisia, le forze armate hanno mantenuto una certa neutralità tra i regimi e i rivoltosi. Lo hanno fatto non solo per mantenere il loro potere e i privilegi, ma anche per senso di fedeltà verso lo stato, maggiore di quello nei riguardi dell’autocrate al potere. Il loro ruolo rimane cruciale anche nel processo di transizione in corso, soprattutto in Tunisia e in Egitto. Potranno garantire l’ordine se rimarranno sufficientemente unite e il loro prestigio rimarrà intatto, oppure se i gruppi tendenzialmente radicali temeranno una repressione militare e limiteranno le loro tendenze a monopolizzare il potere. La cosa sarà tanto più facile quanto minori saranno le contrapposizioni politiche e quanto più i sistemi elettorali saranno proporzionali. La situazione potrà stabilizzarsi anche se non scoppieranno sommosse, dovute in parte alle difficoltà economiche. Essenziale sarà quindi che l’Europa, nonostante la crisi economica, riesca a liberare le risorse necessarie per evitare un’instabilità permanente nel bacino del Mediterraneo, e anche un aumento eccessivo della presenza delle imprese cinesi che si presentano con il portafoglio pieno di dollari.  

Il caso libico

Un cenno particolare merita la situazione in Libia, che è resa delicata anche dalla debolezza e dalle divisioni del Consiglio Nazionale Transitorio, per l’inesistenza di istituzioni statali e per la contrapposizione fra i vari gruppi politici e le milizie tra di loro. Ad esempio, fra quelle di Misurata e di Bengasi; fra quelle islamiste e quelle berbere dello Jebel Nafusa e, infine, fra i gruppi armati di Tripoli, tra i disertori dell’esercito e i volontari delle milizie tribali e cittadine. Tutti vorrebbero contare di più. Nessuno ha intenzione di consegnare le armi. L’uccisione, sembra da parte di gruppi islamici, del comandante militare del Cnt – generale Younis – ha eliminato l’unica personalità in grado di fronteggiare la situazione. In particolare, di contenere la crescente influenza degli islamici della Cirenaica orientale, di disarmare le milizie e di creare forze di sicurezza fedeli al futuro governo nazionale. La situazione potrebbe complicarsi ulteriormente in caso di resistenza prolungata delle roccaforti fedeli a Gheddafi e, soprattutto, nel caso di diffusione della guerriglia. Le infrastrutture sia petrolifere che idriche sono particolarmente vulnerabili. Costituirebbero certamente gli obiettivi principali dei guerriglieri. Renderebbero la situazione più caotica e più difficile sia la stabilizzazione politica che la ripresa economica del Paese. L’Europa non può far finta di nulla, mascherandosi dietro la “foglia di fico” dell’Onu, che vieta l’intervento di forze terrestri.  

Il problema di fondo: i rapporti fra democrazia e pace

La “primavera araba” ha ravvivato il dibattito sulla compatibilità fra l’islam con la democrazia e la modernizzazione. Meno intensi – anche perché la questione è stata screditata dalle iniziative “neoconservatrici” di Bush – sono stati i dibattiti sulla correlazione fra la democrazia, la stabilità e la pace. Il mondo arabo non è un mondo né kantiano, né groziano. Le speranze dell’avvento della “quarta ondata di democratizzazione” sono state erose quando i manifestanti non solo salafiti, ma anche islamici moderati, hanno cacciato da piazza Tahrir Wael Ghonin, funzionario di Google e organizzatore dei social network – che si era ispirato per la rivolta delle esperienze della serba Otpor. Ma il colpo definitivo a tali speranze è derivato dall’assalto all’ambasciata di Israele al Cairo, effettuata proprio dai giovani protagonisti delle dimostrazioni di gennaio e febbraio. La Fratellanza Musulmana non solo non vi ha partecipato ma lo ha anche condannato, forse per non creare problemi alla giunta militare e per non screditarsi agli occhi dell’Occidente, a cui vuole “vendere” un’immagine moderata, presentando candidati alle elezioni legislative solo in metà dei seggi, non partecipando alle elezioni presidenziali e nominando un esponente copto vicepresidente del suo partito (Giustizia e libertà). A questo proposito, il termine “giustizia” è quello da impiegare nel mondo arabo, poiché è molto più popolare e comprensibile di quello di “democrazia”, in un contesto in cui vige la “legge di Dio”, non quella degli uomini. Anche il salafismo nazionale che sta rafforzandosi non solo in Egitto, ma anche in Tunisia.