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L'INTESA EUROMEDITERRANEA

Dobbiamo ancora imparare dal Nord?

L’analisi del partenariato mediterraneo e una modesta proposta da Intesa Sanpaolo

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di Marcello Sala



Marcello Sala
Vicepresidente esecutivo del Consiglio di Gestione di Intesa Sanpaolo


Operare nei Paesi del Mediterraneo è per Intesa Sanpaolo una scelta strategica, legata innanzitutto alla possibilità di giocare un ruolo primario in mercati emergenti aventi un forte tasso di attrattività bancaria e al contempo una volontà operativa, dettata in gran parte dall’evoluzione dei rapporti economici dell’Italia negli ultimi decenni. Tali rapporti economici, che pure sono stati testimoni dell’emergere dei cosiddetti Paesi Bric (Brasile, Russia, India e Cina) sui mercati internazionali, specie con l’entrata della Cina nell’Organizzazione Mondiale del Commercio nel 2001, si sono sostanziati, per quanto riguarda i Paesi mediterranei non europei, in uno sviluppo di rilevanti flussi commerciali e, in via crescente, in promettenti investimenti diretti da parte di imprese italiane. Peraltro, l’approccio di Intesa Sanpaolo in tale regione si innesta in un contesto caratterizzato da una volontà crescente da parte degli attori istituzionali dell’area di creare forme di partenariato, anche economico, sempre più inclusive.
Come noto, infatti, nel 1995 è stato avviato il cosiddetto Processo di Barcellona tra i Paesi mediterranei aderenti (Algeria, Egitto, Giordania, Israele, Libano, Marocco, Siria, Territori palestinesi, Tunisia e Turchia) e gli stati dell’Unione europea, anche con l’obiettivo di creare uno spazio euromediterraneo di libero scambio. In parallelo a questa iniziativa e nel tempo, i Paesi mediterranei hanno siglato accordi di associazione bilaterali con l’Unione europea e, nel 2004, è stata sottoscritta la Carta euromediterranea per le imprese che, pur non essendo vincolante, individua best practices per l’effettivo sviluppo dell’imprenditorialità del settore privato nei Paesi mediterranei, in modo da indirizzare coerentemente le politiche industriali e d’impresa dei Paesi dell’area. Va inoltre ricordato a livello istituzionale l’avvio, nel luglio 2008, del progetto di Unione per il Mediterraneo, teso a ridare vigore al Processo di Barcellona, anche con un approccio più fattivo specie tramite l’enfasi sulla realizzazione di progetti infrastrutturali nel campo dei trasporti, dello sviluppo urbano, dell’energia e dell’ambiente, aventi l’obiettivo di ridurre il gap infrastrutturale dell’area. In tal senso va anche inquadrata la recente costituzione del fondo di investimento di lungo temine Inframed, che si affianca alla facility Femip della Bei che, a partire dal 2002, ha stanziato fondi per progetti d’investimento, anche infrastrutturale, in eccesso di dieci miliardi di euro. Va infine menzionato come lo scorso dicembre la Conferenza dei Ministri del Commercio dell’area ha definito la Euromed Trade Roadmap beyond 2010, avente l’obiettivo di dare ulteriore impeto ai rapporti commerciali e di investimento nell’area, anche attraverso l’individuazione e la rimozione di barriere non tariffarie e l’offerta di informazioni concrete e tempestive sulle opportunità commerciali e d’investimento nella regione.  

