L’exit strategy degli Union Euro Bonds
di Paolo Raimondi
Paolo Raimondi
Economista
A metà giugno il Kreditanstalt für Wiederaufbau (KfW) ha ospitato una conferenza di alto profilo, organizzata dal Club degli investitori di lungo termine (Cilt) a Berlino. Un’organizzazione internazionale privata, che comprende i più importanti investitori istituzionali di tutto il mondo.
Il Cilt è stato istituito due anni fa da quattro enti europei finanziari e bancari collegati allo stato – la francese Caisse des Dépôts et Consignations, la Cassa depositi e prestiti italiana, la Banca europea per gli investimenti e la tedesca KfW – con l’obiettivo di favorire il ritorno agli investimenti nella modernizzazione e nello sviluppo dei settori dell’economia reale da parte dei principali attori dell’economia globale.
Oggi il Cilt comprende quattordici membri, tra cui banche di sviluppo, fondi sovrani e fondi pensione, che rappresentano insieme un capitale di oltre 3mila miliardi di dollari.
Lo scopo è di affermare un’identità comune d’investitori di lungo termine al fine di creare le condizioni per una maggiore cooperazione e di veicolare, al tempo stesso, l’idea che gli investimenti di lungo termine saranno un elemento decisivo per assicurare la stabilità finanziaria internazionale e una crescita economica sostenibile.
Il Cilt svolgerà un ruolo importante nel rispondere alle nuove sfide internazionali, tra cui le crisi finanziarie ed economiche. Può costituire la principale piattaforma di cooperazione per raggiungere obiettivi globali di vasta portata come la fornitura di energia, la costruzione di infrastrutture, la lotta ai cambiamenti climatici e lo sviluppo di nuove tecnologie.
La conferenza ha presentato diversi piani di crescita, tenendo allo stesso tempo una posizione molto ferma contro la persistente tendenza dei mercati verso i finanziamenti di breve termine, anche dopo gli effetti devastanti della crisi finanziaria, e in contrasto con un quadro normativo generalmente accettato per gli istituti finanziari che non favorisce gli investimenti di lungo termine.
Attualmente, i potenziali investitori di lungo termine posseggono un patrimonio di oltre 30mila miliardi di euro. Finora solo una percentuale trascurabile è destinata a progetti reali di lungo termine. L’obiettivo è di canalizzare almeno il 5-7% di questi capitali in investimenti infrastrutturali. Il Cilt può svolgere un ruolo di catalizzatore in questo processo perché si basa su un partenariato che coinvolge tanto il pubblico quanto il privato. Inoltre, questi processi e piani d’azione potrebbero essere molto importanti per trovare delle soluzioni per la crisi profonda del ruolo finanziario e monetario dell’euro e per la futura identità politica dell’Unione europea.
Nelle ultime settimane abbiamo registrato forti attacchi speculativi internazionali ai danni della moneta europea e delle obbligazioni di stato di alcune delle economie europee più deboli, come quelle di Grecia, Irlanda, Portogallo, Spagna e Italia. Successivamente, tutte le borse europee sono state colpite da attacchi speculativi e hanno subito perdite enormi e ingiustificate. Per troppo tempo le istituzioni dell’Ue e i diversi stati membri hanno considerato questi assalti finanziari come reazioni comprensibili dei mercati in risposta a specifiche debolezze economiche nazionali o a eccessive spese di bilancio.
È vero che alcuni governi europei hanno commesso errori e hanno mantenuto un comportamento troppo superficiale dal punto di vista economico, ma l’Europa non ha in generale compreso l’importanza del momento storico e dei processi economici in corso. Non ha voluto riconoscere da subito che il vero obiettivo di questi attacchi speculativi non erano le obbligazioni greche o italiane, ma il valore e il ruolo dell’euro nonché la struttura stessa dell’Unione europea.
Alcuni europei possono avere scioccamente nutrito l’illusione di una rottura dell’Unione e del ritorno alla supremazia degli interessi nazionali del periodo pre Maastricht. Altri hanno parlato di un’Europa a due velocità, una per i Paesi in buone condizioni e strutturalmente forti e l’altra per quelli fragili e in difficoltà.
Hanno confuso un sogno compulsivo con un vero e proprio incubo. È davvero infantile pensare di spostare indietro l’orologio, come se fosse semplicemente un esercizio meccanico. Una dissoluzione dell’Unione determinerebbe un collasso devastante dei mercati di tutti i suoi Paesi membri, anche di quelli dall’economia più solida. Politicamente, riporterebbe l’Europa indietro non a una situazione paragonabile a quella degli anni Ottanta e Novanta, ma catapulterebbe il Vecchio Continente negli anni Trenta, con la conseguente recrudescenza di vecchie ostilità ed egoismi conosciuti in passato.
Questi stessi europei non hanno voluto rendersi conto che l’attacco contro l’euro e l’Unione europea non è stato causato da una sua debolezza ma, al contrario, dalla sua stessa forza e per il suo potenziale ruolo nei futuri accordi internazionali di natura politica ed economica.