[2] Con le nuove tensioni con Israele e l’aumento delle probabilità di una nuova guerra in Medio Oriente, le illusioni sui legami fra democrazia e pace sono cadute. Un fatto analogo è avvenuto anche in Occidente. Dopo l’11 settembre – ma anche prima – la democratizzazione si era trasformata da umanitaria in obiettivo di sicurezza nazionale, soprattutto negli Usa. Il mondo da “safe for democracy” era divenuto “safe by democracy”, secondo la storicamente bizzarra teoria che solo la democratizzazione islamica avrebbe permesso la vittoria sul terrorismo. Per eliminarne le radici profonde, che si annidano nei “cuori e nelle menti” delle popolazioni musulmane, occorreva democratizzarle, imponendo la democrazia anche con la forza. A differenza di quanto affermato da Clemenceau – «che con le baionette si può fare tutto tranne che sedervisi sopra» – ci si è accorti che con esse non si può imporre la democrazia. Si possono far cadere i regimi, ma è poi difficile costituirne di nuovi. Anche allora, agli ottimisti “missionari della democrazia” si opposero i “realisti”, che sono sostanzialmente pessimisti, come Kissinger e Huntington, e sostengono che la democrazia è una sovrastruttura che presuppone l’esistenza di una struttura sociale e di una cultura favorevole. Non derivano necessariamente dalla religione, ma da altri fattori che manipolano la religione per i loro obiettivi. L’ostacolo maggiore posto a una democrazia di tipo occidentale è costituito dalle strutture sociali dominanti in quasi tutte le società islamiche, nelle quali i diritti collettivi prevalgono su quelli individuali: il governo della maggioranza (o della tribù più forte) sulla tutela dei diritti delle minoranze. L’Occidente dovrebbe accettare il fatto che non può esserci democrazia senza democratici e che, comunque, esistono vari tipi di democrazia, anche molto differenti da quelle rappresentative dominanti in Occidente. Ma anche in esso, la situazione è diversa tra stato a stato e fra le varie regioni. Accade anche in Italia. Le prospettive della “primavera araba” dimostrano la fondatezza dell’approccio sostenuto dai realisti politici: quello di accettare le cose per quello che sono, senza proporsi obiettivi irrealizzabili. L’Europa deve accettare tale diversità. Non deve indulgere ad ambizioni megagalattiche, quali quelle del Partenariato euromediterraneo del Processo di Barcellona o del progetto, ancora più fantasioso, franco-sciovinista, dell’Unione del Mediterraneo. Occorre rendersi conto che il “risveglio arabo” del 2011 è profondamente diverso dal terremoto geopolitico verificatosi in Europa, a seguito del collasso degli imperi esterno e interno di Mosca. Molto frequentemente la caduta di un regime dittatoriale provoca la nascita di democrazie illiberali. Gli interventi esterni, indipendentemente dalle loro intenzioni, che possono anche essere ottime (anche se tali non sono, dato che i politici di tutti i Paesi devono difendere gli interessi nazionali non correre dietro a idee ecumeniche per ottenere il divertito applauso dei “benpensanti”), rischiano di essere controproducenti. Gli applausi tributati all’Onu a Sarkozy e a Cameron non devono ingannare né far ingelosire “per non essere arrivati primi”, come hanno tendenza a fare molti cronisti, specie quelli appassionati di calcio. La cosa non è solo ridicola, ma anche dannosa. Per questo, i realisti politici si sono opposti agli interventi in Iraq e in Libia e all’escalation di quello in Afghanistan, passato dalla distruzione di al-Qaeda alla stabilizzazione e democratizzazione del Paese. Si erano, per gli stessi motivi, opposti al mantenimento forzoso dell’unità della Bosnia-Erzegovina, all’insistenza sull’unità della Libia e dell’Iraq e, nel caso della Libia, dal passaggio dalla semplice protezione della popolazione da massacri, che erano solo virtuali, a differenza di quelli avvenuti in Siria, al cambiamento di regime.  