L’unica banca italiana nel Progetto euromediterraneo

Intesa Sanpaolo è leader nell’accompagnamento di imprese italiane verso i mercati del bacino euromediterraneo e offre a tali imprese, quale che sia la loro dimensione o settore di attività, una rilevante presenza nell’area e una profonda conoscenza dei mercati locali, a cui si abbina una dettagliata offerta di prodotti e servizi. La banca gode di una posizione di primato nell’intermediazione dei flussi di bilancia dei pagamenti tra l’Italia e i Paesi dell’area, con quote di mercato per il 2009 pari in media al 20% del totale di tali flussi, con picchi di assoluta rilevanza in Paesi con ingenti mercati, sia attuali che potenziali, quali la Turchia (23%) e l’Egitto (27%). L’Egitto è peraltro il Paese pivot scelto da Intesa Sanpaolo per la propria penetrazione bancaria nell’area, stante l’acquisto nel 2006 dell’80% di Bank of Alexandria, quinta banca del Paese per totale attivo, con una capillare presenza di duecento filiali sul territorio.
Intesa Sanpaolo dispone inoltre di una vasta rete di uffici di rappresentanza nel bacino euromediterraneo (Istanbul, Beirut, Il Cairo, Tunisi, Casablanca) in grado di offrire alle imprese italiane una conoscenza approfondita delle diverse situazioni nazionali e locali e delle business opportunities di potenziale interesse, indirizzando al contempo tali imprese verso una gamma completa e qualificata di prodotti e servizi offerti dalla banca. Va inoltre ricordato come, a margine del primo vertice della menzionata Unione per il Mediterraneo, dodici banche dell’area, e tra esse Intesa Sanpaolo, hanno avviato il Progetto euromediterraneo, al fine di convergere verso best practices e scambiare informazioni su specifici prodotti e servizi bancari offerti. Il progetto è diviso in cinque aree tematiche, ovvero rimesse, risparmio, finanziamento retail, Pmi e infrastrutture. L’obiettivo è di arrivare a definire una base di prodotti comuni tra le banche, al fine di facilitare la circolazione di flussi commerciali e di investimento. In tale ambito Intesa Sanpaolo, unica banca italiana partecipante al progetto, sta fornendo all’interno dei gruppi di lavoro il proprio apporto tecnico per creare canali finanziari agevoli per lo scambio di investimenti da e per l’Italia.  

Un parallelo azzardato?

Con l’avvio del Processo di Barcellona si è dibattuto a lungo sull’opportunità di potenziare gli interventi finanziari a supporto della partnership nell’area euromediterranea, tramite la costituzione di una vera e propria banca multilaterale per l’area, sul modello della Bers, dedicata al finanziamento sia delle infrastrutture che delle Pmi. Tale progetto è rimasto tale, con il risultato che le iniziative pubbliche legate all’area euromediterranea aventi connotati economico-finanziari si sono moltiplicate in diverse direzioni e senza il coordinamento di una singola cabina di regia. Peraltro l’opportunità di dotarsi di una nuova banca multilaterale, che agisca appunto nel bacino mediterraneo, non è un argomento a cui è facile dare una risposta univoca, stanti i tanti temi, non solo finanziari, che esso fa emergere.
Allo stesso tempo, e a titolo di aneddotica empirica, può essere di interesse abbozzare un parallelo che possa fornire termini di raffronto rispetto all’opportunità di sviluppare ulteriormente la coesione dello spazio economico tra aree non ancora integrate, quali sono appunto i diversi Paesi che si affacciano sulle due sponde del Mediterraneo. In particolare, a metà degli anni Settanta i cinque Paesi cosiddetti nordici (ovvero Danimarca, Svezia, Finlandia, Norvegia e Islanda) decisero di creare comuni strutture di policy making e di investimento, finalizzate specie allo sviluppo economico dell’area del Mar Baltico, la cui costa orientale era allora saldamente sotto l’egida del Patto di Varsavia. Sicuramente la distanza non solo geografica che separava allora le coste occidentale e orientale del Mar Baltico era superiore a quella che attualmente divide il Nord e il Sud del Mediterraneo. Furono create strutture operative quali la Nordic Investment Bank e, successivamente, la Nordic Environment Finance Corporation, coordinate a livello di policy dal Nordic Council e dal Nordic Council of Ministers. Inizialmente con fortune alterne, ma in seguito vedendo nella disgregazione dell’Urss più un’opportunità che una minaccia, gli enti dediti all’integrazione economica del Mar Baltico hanno ottenuto importanti successi, non ultimo quello di ridurre sensibilmente gli effetti del default russo del 1998 sulle economie della costa orientale di tale mare. Negli anni, il ruolo e il peso economico/finanziario dei Paesi nordici nella costa orientale del Mar Baltico sono cresciuti significativamente, ed è anche merito della lungimiranza “operativa” mostrata più di venticinque anni fa da tali Paesi se negli ultimi anni Estonia, Lettonia, Lituania e Polonia sono entrate a far parte dell’Unione europea. L’attuale scenario economico del Mar Baltico è ben diverso da quello che caratterizza correntemente l’area del Mar Mediterraneo, ma le somiglianze tra il Baltico di venticinque anni fa e il Mediterraneo di oggi sono maggiori delle diversità. In tale ambito, in parallelo allo sviluppo dei menzionati interventi economico-finanziari dell’Unione europea verso la costa meridionale e orientale del Mediterraneo e in attesa di conoscere quali ulteriori strade gli attori di policy making dell’area vorranno seguire, le forze imprenditoriali e bancarie europee, e in primis quelle italiane, devono cogliere l’attuale contesto come un’opportunità.