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Dopo la “primavera araba”, la crescita democratica
delle imprese

spazio

di Dario Scannapieco



Dario Scannapieco
Vicepresidente della Banca europea per gli investimenti
Componente del Consiglio dei governatori della Bers

Per i Paesi della sponda Sud del Mediterraneo e del Vicino Oriente, il 2011 è un anno di cambiamenti epocali. Si tratta di cambiamenti il cui processo è in corso e il cui evolversi in alcuni casi è ancora incerto. Ciò nonostante, partendo da un’analisi socio-economica dei trend recenti di sviluppo, si possono delineare alcune ipotesi di interventi e possibili azioni, in modo da guardare al futuro sperando che questa “primavera araba” sia l’inizio di una transizione che conduca le aree coinvolte verso sistemi democratici maggiormente compiuti, con regole certe e trasparenti, a loro volta presupposto per uno sviluppo di economie dalla composizione più bilanciata.
 
Alcuni dati ci aiutano a comprendere meglio lo scenario che abbiamo innanzi. Secondo dati del Fondo monetario internazionale (Fmi), fatto 100 il Pil dell’Italia, la somma dei Pil dei Paesi che si affacciano sul Mediterraneo e che vanno dal Marocco al Libano, inclusi quindi Paesi del calibro di Egitto e Israele, ma senza la Turchia (cioè Algeria, Egitto, Gaza, Israele, Giordania, Libano, Marocco, Siria e Tunisia), rappresenta circa il 37%. Con la Turchia arriviamo al 67%.
Se consideriamo tutta la cosiddetta area Mena (Middle East and North Africa), che quindi include anche i Paesi del Golfo e le loro importanti risorse petrolifere, scopriamo che, secondo l’Ocse, il tasso di crescita negli anni che vanno dal 2006 al 2010 si è attestato mediamente intorno al 4,4%, dove la crescita è per l’appunto trainata principalmente dalla domanda estera di prodotti energetici rispetto allo sviluppo del mercato interno.
Sempre secondo il Fmi, nell’intera area Mena il Pil pro capite nel 2010 è rimasto sotto i 6mila dollari con valori di circa 2.700 dollari in Egitto e 2.800 in Siria.
Per quanto riguarda il mercato del lavoro, il tasso di disoccupazione medio nella regione è del 10%, ma sale a circa il 25% presso la popolazione giovanile. Questi sono i dati ufficiali registrati dall’Ocse, ma vi è ragione di credere che la disoccupazione reale risulti ancor più preoccupante.
Un dato maggiormente rassicurante rappresenta invece la crescita degli investimenti stranieri diretti, dove dal 2000 al 2008 si è registrata una crescita di circa diciassette volte e, dopo la battuta d’arresto del 2009 dovuta alla crisi economico-finanziaria globale, il trend sembra tornare a essere incoraggiante già dal 2010.
 
Per quanto attiene alla composizione dell’economia di questi Paesi, sino a tutti gli anni Novanta i vari governi hanno intrapreso politiche di rapida industrializzazione concentrando le risorse su grandi imprese, spesso di proprietà pubblica e che beneficiavano di rapporti privilegiati con il potere politico. Solo recentemente le politiche governative hanno iniziato a diversificare le componenti di traino delle varie economie, favorendo anche gli investimenti stranieri diretti che sono aumentati fino a raggiungere per l’area Mena cifre superiori agli 80 miliardi di dollari.
 
La maggioranza delle imprese della regione, invece, ha una dimensione piccola se non micro e spesso non è legata all’indotto delle grandi imprese. Tali micro e piccole imprese (Mpmi) operano in contesti regolatori poco chiari, vivono con difficoltà le relazioni con l’autorità pubblica, hanno accesso limitato al settore finanziario, non sono facilitate nell’accesso a mercati più ampi di quelli locali in cui sono attive e spesso non hanno al proprio interno nemmeno il capitale umano necessario per crescere.
Lo sviluppo delle Mpmi rappresenta, quindi, la vera democratizzazione dell’economia e della società. Significa, ad esempio, potere diffuso piuttosto che concentrato e ricchezza maggiormente distribuita. Appare pertanto cruciale che, accanto al mantenimento delle grandi imprese che garantiscano sufficienti investimenti in ricerca e sviluppo e accanto ai crescenti investimenti stranieri che assicurino sufficiente apporto di valute straniere, si concentri l’attenzione su strumenti che facilitino la creazione e lo sviluppo di questo cruciale segmento.
 