Le scelte dell’Europa e dell’Italia

Allora che dovrebbero fare l’Italia e l’Europa? Per l’Italia è presto detto. Far sì che i benefici che il nostro Paese aveva tratto dal collasso degli imperi coloniali della Francia e della Gran Bretagna, specie dopo il disastro della loro spedizione a Suez nel 1956, non vengano del tutto perduti. Occorre utilizzare gli strumenti migliori che abbiamo a disposizione. L’Eni se la cava brillantemente da sola, anche per la cooperazione che, generalmente, ha in Libia con Gazprom. Con l’Algeria non dovremmo avere problemi, anche per le crescenti tensioni fra Parigi e Algeri, accusata dal Quai d’Orsay di opporsi agli obiettivi francesi nel Maghreb. Ma un “colpo da maestro” sarebbe la scelta in tutto il Nord Africa e Medio Oriente dell’accrescimento della nostra collaborazione con la Turchia. Inoltre, si dovrebbero mettere le nostre Pmi in condizione di approfittare delle esigenze di ricostruzione e sviluppo del “post-primavera araba”, accrescendo i fondi a disposizione della Simest e della Sace. Sono investimenti sul futuro nazionale. Il dilemma principale che si pone all’Europa è quello di limitare i danni, non tanto economici quanto geopolitici, derivanti dal “risveglio arabo” e accresciuti dai contrasti fra Turchia e Israele e dall’aumento della potenza iraniana. Deve, in particolare, abbandonare la pericolosa ambizione di voler democratizzare l’islam.  La democrazia non è un’entità naturale che possa essere scoperta o imposta dall’esterno. È una sovrastruttura che presuppone l’esistenza di una struttura e di valori etico-politici coerenti con le esigenze del suo funzionamento. Non si scopre, ma si costruisce. Non è il governo della maggioranza, ma soprattutto il rispetto dei diritti delle minoranze. Molti – da Samuel Huntington a Oriana Fallaci – ritengono che non possa esservi democrazia nell’islam. Esiste certamente un “eccezionalismo” islamico[3], ma anche i Paesi occidentali sono l’uno diverso dall’altro. Essi affermano l’incompatibilità dell’islam con la democrazia non come religione – data la possibilità di diverse interpretazioni dei “sacri testi” – quanto come cultura etico-politica e come strutture sociali, soprattutto nei Paesi arabi. Queste sono rimaste tradizionali, nonostante che a esso sia sovrapposta per imposizione occidentale lo stato – organismo politico estraneo alle tradizioni dell’islam ma imposto dalle potenze coloniali europee o consolidato dalle élites europeizzate e dall’urbanizzazione, che ha attenuato, ma non eliminato, il primato dei legami tribali. Con il “risveglio”, gli stati arabi tendono a ritribalizzarsi, riacquistando le caratteristiche tradizionali dell’asabiyyat[4], termine che indica il raccordo «orizzontale fra le segmentazioni o le frammentazioni verticali della società e l’identificazione degli individui con il gruppo d’appartenenza». Esse prevalgono sulle stratificazioni orizzontali, create dalle differenze di interessi, anche nelle strutture portanti dello stato (come l’esercito), anziché preesistere a esso (come, invece, le tribù o le famiglie allargate). Coloro che sostengono tesi meno radicali sulla specificità dell’islam e negano la sua incompatibilità con la democrazia – soprattutto gli “orientalisti” – hanno introdotto il concetto di “democrazia islamica”. La descrizione dei suoi meccanismi era già stata fatta nel XIV secolo da Ibn Khaldun, il grande geopolitico, storico e diplomatico algerino. L’unica possibile è, secondo Khaldun, una democrazia selettiva, con un pluralismo limitato, imposta e regolata più dall’alto che dal basso, fondata sulla Shura, o consiglio di consultazione dei capi delle tribù e dei vari clan. È sopravvissuta nell’“islam profondo” anche in Turchia, alla colonizzazione e alla costituzione dello stato sul modello occidentale. È un sistema di coinvolgimento nel processo decisionale dei capi dei gruppi diversi da quello al potere. Avviene per iniziativa di quest’ultimo quando tale allargamento della partecipazione diviene indispensabile per ridargli forza e legittimità, consolidando il primato del clan dominante. Quest’ultimo è progressivamente indebolito dal processo di allargamento della Shura, finché non viene spodestato dall’alleanza creatasi fra i gruppi cooptati nella Shura, ma fra i quali sorgono progressivamente rivalità. È una “via islamica” all’alternanza di governo, che da poco – anche se alquanto disastrosamente – abbiamo scoperto anche in Italia.  