L’Unione europea rappresenta la parte industriale e tecnologica più solida dell’economia mondiale, con un Pil di circa 10mila miliardi di euro. È leader mondiale nella produzione di macchine utensili, ha la rete più potente e sviluppata di Mittelstand (imprese di media dimensione) ad alta tecnologia innovativa, che è il vero motore per la ricerca e lo sviluppo e per le nuove tecnologie avanzate. È il più grande e moderno mercato con oltre 500 milioni di consumatori e produttori. Mentre il dominio postbellico del dollaro sta cedendo il passo ad accordi monetari multipolari, l’euro potrebbe diventare la più importante ancora di stabilità e un punto di riferimento anche per il ruolo futuro dei Paesi Brics.
Gli europei non hanno ancora piena consapevolezza dei processi economici e politici in corso, determinati dalla recente crisi finanziaria globale.
In primo luogo, non stiamo affrontando una crisi del debito pubblico. Siamo ancora colpiti dalla crisi e dalle conseguenze di una politica bancaria sbagliata e dal successivo intervento finanziario. Per salvare il settore bancario in crollo, gli Stati Uniti hanno immesso sul mercato 3mila miliardi di dollari di liquidità e l’Unione europea è intervenuta con aiuti finanziari pari a circa 2mila miliardi di euro. Inoltre, l’economia mondiale ha affrontato una svolta importante nel commercio e nella produzione. Questo ha prodotto un aumento del debito pubblico di circa il 20% nei Paesi occidentali.
Chiaramente, tale processo ha fortemente colpito l’economia europea. Il risultato immediato è stato un’ulteriore e profonda destabilizzazione del bilancio dei Paesi europei dall’economia più fragile.
Allo stesso tempo, questa nuova liquidità è stata iniettata senza alcun particolare controllo in un sistema che continuava a operare senza nuove regole e indirizzi. La tanto discussa riforma finanziaria globale è rimasta finora solo sulla carta.
Come ho avuto modo di far notare in diverse occasioni, i settori finanziari rafforzati da questa fornitura di nuova liquidità sono ritornati in breve tempo alle vecchie prassi speculative. Abbiamo registrato continue ondate di speculazione sui mercati delle materie prime e avuto così assalti speculativi sul sistema euro.
Come riflesso della mancata volontà europea di un’unione politica forte, anche la stampa europea si è psicologicamente lasciata dominare dal potere delle agenzie di rating, il cui quotidiano declassamento delle obbligazioni europee è stato considerato un nuovo Vangelo.
È davvero strano vedere come l’Europa e i leader europei si siano sottomessi alla volontà dei mercati finanziari, cercando disperatamente di compiacere i nuovi dei dell’Olimpo. A questi mercati è stata affidata autorità ultima e assoluta, mentre proprio questi mercati finanziari furono salvati da un intervento dei governi europei e americani. Fortunatamente, alcuni leader stanno iniziando a prendere coscienza della forza dell’Europa e hanno in programma di combattere queste azioni speculative coordinate ai danni dell’euro.
In questa difficile situazione il Cilt e, in particolare, la sua componente europea sta presentando alcune idee e proposte molto valide. Sebbene l’attuazione di una politica di rigore della spesa pubblica a livello europeo sia di fondamentale importanza, è altrettanto chiaro e importante riconoscere che le misure fiscali non basteranno da sole a ricucire la fiducia e garantire la stabilità economica. La sfida fondamentale che l’Europa sta affrontando si chiama ripresa e crescita economica congiunta tanto al suo centro quanto alle sue periferie.
Da qui la proposta di creare delle obbligazioni europee per promuovere dei progetti di investimento, i cosiddetti ¨Project Bond¨. Queste obbligazioni costituirebbero una sorta di debito europeo necessario per finanziare gli investimenti orientati a progetti a capitale fisso, che sono d’importanza strategica per l’Ue nel settore delle infrastrutture, dell’energia e delle telecomunicazioni. Il debito per realizzare tali opere costituirebbe “l’assicurazione” pubblica dell’Europa, orientata al finanziamento di progetti per stimolare anche la partecipazione del capitale privato. Questo debito sarà ripagato attraverso la capacità dei progetti di generare una liquidità consistente senza gravare sul bilancio pubblico.
Oggi i bilanci pubblici sono sotto pressione. Da qui la necessità di trovare nuovi strumenti finanziari per attrarre capitali privati e risparmi di lungo termine, in modo da compensare la diminuzione degli investimenti pubblici. Si tratta di un meccanismo di rafforzamento del credito basato su garanzie e su tranche di debito subordinate a un credito e a un controllo di qualità.
Per la sola Europa, la Commissione europea e la Banca mondiale hanno stimato necessari nuovi investimenti di circa 3mila miliardi di euro per la modernizzazione dei settori dell’energia e dei trasporti. Ciò include la realizzazione della rete Ten-T (trasporto) e dei progetti 20-20-20 (ossia, 20% di energie rinnovabili, 20% in meno di CO2, efficienza energetica aumentata del 20% entro il 2020).
