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L’europeismo termina in Africa
(e chi controlla la Libia controlla l’Africa)

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Marco Massoni



Marco Massoni
Esperto di filosofia interculturale
e africanista

A oltre cinquant’anni dalle indipendenze i Paesi dell’Africa subsahariana sono come non mai oggetto di concupiscenze altrui: da una parte gli ex colonialisti e dall’altra una crescente pletora di nuovi attori, cioè i Paesi cosiddetti emergenti, che peraltro sarebbe più opportuno in molti casi definire emersi. I secondi tallonano i primi, che a loro volta si affannano alla ricerca di nuovi riposizionamenti geopolitici. In ogni caso entrambe le categorie sembrano disposte a tutto, pur di collocarsi saldamente in Africa, stabilendo così nuovi equilibri evidentemente a loro vantaggio, onde garantirsi lo sviluppo delle proprie economie. Citiamone alcuni: Arabia Saudita, Argentina, Belgio, Brasile, Cina, Corea del Sud, Emirati Arabi Uniti, Francia, Germania, Iran, India, Israele, Pakistan, Qatar, Singapore, Spagna, Turchia. L’Italia, non considerando strategicamente rilevante coltivare interessi al di là del Sahara, purtroppo non può essere annoverata nell’elenco. Infatti, priva di un’efficace politica estera verso l’Africa tutta, Roma si è autoesclusa dal nuovo Scramble for Africa postoccidentale, che appunto si caratterizza per il proliferare di blocchi alternativi e tra loro altamente concorrenziali, di fatto sempre più preferiti ai vecchi monopoli europei. Non è un caso che la Francia abbia deciso di spingere l’acceleratore sulla crisi libica: il tempo è denaro e mai come oggi se ne avverte il bisogno. Ebbene tutto questo avveniva fino alla rivoluzione libica, quando gli interessi strategici e la stessa sicurezza nazionale italiani sono stati intenzionalmente osteggiati da Francia e Regno Unito con il beneplacito di Washington che, in ragione della generale crisi economica, sta delegando al patto franco-britannico la gestione degli affari africani, come per di più gli eventi in Costa d’Avorio hanno pienamente dimostrato. La lezione appresa dall’Italia è che non basta delegare ad alcune società partecipate la politica estera nazionale in certi territori, bensì occorre elaborare e mettere in pratica una politica estera complessiva ed efficace. Non solo la Francia ha oramai deciso di non opporre più alcuna resistenza all’espansione dell’influenza americana in Africa, ma ha anche accettato di assecondarla quale alleato adeguato, pure sempre nella remota speranza di un futuro disimpegno statunitense, che la lasci tornare agli antichi “fasti” neocoloniali. D’altro canto, Parigi è venuta modulando un “multilateralismo controllato”, per fronteggiare gli enormi costi della Françafrique. In altre parole, ha sapientemente collocato i propri referenti in tutti quegli organismi internazionali che a livello multilaterale hanno a che fare con i dossier africani, sì da determinarne gli esiti senza sostenerne i costi. Vero è che chi controlla la Libia controlla l’Africa Centrale: con la caduta di Gheddafi, interprete di un protagonismo regionale e continentale tanto crescente quanto malvisto a Londra e a Parigi, gli interessi globali franco-britannici possono finalmente attestarsi lungo un corridoio che da Marsiglia, solcato il Mediterraneo, approda sulle coste dell’Africa Settentrionale, attraversa il Sahara, percorre il Sahel, si spinge fino alla Savana e finalmente giunge, senza impedimento alcuno, attraverso la foresta tropicale dell’Africa Centrale alla regione dei Grandi Laghi, allacciandosi agli interessi di Tel Aviv con epicentro in Burundi, Rwanda, Uganda e da ultimo anche nella neonata Repubblica del Sud Sudan, che Israele ha riconosciuto per primo al mondo all’indomani dell’agognata indipendenza da Khartoum, il 9 luglio scorso (a dimostrazione dell’asse che Tel Aviv intende promuovere con Juba a discapito dell’Egitto e del Sudan, nei cui territori transitano sistematicamente armamenti diretti ad Hamas). Ebbene, lungo suddetta faglia virtuale, che dalla Libia, attraversando Ciad, Niger, Repubblica Centrafricana e Camerun, giunge fino in Gabon – dove Parigi dispone di una delle sue due basi militari permanenti in Africa – e nella Repubblica del Congo, riposa l’accerchiamento geopolitico cinto attorno alla Repubblica Democratica del Congo da parte di Parigi e Washington, in previsione del possibile contenimento di eventuali mire espansionistiche di Pechino su Kinshasa. A ben guardare la ricomparsa dell’unilateralismo europeo non può che inficiare il