Si determina così un processo ciclico, come quello esistente fra i nomadi – allevatori e guerrieri – provenienti dall’immensità del deserto e i sedentari, che sono poi i discendenti di altri nomadi divenuti agricoltori. Oggi tali processi sono attivati nel mondo islamico, specie in quello arabo, anche fra le città e le campagne. Le classi dirigenti dei vari califfati e dell’Impero ottomano erano principalmente di estrazione cittadina. Quelle formatesi nelle lotte per la decolonializzazione sono soprattutto rurali e più portate a riprodurre il sistema tradizionale dell’Asabiyyat nei corpi dello stato, dalla burocrazia alle forze armate. Quelle del “risveglio arabo” sono state all’inizio soprattutto i cittadini. Le campagne sembrano però riprendere importanza nella fase di transizione. La politica europea ne deve tener conto, non limitandosi alla ricerca di qualche successo politico, a uso e consumo politico interno, finalizzato, ad esempio, alle prossime elezioni presidenziali francesi. Facile da dirsi, difficile da farsi, anche perché è difficoltoso costruire una democrazia senza democratici. I democratici arabi – pur non potendo essere democratici “doc” sul modello occidentale – sono pochi, emarginati dalle masse, spesso ritornati dall’esilio, senza potere reale anche nei clan di origine, perché hanno perduto i loro contatti con le masse. Lo si è visto chiaramente in Iraq. Non avverrà in Libia dove sono stati subito emarginati dal potere e riescono a convincere di essere importanti solo ineffabili personaggi come il filosofo francese Henry-Bernard Lévy. Egli ha trovato orecchie attente in Sarkozy e ha avuto nell’opinione pubblica francese un successo che non era riuscito a realizzare il suo amico e concorrente André Gluksman, fustigatore della Russia per le stragi in Cecenia, avvenute per davvero, a differenza di quelle solo ipotizzate a Bengasi. Gli esuli in Occidente, o anche chi ha operato a lungo in istituzioni internazionali, come El Baradei in Egitto, hanno poco seguito e rappresentavano solo se stessi. Anche l’intellighenzia conta poco. È soggetta al potere. Risente della cultura profonda dell’islam, influenzata dal fatto che Maometto è stato anche un grande condottiero. Considera il potere un dono di Allah, in un modo analogo all’idea che i calvinisti hanno della ricchezza, come tangibile prova della benevolenza divina. Il vero problema non sta nei “testi sacri” dell’islam. Esistono numerose contraddizioni, che si prestano alle interpretazioni più diverse. Ad esempio, fra il “messaggio di Medina”, in cui Maometto si trovava confrontato con una realtà etnica e religiosa pluralistica e quello “de La Mecca”, molto più rigido ed esclusivo, in quanto effettuato dopo la vittoria contro i suoi nemici, nonché dai cosiddetti “Libri della spada” intolleranti al limite della truculenza e il resto del Corano. La riforma dell’islam è impraticabile. Sono possibili, invece, differenti interpretazioni del Corano che potrebbero aiutare a rendere più compatibile gli attuali regimi islamici con i principi fondamentali della democrazia[5], ridurre almeno parzialmente il dissenso interno e introdurre progressive e caute riforme “dall’alto”. Il XX secolo è stato caratterizzato nell’islam dall’introduzione dello stato. Il XXI potrebbe forse esserlo da una progressiva e lenta diffusione della democrazia[6]. Per ora si tratta di una speranza più che di una realtà. Un eccessivo zelo per l’esportazione della democrazia da parte degli Stati Uniti ha avuto un effetto boomerang. Si spera che l’Europa sia molto più realistica e cauta. Solo in tal modo il tentativo di «rendere il mondo sicuro per e con la democrazia», può trasformarsi nel «rendere la democrazia insicura per il mondo». Per evitare una lettura errata della realtà è necessario uno sforzo di comprensione della realtà dell’islam. Per far ciò l’Europa, in generale, e l’Italia, in particolare, dovrebbero rivitalizzare i centri studio del mondo islamico e arabo, un tempo così fiorenti ma poi lasciati decadere. Ma, ancora a monte, sarebbe auspicabile che l’Europa elaborasse una politica unitaria, anziché muoversi “in ordine sparso”, come avvenuto nell’intervento in Libia e, più recentemente, nella votazione sul riconoscimento all’Onu della Palestina come stato. In caso contrario, il “gioco” sarà condotto come nel passato dagli Usa, mentre l’Europa sarà marginalizzata anche in una regione a lei periferica, confinata nel ruolo di “ufficiale pagatore”. La questione è tanto più inaccettabile in quanto gli Usa – forse timorosi di apparire aggressivi nei confronti di un altro Paese arabo – avevano lasciato fare ai franco-britannici. Avevano praticato un outsourcing dell’intervento, in un certo senso analogo a quello che avevano effettuato nell’agosto 2008 per