Per rendere operativo quest’approccio, basato su obbligazioni europee, sarà necessario definire le nuove regole del mercato delle obbligazioni, una nuova struttura tecnica coordinata dalla Commissione europea o dalla Banca europea per gli investimenti, per valutare la qualità tecnologica dei progetti e, infine, la creazione di una nuova agenzia per controllare e assicurare i movimenti di liquidità.
La seconda proposta presentata da alcuni membri del Club è la creazione di Euro Bond. Queste idee sono state sostenute anche nel recente passato da alcuni rappresentanti di governo europei, in primis dal ministro economico italiano Giulio Tremonti. Tuttavia, hanno incontrato l’opposizione, in particolare in Germania, di chi ritiene che tale politica potrebbe dare mano libera per debiti futuri e nuovi dissesti finanziari pubblici.
In realtà, gli effetti positivi supererebbero i rischi. La semplice decisione di immettere delle obbligazioni europee arresterà gli attacchi speculativi in corso. Si darà il segnale forte che d’ora in avanti i mercati e gli speculatori dovranno affrontare tutto il peso economico e politico dell’Europa e si potrebbero, al tempo stesso, introdurre nuove regole per limitare le operazioni speculative di breve termine.
Questo tipo di obbligazioni potrebbero diventare la naturale evoluzione del Fondo europeo di stabilità. Ciascuno degli stati membri dell’Ue potrebbe emettere Bond in euro equivalenti al 40% (fino a un massimo del 60%) del proprio Pil, con riferimento al debito pubblico corrente (questa è la quota limite del debito previsto dal trattato di Maastricht) per sostituire i vecchi Bond nazionali. Questi titoli sarebbero garantiti congiuntamente da tutti i membri dell’Ue, attraverso un Fondo di dimensioni equivalenti. L’effetto immediato sarebbe un rating migliore e una diminuzione dei tassi d’interesse medi europei.
Il debito pubblico residuo sarà a carico dei singoli stati e dovrebbe essere sottoposto a un processo di ristrutturazione, coordinato e deciso collettivamente in base a una politica di assestamento fiscale. Un’Agenzia europea del debito potrebbe sostituire il Fondo di stabilità ed emettere nuovi titoli di debito di ciascun Paese membro dell’Ue. Si potrebbe anche intervenire e acquistare i titoli dei Paesi sotto pressione, per ridurre i costi del denaro riportandolo ai tassi d’interesse medi europei.
Come parte di un più ampio processo di ristrutturazione, i titolari di questi titoli potrebbero chiedere di scambiarli con altri titoli emessi dall’Agenzia europea del debito. Ciò ridurrebbe la pressione sul valore dei titoli perché, in questo modo, potrebbero essere negoziati sui mercati a livelli prossimi ai loro valori nominali e non deprezzati come avviene ora.
Parimenti, l’ex presidente della Commissione europea, Romano Prodi, insieme al professore di Economia Alberto Quadrio Curzio, dell’Università Cattolica di Milano, ha recentemente presentato una proposta molto importante che ha chiamato obbligazioni Euro Union Bond. Ha proposto la creazione del Fondo europeo finanziario, con un capitale di partenza di 1.000 miliardi di euro. Il capitale dovrebbe essere costituito da 350 milioni d’once d’oro, attualmente in possesso delle banche centrali degli stati europei per un valore complessivo di circa 450 miliardi di euro. Il resto dovrebbe essere costituito da azioni industriali e obbligazioni detenute dai governi europei nei settori privati come l’energia, il petrolio, il gas, le telecomunicazioni, i servizi postali, ecc. Le quote sarebbero poi suddivise applicando la stessa proporzione valida per la Banca centrale europea. La Germania parteciperebbe con 270 miliardi di euro, 140 dei quali derivanti dalle sue riserve auree e la Francia con 200 miliardi, metà dei quali in oro. L’Italia contribuirebbe con 180 miliardi d’euro, di cui 100 prelevati dalle sue riserve d’oro. Per gli altri Paesi si seguirebbe questo rapporto.
Usando un rapporto leva capitale-credito di uno a tre, il Fondo potrebbe emettere obbligazioni per 3mila euro. Per riportare il rapporto medio tra debito europeo e Pil dall’attuale 86% al 60% sarebbe necessario emettere 2.300 miliardi di euro in obbligazioni. I restanti 700 miliardi di euro sarebbero, quindi, utilizzati per promuovere investimenti di lungo termine in infrastrutture di base, energia, trasporti e rinnovamento tecnologico.
L’oro e le partecipazioni statali nelle azioni di società private non sarebbero venduti, come molti erroneamente propongono, come unico modo per ridurre il debito sovrano, ma utilizzati come capitale per il Fondo. Questo permetterebbe di evitare i tagli lineari di bilancio e altre misure di austerità, che avrebbero effetti recessivi devastanti e ripercussioni negative nel sociale.
Mentre la crisi finanziaria globale non ci abbandonerà fino a una nuova Bretton Woods che definirà regole e programmi concordati a livello mondiale, l’Europa è oggi chiamata ad affrontare alcune grandi sfide. Prima di tutto, l’Europa dovrebbe trovare e definire la sua volontà politica di costruire l’architettura dell’unità politica ed economica per il Vecchio Continente, che è attesa da tempo.