processo d’integrazione africana, favorendo specularmente un nazionalismo africano, sì da renderlo inconciliabile con quella parziale cessione di sovranità a favore dell’Unione africana, indispensabile rinuncia al suo vero rilancio, purché tutti i suoi stati membri intendano davvero parlare con una voce sola, per incidere attivamente nelle scelte globali. A onor del vero, nel provincialismo del panorama politico nostrano l’unico ad aver compreso per tempo tutto questo è stato Romano Prodi, il quale si è attivato affinché Stati Uniti, Cina, Unione europea e Unione africana dialogassero seriamente per il futuro assetto delle forze in Africa. In realtà, se gli europei continuano a muoversi in ordine sparso in Africa è perché l’europeismo finisce in Africa, dove ciascun Paese porta avanti la propria agenda, camuffando esternamente le attività dell’Unione europea nel Continente. In questo modo, però, se ne avvantaggerà solo chi è in grado di competere globalmente, cioè grandi potenze come India e Cina in primo luogo, ma anche la “piccola” Turchia, che ha capito quanto sia profonda e grave la crisi europea, al punto da preferire un cosiddetto “neo-ottomanesimo” di ritorno, anziché “attendere Godot” a Bruxelles. Ankara da alcuni anni ha varato la sua strategia per l’Africa e la sta portando a compimento, giocando in virtù del principio unificante dell’islam lungo la cerniera dell’African Belt, lo iato che segna in termini etnico-culturali la divisione tra il Nord arabo e il Sud africano, come in Somalia dove il 19 agosto scorso, approfittando del Ramadan, il primo ministro turco, Recep Tayyip Erdogan, si è appositamente recato dietro il pretesto del sostegno umanitario e della solidarietà religiosa nei confronti dei fratelli musulmani somali. Lo scopo di Ankara, infatti, è propriamente di alimentare l’autorevolezza e l’engagement di un Paese islamico moderato, che si presenti come pattern di riferimento anche nel Mediterraneo e nel Maghreb, come le recenti posizioni contro Israele e le visite in Egitto, Tunisia e Libia manifestano. Va ricordato che la Turchia è allo stesso tempo balcanica, europea, mediorientale, caucasica e asiatica e vanta altresì la membership del Consiglio d’Europa, dell’Osce, della Nato e dell’Ocse. Come se non bastasse, la Turchia è diventata il venticinquesimo membro non regionale della Banca africana di sviluppo nel 2008 e dal 2005 detiene lo status di osservatore presso l’Unione africana, unica piattaforma istituzionale intergovernativa africana a livello continentale. Il primo vertice turco-africano si tenne a Istanbul nel 2008, mentre il prossimo avrà luogo fra due anni in un Paese africano, ma nel frattempo è stato approvato il Piano d’azione congiunto Turchia-Africa allo scopo di creare un’area di libero scambio, aggirando in questo modo la concorrenza dei prodotti europei. La competizione tra nuovi e vecchi attori in Africa avviene non più soltanto secondo il superato paradigma del mero sfruttamento delle enormi risorse del Continente, bensì attraverso partenariati innovativi, che tengono conto della rapidità con cui l’Africa sta diventando il teatro della competizione mondiale con un ruolo politico, economico e finanziario attraente per chi ne sappia cogliere le opportunità. La visita in luglio del cancelliere tedesco Angela Merkel in Angola, Kenya e Nigeria rappresenta una svolta nelle relazioni con i Paesi africani. Il nuovo concetto strategico tedesco insiste sull’importanza di un dialogo effettivamente alla pari con l’Africa, in grado di superare il desueto approccio donatore-beneficiario, che invece resta ancorato a un’impropria gerarchia di poteri fra le parti. In questo senso appare lungimirante l’idea di una paritetica commissione bilaterale tra Luanda e Berlino, esplicitamente istituita per la realizzazione di un partenariato politico ed economico fra i due Paesi, che evidenzia la centralità politica che l’Africa assume per il principale Paese dell’Unione europea, sintomatica del nuovo mercantilismo tedesco verso le potenze emergenti del Continente. L’indifferenza italiana e la miopia della sua politica estera rispetto ai movimenti tellurici in terra d’Africa parevano pagare, finché in occasione delle rivoluzioni tunisine, egiziane e soprattutto libiche abbiamo improvvisamente compreso che il Mediterraneo non è una barriera invalicabile, ma dà continuità all’estensione lineare tra Europa e Africa; che ci siano riservati comuni destini profeticamente già lo anticipava Léopold Sédar Senghor, ma sembra che non sappiamo coglierlo, mentre altri, più disinvolti e lungimiranti, sì.