la crisi georgiana. La scelta di Washington, di un sostanziale disimpegno, era stata solo parzialmente corretta non solo dall’impegno americano, sia operativo – che era stato essenziale nella prima fase dell’intervento – logistico e di supporto, a partire dal’inizio di aprile quando il comando delle operazioni è passato da Africom alla Nato. Come accaduto altre volte, gli europei hanno proposto subito dopo la fine delle operazioni di costituire un comando operativo nell’ambito dell’Ue. Lo hanno proposto tutti gli stati continentali europei, anche la Polonia. Fortunatamente la Gran Bretagna si è opposta. Senza di esse, il braccio armato dell’Europa è spuntato. Rimarranno, quindi, in vigore gli accordi Berlin Plus, che prensentano il vantaggio di ridurre duplicazioni ed oneri (proprio in tempi di riduzione di tutti i bilanci della Difesa) e, soprattutto, quello di garantire la presenza degli Usa. Washington si è limitata a giocare un ruolo indiretto – forse coerente con la dottrina “Obama-Hillary Clinton” sullo Smart Power – ma comunque indispensabile per mantenere uniti i rissosi europei. È una dottrina che consente agli europei di “bisticciare”, come sono abituati a fare, anche nella kermesse della “vittoria” in Libia, avvenuta all’Assemblea generale dell’Onu. È stato un avvenimento anche alquanto divertente. Le operazioni in Libia non sono cessate. Il Consiglio degli insorti non riesce a mettersi d’accordo sulla composizione del governo provvisorio. Le fratture sono profonde. Ne approfittano gli islamisti per occupare le posizioni di potere e le resistenti forze rimaste fedeli a Gheddafi per resistere efficacemente nelle roccaforti di Bani Walid e di Sirte, mentre viene segnalata la mobilitazione dei Tuareg a favore del colonnello e sempre maggiore è il pericolo di una guerriglia prolungata.   L’indispensabilità degli Usa presenta anche pericoli per gli europei, che derivano dalla crescente subordinazione della politica estera americana a quella interna e dai contorsionismi, contraddizioni e scarso spessore di Barack Obama nell’area, forse dovuti alla decisione di perseguire una (relativa) democratizzazione del mondo arabo con il sostegno della Fratellanza Musulmana. Tale scelta può costituire una risposta all’interrogativo sul perché sia stato sostotuito il direttore di al-Jazeera e se veramente egli agiva agli ordini della Cia. Ormai le sue eccezionali capacità oratorie non riescono a mascherare le sue indecisioni e carenze. Purtroppo, la politica estera comune dell’Unione è in profonda crisi. Il Servizio europeo di azione esterna è praticamente inesistente, nonostante la sua consistenza (3.720 persone, di cui 1.650 diplomatici) e i suoi costi (quasi 500 milioni di euro). L’alto rappresentante è tale solo di nome, ma non di fatto. La baronessa Catherine Ashton si è distinta nella “primavera araba” per la sua invisibilità e inconsistenza. Ha vanificato le speranze suscitate dal mini-trattato di Lisbona sulla potenzialità di un’Unione anche politica e strategica. L’Europa è stata quasi del tutto assente. A differenza del suo predecessore, Xavier Solana, la Ashton ha deciso di non prendere alcuna iniziativa senza aver ottenuto il preventivo consenso dei ventisette stati dell’Unione. È stata sicuramente un’occasione perduta. Ma se non si muove l’Europa, potrebbe muoversi l’Italia, con una politica attiva in campo mercantile. Perseguendo, anche disinvoltamente, i propri interessi, l’Italia farebbe anche quelli dell’Europa e, in fin dei conti, renderebbe a Parigi pan per focaccia, suscitando la gratitudine di tutti gli altri europei.

      
    

[1] Si rimanda, per approfondimenti, all’interessante saggio curato da Karim Mezran (et alia), L’Africa mediterranea. Storia e futuro, Donzelli editore, Roma 2011.
[2] Mskari al-Zaydi, Nationalistic Salafism, in «Asharq Alawsat», 23 July 2011.
[3] Per un’analisi esaustiva del fenomeno cfr. Ghassan Salamé (ed.), Democracy Without Democrats? The Renewal of Politics in the Muslim World, Tauris Publ.-Eni-Mattei Foundation, London-New York 1994.
[4] Asabiyyat indica la fratellanza di sangue, lo spirito di gruppo, i rapporti clientelari, la solidarietà tribale o familiare.
[5] Olivier Roy, Islam et démocratie: un faux problème, in «Figaro Magazine», 6 Septembre 2003; John Esposito, Islam and Democracy, Oxford University Press, New York 1996, p. 7 e, soprattutto, US Institute Peace, Islam and Democracy, «Special Report 93», September 2002.  
[6] Devo questo concetto al professor Khaled Fouad Allam dell’Università di Trieste, autore del fondamentale volume L’Islam globale, Rizzoli, Milano 2002.