Non esistono formule magiche per intervenire in questo senso e, ovviamente, la stabilità geopolitica della regione, sia durante l’attuale transizione democratica sia soprattutto all’esito della stessa, rappresenta un fattore imprescindibile. Si possono però tracciare alcune ipotesi, individuando almeno tre elementi per un’azione che possa contribuire alla crescita:
 
Disponibilità di risorse finanziarie adeguate
La capacità finanziaria che la comunità internazionale mette a disposizione non sembra essere il problema principale. La Banca europea per gli investimenti (Bei), già primo finanziatore internazionale della regione con 12 miliardi di euro investiti in Algeria, Egitto, Gaza, Israele, Giordania, Libano, Marocco, Siria e Tunisia dal 2002 al 2010 (2,6 miliardi solo nel 2010), ha ricevuto dagli stati membri un ulteriore miliardo di euro in dotazione raggiungendo così l’ammontare di quasi 6 miliardi di euro, da destinare nei prossimi due anni ai Paesi mediterranei che intraprendano processi democratici. Gli azionisti della Bers, la Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo (inclusi Usa, Canada e Giappone), hanno deciso di consentirle di operare nella regione mediterranea a iniziare dall’Egitto. Il gruppo della Banca mondiale, il Fondo monetario internazionale, la Banca islamica di sviluppo, la Banca africana di sviluppo, le Agenzie di sviluppo bilaterali e i fondi sovrani dell’area del Golfo sono già operativi nell’area e si sta lavorando a un piano congiunto nel contesto del G8 per coordinare meglio il proprio intervento. Analoghe azioni hanno annunciato gli Stati Uniti.
 
Da consultazione a co-ownership
Ogni nuova iniziativa non può prescindere da un coinvolgimento diretto degli stati della regione. Occorre definire congiuntamente tra stati finanziatori e stati beneficiari le priorità e le modalità di intervento. Tutto questo in un’ottica non solo di rafforzamento dei legami Nord-Sud ma anche e soprattutto di legami Sud-Sud.
 
Programmi di assistenza tecnica e integrazione
Occorre puntare sulla creazione di un programma di assistenza tecnica per creare un ambiente più fertile per la realizzazione degli investimenti, come fu originariamente fatto nel 1989 per facilitare l’ingresso di Paesi come la Polonia e l’Ungheria nell’Unione europea: il programma Phare. Nei tre anni antecedenti l’ingresso, a inizio 2004, dei dieci nuovi stati membri nella Ue, questo programma ha cofinanziato 343 progetti cross-border di cooperazione con una envelope di 645 milioni di euro e progetti mirati del valore medio di 2 milioni.
È anche in questa direzione che si è mossa la Bei. Lo scorso mese di giugno abbiamo annunciato la nascita del Centro euromediterraneo per le micro, piccole e medie imprese, iniziativa promossa dalla Camera di Commercio di Milano-Promos sotto l’egida del governo italiano, con il sostegno della Commissione europea e della Bei, in raccordo con il segretariato di Barcellona dell’Unione per il Mediterraneo (UpM). Il nuovo centro, che avrà sede a Milano, è un’iniziativa sovranazionale di carattere pubblico-privato finalizzata alla costituzione di un network di Centri tecnici di servizi per lo sviluppo e l’internazionalizzazione delle Mpmi dislocate nei Paesi dell’area EuroMed. È un’iniziativa basata sui principi ispiratori di co-ownership, nel senso di responsabilità e forte impegno dei Paesi delle sponde Sud-Nord-Est del Mediterraneo e di volontarietà, al fine di favorire il coinvolgimento progressivo degli operatori pubblici e privati. Nella direzione di una migliore efficienza, il Centro lavorerà per favorire un’integrazione tra i progetti e le strutture già esistenti.
Questa nuova iniziativa, se sviluppata in modo efficace, potrà avere effetti nel medio periodo anche sull’occupazione, sia per la crescita delle Mpmi sui mercati domestici sia favorendo un più ampio accesso a mercati diversi da quello puramente locale e un maggiore accesso a sistemi formativi che permettano al capitale umano operante in tali aziende di gestire processi di crescita.